Anna Lapini, “Il mercato non fa distinzioni ma gli uomini dettano condizioni” - QdS

Anna Lapini, “Il mercato non fa distinzioni ma gli uomini dettano condizioni”

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Anna Lapini, “Il mercato non fa distinzioni ma gli uomini dettano condizioni”

sabato 23 Aprile 2022 - 05:00

L'intervista ad Anna Lapini, imprenditrice toscana, da oltre un decennio in Confcommercio e da oltre vent’anni impegnata nella rappresentanza dell’imprenditoria al femminile

ROMA – Anna Lapini, imprenditrice toscana, è da oltre un decennio in Confcommercio e da oltre vent’anni impegnata nella rappresentanza dell’imprenditoria al femminile. Da quasi un anno è presidente del Gruppo Terziario Donna nazionale, succedendo alla siciliana Patrizia Di Dio.

In Italia Terziario Donna Confcommercio rappresenta 250 mila imprese di vari settori e conta 70 gruppi territoriali, di cui sei con una rappresentanza attiva a livello regionale. “Sono numeri che ci dicono quanto Terziario Donna siamo un movimento esteso e che oltre l’importante funzione di sostegno sindacale, sostiene di fronte l’opinione pubblica la lotta alla parità di genere nell’imprenditoria. A riguardo, mai come adesso possiamo parlare di opportunità”, spiega la presidente Terziario Donna.

Presidente Lapini, qual è l’obiettivo di Terziario Donna Confcommercio e quali iniziative sono state messe in campo di recente per eliminare quel gap di genere che è soprattutto “culturale”?

“Attualmente il progetto di Terziario Donna prevede cinque incontri dedicati ai temi di identità, credito, formazione, digitalizzazione e sostenibilità. Tutti argomenti che possono incidere per ridurre il gap culturale. Occuparsi di formazione vuol dire provare ad aumentare il numero di donne che studiano materie Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Le donne sono ancora indietro rispetto gli uomini per alfabetizzazione finanziaria. La scarsa competenza finanziaria è alla base della povertà e stando ad un’indagine Episteme 2017, il quaranta per cento delle donne italiane non possedeva ancora un proprio conto corrente. Spiace dirlo, ma appartenevano per la maggioranza al Sud Italia”.

Che tipo di impegno è chiesto alle donne imprenditrici per cogliere, oggi, le opportunità messe a disposizione dai fondi governativi?

“Ci stiamo impegnando per la richiesta di fondi mirati a favore dell’imprenditoria femminile, perché l’ultimo intervento strutturato risale alla Legge 215 del 1992 (Azioni positive per l’imprenditoria femminile). Questo impegno ha trovato finalmente riscontro nel PNRR: 40 milioni di euro sono stati stanziati, attraverso la Legge di Bilancio 2021, per il fondo Impresa Femminile gestito dal Mise e altri 160 milioni sono stati integrati per un totale di 200 milioni di euro. Il nostro impegno non ha coinvolto solo le start up, ma anche azioni di sviluppo e conservazione di impresa, dunque, una robusta somma coinvolgerà anche le aziende già esistenti. Abbiamo già inviato una serie di incontri sul territorio e dei webinar per informare rispetto le modalità di accesso, con tecnici presenti agli incontri. Dal cinque maggio le start up possono cominciare a fare domanda per accedere ai fondi, mentre le altre imprese potranno farle dal 25 maggio”.

Immagina un “anno zero” in cui non sia più utile distinguere tra imprenditoria femminile e maschile?

“Il nostro obiettivo in realtà è arrivare allo scioglimento di Terziario Donna. Io non credo ci sia un modo di fare imprese maschile o femminile, ma un’impresa che sappia stare sul mercato. Il mercato non fa distinzioni. Ma le condizioni sono fatte dagli uomini per gli uomini. Per competere è necessario invece che le condizioni siano le stesse, che il welfare faccia la sua parte attiva; uno dei motivi principali per cui una donna non partecipa attivamente, lascia il lavoro o non si impegna nella diffusione delle proprie idee è perchè deve scegliere tra queste e la famiglia. Le regole, le condizioni, vanno creare nuove”.

Perché ancora oggi è necessaria una tutela dell’imprenditoria femminile e come si colloca l’Italia in un ipotetico confronto con le altre regioni europee?

“Il presidente del consiglio Draghi ha dichiarato che entro il 2026 dovranno essere spesi 27 miliardi per promuovere la parità di genere, con l’obiettivo di risalire di cinque punti la classifica europea in cui l’Italia, attualmente, è al quattordicesimo per parità di genere (EIGE). I cinque punti da recuperare sono il grande divario che si registra rispetto la media europea. Tutto questo si traduce in una perdita di competitività a livello economico. Sostenere un tema come la parità di genere non rappresenta una distrazione dai nostri compiti più strettamente riconducibili alla rappresentanza di categoria, ma è una strategia di politica economica. Più lavoro delle donne equivale a più crescita. Le proiezioni Ocse rivelano che se entro il 2030 la partecipazione femminile al lavoro raggiungesse i livelli maschili, la forza lavoro italiana crescerebbe del 7 per cento, con un pil con un punto in più in percentuale in anno”.

Twitter: @ChiaraBorzi

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