“Distrugge risorse, vanifica l’impegno, minaccia la sicurezza, talvolta uccide le persone”. Lo si potrebbe definire l’identikit di quello che è probabilmente, ancor prima della criminalità organizzata, che semmai di esso si nutre, è il principale male dell’Italia: la corruzione. A tratteggiarlo è stato Giuseppe Busia, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) nella relazione annuale presentata ieri a Roma. Per Busia si tratta di uno degli ultimi documenti a cui apporre la propria firma. L’incarico, ricevuto nel 2020, scade infatti quest’anno. “Questa è l’ultima relazione dell’attuale collegio: ormai quasi sei anni di impegno costante, di sfide non sempre facili, di avanzamenti talvolta invisibili ma decisivi”, ha detto il presidente uscente ringraziando le amministrazioni con cui, a più livelli, l’Autorità è riuscita a collaborare.
“Anche quando ciò non è avvenuto, quando le soluzioni prescelte non coincidevano con quelle suggerite, abbiamo doverosamente offerto fattiva cooperazione con immutato impegno – ha aggiunto Busia –. In ogni situazione, abbiamo tenuto a preservare l’indipendenza dell’Autorità, carattere essenziale e ineliminabile di questo tipo di istituzioni, presidio prezioso che supera le persone chiamate volta a volta ad operarvi e che vogliamo lasciare intatta a chi verrà dopo di noi”.
Anac: corruzione più sofisticata tra consulenze fittizie e rapporti opachi
Guardando all’attuale situazione che caratterizza l’Italia, specialmente in ciò che riguarda la pubblica amministrazione, il giudizio non può in alcun modo essere roseo. La corruzione, come si legge nella relazione, è oggi un fenomeno che “si è fatto più insidioso e sfuggente” e passa non più soltanto dalle tradizionali mazzette ma da una pluralità di possibilità con cui si possono mascherare i rapporti illeciti tra politici e pubblici funzionari da una parte e imprenditori dall’altra. “Una costellazione di condotte subdole”, le ha definite Busia, facendo riferimento, per esempio, alle consulenze fittizie e alle sponsorizzazioni opache. Si tratta di una piaga che colpisce a qualsiasi livello: dal piccolo impiegato di provincia ai manager delle grandi amministrazioni. In questi ultimi casi, soprattutto, “non si limita a violare le regole, ma punta a riscriverle, privatizzando la sovranità”.
Conflitti di interesse e lobby: le criticità del sistema Italia
Nella trentina di pagine che compongono la relazione, il presidente dell’Anac passa in rassegna i principali nodi che minano la fiducia dei cittadini nella pubblica amministrazione, come fotografato di recente dal peggioramento della posizione dell’Italia nell’indice di percezione della corruzione curato da Transparency International. Il primo dei tanti talloni d’Achille citato è quello riguardante i conflitti di interesse. L’Italia storicamente è un Paese che ha sempre fatto fatica a fare i conti con la duplicità delle funzioni tra pubblico e privato, con i rappresentanti della politica che non poche volte hanno portato in Parlamento istanze che puntavano a tenere conto dei propri business e non delle esigenze della collettività.
In un tale contesto, di certo non fanno bene non solo l’assenza di una legge sul tema che sia all’avanguardia ma anche gli interventi che l’attuale governo ha fatto nel codice penale. “Avevamo prontamente segnalato i vuoti di tutela che avrebbero lasciato l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio e il parallelo ridimensionamento del traffico di influenze illecite. Per compensare l’arretramento del diritto penale, si sarebbero dovute rafforzare almeno le garanzie amministrative. Purtroppo, è avvenuto il contrario”, ha detto Busia. Che ha poi fatto riferimento anche al fenomeno del pantouflage, ovvero il fenomeno del passaggio dal pubblico al privato, che, se non trattato in maniera accorta, rischia di condizionare l’operato dei pubblici funzionari intenzionati a lasciare il proprio incarico per accasarsi altrove, in un’impresa.
Appalti pubblici e affidamenti diretti: i rischi per trasparenza e concorrenza
“Si è indebolita, con scelte disomogenee, la disciplina sulle incompatibilità successive per i dipendenti pubblici che avrebbe invece richiesto, come da noi segnalato, un intervento deciso per garantirne l’effettiva applicabilità, soprattutto nei confronti dei gruppi societari più influenti – ha commentato – Non si vuole un inasprimento generalizzato di divieti e limiti. Anzi, in alcuni casi siamo stati noi a chiedere disposizioni più flessibili e sanzioni più proporzionate. Occorre, però, preservare un sistema di garanzie in linea con gli standard europei”.
Altrettanto necessario per Busia è guardare in faccia al fenomeno del lobbismo, senza demonizzazioni ma con la consapevolezza che è necessario intraprendere un percorso che porti alla luce i rapporti che gli emissari delle società private hanno con i decisori politici e i burocrati. “È ancora una sfida irrisolta la regolamentazione organica dei gruppi di interesse, nonostante i ripetuti solleciti internazionali e sebbene le strategie per esercitare pressioni si facciano più subdole e pervasive, talora anche da parte di operatori dotati di risorse superiori agli stessi Stati – si legge –. L’attività dei rappresentanti di interessi non va criminalizzata, ma disciplinata adeguatamente. Occorre non solo assicurare la piena tracciabilità dei contatti ed escludere ogni forma, anche indiretta, di remunerazione come contropartita delle decisioni, ma anche creare canali aperti e trasparenti, attraverso i quali pure i gruppi con minori risorse possano far pervenire le proprie proposte”.
La relazione contiene ampi riferimenti anche alla questione dei contratti pubblici e dunque delle gare d’appalto. L’attuale codice ha posto al centro il principio del risultato, dando ampie discrezionalità ai funzionari con l’obiettivo di arrivare alla realizzazione delle opere in tempi minori. Da parte dell’Anac arriva però l’ennesimo avvertimento. “Nei contratti pubblici non basta correre, bisogna costruire qualità: programmare, progettare e realizzare bene. In questo deve tradursi il principio di risultato, quello che risponde ai bisogni dei cittadini, evita sprechi e, alla fine, riduce i tempi”, si legge nel documento, dove si passa poi in rassegna uno dei temi a cui il Quotidiano di Sicilia in questi anni ha dato più spazio: la riduzione della concorrenza in seguito alla scelta delle stazioni appaltanti di procedere con gli affidamenti diretti o, tutt’al più, con le gare a inviti. “L’esperienza mostra che le procedure aperte al confronto competitivo offrono maggiori garanzie. Perché chi viene scelto senza concorrenza non sempre è il più rapido, raramente è il migliore, quello capace di offrire maggiore qualità”, si legge. E poi sugli affidamenti diretti: “Nel 2025 hanno interessato quasi il 95 per cento delle acquisizioni totali. Dietro questa prassi, si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali”.
Trasparenza e digitalizzazione: le soluzioni contro la corruzione
Per l’Anac, invece, bisogna arrivare all’approvazione di una nuova norma che imponga alle aziende l’obbligo di dichiarare il titolare effettivo. “Condizione minima per conoscere davvero, al di là degli schermi societari, con chi l’amministrazione si sta rapportando, e per prevenire non solo infiltrazioni criminali, ma anche offerte combinate e intese occulte”, viene spiegato. A fronte di uno scenario così complesso e per nulla positivo, gli anticorpi di cui la pubblica amministrazione dovrebbe dotarsi puntano all’utilizzo consapevole delle tecnologie in grado di digitalizzare i processi ma anche dell’apertura della macchina burocratica ai cittadini.
“I contratti pubblici non sono semplici procedure di acquisto: sono uno dei più potenti strumenti per realizzare politiche pubbliche, per disegnare il Paese di oggi e di domani. A differenza di quanto accade nei contratti fra privati, qui c’è sempre una terza parte da considerare: il cittadino, che finanzia gli interventi col prelievo fiscale e ne è il destinatario finale. È su di lui che ricadono i danni derivanti da truffe, mancanze ed errori. È a lui che dobbiamo trasparenza e responsabilità”, ha detto Busia, ricordando l’importanza di tutelare gli whistleblower, ovvero coloro che dall’interno della pubblica amministrazione si fanno avanti per denunciare anonimamente le condotte illecite.
“Quando l’amministrazione si lascia leggere, la comunità diventa protagonista: vigila, comprende, partecipa. Allora le decisioni si illuminano e la democrazia respira. I cittadini, divenuti ora più esigenti, vogliono sapere come vengono spese le risorse, individuare sprechi e distorsioni, valutare i risultati. Chiedono non solo di conoscere i dati, ma di poterli usare, rielaborare, trasformare in consapevolezza civica, pur nel doveroso rispetto della riservatezza delle persone. Rendere tali informazioni davvero comprensibili, significa dare sostanza alle tutele individuali e potere alla collettività”, ha spiegato il presidente uscente dell’Anticorruzione.
Una “patologia” che non ha confini, l’Europa deve fare da argine
La corruzione arreca danni immani all’Italia, ma di certo non è innocua fuori dai confini nazionali. Anzi, tenendo conto dell’attuale situazione geopolitica, rischia di compromettere anche le scelte future che dovranno essere compiute a livello europeo. Nella relazione annuale dell’Anac presentata da Giuseppe Busia si fanno ampi riferimenti al contesto estero. Il punto di partenza è uno: la corruzione attecchisce in maniera diversa a seconda delle latitudini e delle culture, ma nessuna parte del globo ne è immune. “Piaga senza patria, oggi attraversa confini e mercati, travalica ordinamenti e legislazioni, sfruttandone lacune e debolezze”, si legge nel documento.
Geopolitica e corruzione: i rischi per le decisioni europee
La riflessione va oltre la teoria e tira in ballo i diversi tipi di refluenze che le crisi internazionali possono avere. “Alcune scelte del governo statunitense, a partire dalla temporanea sospensione della legge sulle pratiche corruttive estere (Foreign Corrupt Practices Act), hanno rappresentato un preoccupante arretramento, dopo decenni di convinta applicazione e crescente cooperazione multilaterale. Tuttavia – ha proseguito Busia – è proprio di fronte a queste sfide, che l’Unione europea può e deve mantenere la direzione di marcia, dando prova di essere diventata adulta: non più solo spazio di cooperazione economica, ma anche luogo di tutela dei diritti e delle libertà”.
Direttiva europea anticorruzione: il ruolo dell’Unione Europea
In quest’ottica, un passaggio fondamentale è rappresentato dalla Direttiva europea anticorruzione. Votata dal Parlamento europeo, dovrà adesso essere approvata dal Consiglio dell’Unione Europea. Dopodiché, spetterà ai singoli Stati membri dell’Ue intervenire, entro un arco di tempo definito, sulle normative nazionali in modo da implementare le nuove linee comunitarie.
“Un testo meno ambizioso di quello iniziale ma, comunque, un presidio sicuro contro le troppe tentazioni di involuzione da parte degli Stati membri. E, insieme, uno strumento potente, non solo per favorire la concorrenza leale ed attrarre investimenti internazionali, ma anche per riaffermare l’integrità come fondamento irrinunciabile delle democrazie europee”, è il commento del presidente dell’Anticorruzione. Busia ha poi parlato delle nuove Direttive in arrivo sui contratti pubblici, la cui proposta potrebbe essere formalizzata dalla Commissione Europea già a giugno. “L’Anac sta offrendo il proprio contributo, ma è il Paese intero che deve sentirsi chiamato in causa. Ed infatti, ciò che si decide ora segnerà, almeno per il prossimo decennio, la nostra capacità di crescere e proteggere interessi strategici. Sarebbe per questo necessario – ha sottolineato il presidente – un più ampio dibattito pubblico”.
Strategie europee: trasparenza, mercato e competitività
Per Busia è fondamentale tenere in considerazione la dimensione geopolitica. “In un contesto più competitivo e segnato da crescenti tensioni, dove persino gli alleati di ieri diventano pericolosi concorrenti, urge incentivare gli acquisti di prodotti europei (il cosieddetto Buy Europe). Bisognerà, però, operare in modo da non comprimere, ma potenziare la forza negoziale dell’Unione: le catene del valore interne vanno certamente presidiate, ma – avverte il presidente dell’Anticorruzione – senza sacrificare eccessivamente l’apertura dei mercati, laddove questa sia basata su una effettiva parità di condizioni. Perché, quando la competizione è leale, le nostre imprese sanno eccellere, grazie a flessibilità e capacità di adattamento”.
Tra le strade che bisognerà considerare ci sarà quella di aumentare gli acquisti aggregati europei, specialmente in settori come quello energetico. “Al fine di rafforzare il potere negoziale degli Stati, altrimenti troppo deboli di fronte agli interessi di alcune potenze extraeuropee”, ha commentato Busia, specificando che processi di questo tipo richiederanno “maggiore trasparenza rispetto a quanto accaduto in passato”.

