Antonio Caponetto: "Sulla spesa dei Fondi europei performance italiane positive" - QdS

Antonio Caponetto: “Sulla spesa dei Fondi europei performance italiane positive”

Valerio Barghini

Antonio Caponetto: “Sulla spesa dei Fondi europei performance italiane positive”

venerdì 12 Luglio 2019 - 06:08
Antonio Caponetto: “Sulla spesa dei Fondi europei performance italiane positive”

Forum con Antonio Caponetto, direttore generale Agenzia per la Coesione territoriale

Di cosa si occupa l’Agenzia per la coesione territoriale?
“Si tratta di un’Agenzia governativa istituita nel 2014, vigilata direttamente dal presidente del Consiglio dei ministri, che ha la funzione di promuovere lo sviluppo economico dei territori, con compiti di monitoraggio e vigilanza, garantendo standard di comportamento delle Amministrazioni nazionali e regionali che gestiscono i Fondi europei. Inoltre, può assumere funzioni dirette di autorità di gestione di programmi finanziati con le risorse della politica di coesione e per la conduzione di specifici progetti. Infine, non meno importante può proporre le necessarie misure di accelerazione degli interventi”.

Quante sono le linee di finanziamento?
“I fondi strutturali e di investimento europei sono quattro. La distinzione è fra Fse (Fondo sociale europeo), Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale), Feamp (Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca) e Fesr (Fondo europeo per lo sviluppo regionale). Esiste poi il Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) che è alimentato da risorse nazionali. Il Fesr è quello più consistente, con competenze di intervento più ampie e gestito direttamente da noi”.

Perché, gli altri non lo sono?
“Anche a livello di Commissione europea ogni Fondo ha una Direzione generale. Trattandosi, poi, di fondi specializzati per materia, la differenziazione è inevitabile. Va però precisato che vi è una compenetrazione molto forte, anche perché ci sono parecchi programmi plurifondo, che mettono insieme per esempio il Fesr con il Fse. Tuttavia a ‘comandare’ è lo stanziamento finanziariamente più forte, quasi sempre il Fesr”.

Come avviene il finanziamento dei progetti?
“Supponiamo che una certa Regione preveda di realizzare interventi in strade e aiuti alle imprese. Il programma stabilirà per esempio, fatta 100 la dotazione totale, di destinare 30 alle strade e 70 alle imprese. Si passa alla fase di definizione dei criteri di selezione delle priorità e ogni Amministrazione realizza gli interventi, attraverso la redazione di progetti. Man mano che le opere vengono attuate e che, quindi, i soldi vengono spesi, se ne chiede all’Unione europea il rimborso, attraverso la certificazione degli interventi”.

Dunque le Amministrazioni questi soldi li devono anticipare…
“Non del tutto, perché i programmi ricevono un prefinanziamento nell’ordine del 10-20 per cento dell’ammontare. Poi bisogna tenere presente che la certificazione va fatta anno per anno e deve rispondere a determinati target fissati dall’Ue, la quale stabilisce l’ammontare del prefinanziamento e poi impegna la somma nel proprio bilancio. Ipotizziamo, per semplicità, un solo programma che ‘vale’ 100 per sette anni: la Regione dovrà spendere e certificare un settimo di 100 per ogni anno. Subito, per dare fiato e partire, viene erogato il prefinanziamento. L’anno successivo verrà erogato, dopo essere stato certificato, il primo settimo di 100 e così fino alla fine. Questo significa anche che, trattandosi di un meccanismo a rimborso secondo la logica ‘N+3’, è vero che il programma settennale è 2014-2020, ma è pur vero che le certificazioni hanno un’estensione temporale fino al 2023”.

Quando si dice che una Regione ha certificato una somma significa che l’importo è stato speso?
“Certo, altrimenti non lo si potrebbe certificare. Ogni programma è dotato di un sistema di gestione che assicura che l’attività di controllo sia svolta a vari livelli: il primo precede la certificazione delle spese alla Commissione europea, il secondo svolge attività di audit. A cui possono aggiungersi le verifiche che possono essere disposte dagli organismi Ue”.

Al di là di questa esaustiva spiegazione tecnica, i fondi l’Italia li spende o no?
“Spesso leggo sulla stampa frasi del tipo ‘L’Italia perde fondi europei’. In senso letterale questo non è vero: da quando esiste questo tipo di programmazione il nostro Paese ha perso sì qualcosa, ma in termini di ‘zerovirgola’”.

Se non sono state perse delle somme, non si possono però negare problemi di lentezza…
“L’Italia è afflitta da ritardi nell’utilizzo dei fondi, alcuni legati alle lungaggini del sistema giudiziario. Tuttavia il nostro Paese ha due aspetti peculiari: prima di tutto una struttura amministrativa molto più complessa, con Stato, Regioni, Enti locali, Consorzi di bonifica e chi più ne ha più ne metta; l’altro aspetto è legato alla conformazione del territorio e alla storia, poiché siamo l’unico Paese attraversato al suo centro da una catena montuosa. In Italia, poi, appena scavi una strada per realizzare, per esempio, una linea della metropolitana, il passato ti restituisce subito qualcosa. Una situazione che da un lato fa lievitare i costi, dall’altro allunga i tempi. A fare da contraltare, l’aspetto positivo del trend delle frodi comunitarie: i dati evidenziano che l’Italia non solo ne ha meno, ma vi è anche un andamento decrescente. In questo, però, giocano un ruolo anche i diversi sistemi giudiziari: la Spagna, per esempio, parla di frode, e quindi denuncia all’Olaf, l’organismo europeo preposto, solo quando la sentenza è passata in giudicato. Da noi, viceversa, si parla di frode, e vi è la relativa segnalazione, sia quando è ancora presunta che quando ha dato vita a un procedimento giudiziario”.

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Antonio Caponetto, direttore generale dell’Agenzia per la Coesione territoriale

In campo una task force per spendere le risorse rimaste impantanate in Sicilia

Nel Mezzogiorno com’è la situazione? A parte le virtuose Puglia e Basilicata, sembra vi siano intoppi che rischiano di far perdere delle opportunità…
“La Sicilia, al Sud, è la Regione che presenta i maggiori ritardi. Basti pensare che l’anno scorso, a giugno, non era stato certificato praticamente nulla. Abbiamo così deciso, di comune accordo con il ministro per il Sud Barbara Lezzi, il presidente della Regione Nello Musumeci e Corine Cretu, commissario europeo per la politica regionale nella Commissione Juncker, di inviare una task force dedicata unicamente agli investimenti del Piano operativo regionale Fesr: otto componenti del Nuvec (il Nucleo di verifica e controllo dell’Agenzia, nda) e due funzionari che hanno operato, per tutto il secondo semestre 2018, in affiancamento alle strutture regionali. Questo ha permesso di certificare interventi per 719 milioni di euro, consentendo alla Sicilia di raggiungere il target N+3 fissato. Cifra nel frattempo salita a 734 milioni e un delta per il 2019 pari a circa 388 milioni di euro. Per raggiungere la cifra prevista di 1 miliardo e 121 milioni di euro”.

Qual è la dotazione complessiva per la Sicilia?
“Per quanto concerne il Fesr, poco più di 4,2 miliardi. Ciò significa che da qui al 2020, dedotto il miliardo e 121 milioni di cui sopra, ne restano da certificare circa 3. Vanno poi aggiunti 0,820 miliardi del Fse e 2,33 miliardi che scaturiscono dalla somma tra Feasr (2,212 miliardi) e Feamp (0,118 miliardi). Per un totale di fondi europei strutturali di quasi 7,5 miliardi di euro. Relativamente al Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc), invece, nel periodo 2014-2020 alla Regione Sicilia, attraverso il Patto per il Sud, sono state destinate risorse per 2,320 miliardi di euro, con finanziamenti a interventi in cantiere per circa 143 milioni di euro e 452 milioni a interventi con progettazione in corso”.

Serve un’accelerazione per i 4,2 mld di Fesr

Se la Sicilia deve spendere e certificare circa 3 miliardi di euro da qui al 2020, serve una grande accelerazione?
“Una rincorsa sarà necessaria, pena subire una perdita secca di risorse. Dobbiamo tassativamente raggiungere gli oltre 4,2 miliardi di Fesr certificati. Un enorme aiuto lo dà, non soltanto per la Sicilia, il nuovo Decreto Crescita che prevede, al fine di snellire le procedure e in sostituzione della pluralità degli attuali documenti programmatori, una loro riclassificazione, affinché ogni Amministrazione possa produrre un unico ‘Piano sviluppo e coesione’ con modalità unitarie di gestione e monitoraggio. Ciò non toglie che avremo una spesa più concentrata che dovrà mettere in moto un consistente effetto propulsivo. Un ruolo fondamentale lo gioca ancora una volta la Regione. Serve la stabilità, non solo politica: un eccessivo turn over di dirigenti non porta benefici. In ogni caso per il periodo 2014-2020 la Sicilia finora ha certificato tutte le spese previste dal bilancio dell’Unione senza incorrere in disimpegno di fondi e rispettando i tempi dei Regolamenti. Un po’ in affanno, ma lo ha fatto”.

L’azione di supporto proseguirà?
“Sì. Sono in corso incontri bilaterali e qualche settimana fa a Catania si è tenuto il Comitato di sorveglianza per la partecipazione al quale, giova ricordarlo, non sono dovuti gettoni di presenza, né compensi, né rimborsi spese o altri emolumenti. Io, con questa opera di affiancamento, mi pongo anche un altro obiettivo: far crollare il luogo comune secondo cui i fondi europei sarebbero una cosa talmente complicata da renderli comprensibili solo a pochi. Non è così”.

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