Il poliedrico artista, atteso sul palco dell’Abc di Catania dall’8 al 23 marzo con lo spettacolo “Solo”, si racconta al QdS
CATANIA – Illusione, magia, trasformazioni pirotecniche. In un battibaleno il palcoscenico diventa una girandola di personaggi e di arti poliedriche: il mimo, le ombre cinesi, la chapeaugraphie, il sand painting che si intrecciano a raggi laser e a videomapping. Surrealista e funambolico, torna Arturo Brachetti con il suo grande one man show ‘Solo. The legend of quick-change’. Lo spettacolo farà tappa all’Abc di Catania dall’8 al 23 marzo 2025.
“Ho sempre avuto ottimi riscontri da parte del pubblico siciliano, sia quando ho proposto degli spettacoli più seri come ‘M. Butterfly’ con Ugo Tognazzi, sia quando ho portato il gran varietà o il one man show come ultimamente a Catania. Alcuni mesi fa sono stato a Palermo con il cabaret, la commedia musicale, ed è andata molto bene. Ho anche dei bei ricordi legati all’estate scorsa nel Siracusano. In Sicilia c’è un pubblico affezionato al teatro, molto presente e attivo. L’unico problema sono le porzioni nei ristoranti. Perché io faccio una dieta, che cerco di mantenere, poi arrivo qui e le razioni sono il doppio”.
Esibirsi davanti a un pubblico è, in fondo, una terapia di gruppo?
“È nel nostro Dna: condividere insieme delle emozioni, ridere, piangere, sognare. Forse è un po’ meno abituato il pubblico più giovane, per il quale diventa una novità che gli viene venduta come ‘esperienza immersiva’. Ma è una cosa che facciamo da tremila anni”.
Che novità porta in scena?
“Questa è l’ottava edizione del mio one man show ‘Solo’. Ogni anno cerco di apportare qualche piccola ulteriore miglioria ma, di fatto, è diventato la mia pensione. Uno spettacolo che piace, i teatri lo vogliono in cartellone, il pubblico ritorna con degli amici che non lo avevano ancora visto. Un po’ come il grandissimo Proietti che ha portato in scena ‘A me gli occhi, please’ fino alla morte. È il mio cavallo di battaglia”.
Cambi d’abito e di ruoli velocissimi, interpretando una sessantina abbondante di personaggi. Ce n’è qualcuno a cui si è particolarmente affezionato?
“Durano tutti talmente poco che, alla fine, non c’è il tempo di dire ‘mi è piaciuto’”.
Ci confesserebbe un momento nel quale riscontra particolare difficoltà nella trasformazione?
“Quando faccio me stesso, quello è il personaggio più difficile. Quando sono in maglietta, mentre parlo al pubblico senza maschere né costumi. Stare lì, al centro dell’attenzione, mezzo metro sopra gli altri… È difficile essere sé stessi”.
Qual è, invece, l’aspetto più esaltante?
“Di certo quando volo. Ho sempre trovato una scusa per farlo. È come vivere un sogno, anche se attraverso l’illusione. Un momento nel quale, veramente, mi dimentico la macchina teatrale che mi sposta, mi alza, mi fa girare. La sensazione di staccarsi lentamente dal suolo e, piano piano, andare su, fare le capriole… risveglia quel Peter Pan che c’è in me”.
Un Peter Pan che ha fatto pace con la sua ombra.
“È una definizione assolutamente calzante. Perché l’ombra ti mostra impietosamente che stai invecchiando. E io odio invecchiare, come – credo – la stragrande maggioranza delle persone. A un certo punto, però, ho realizzato che è inevitabile, così ho fatto pace con me stesso”.
Riconoscibilissimo, grazie anche a “quel” ciuffo. Tallone d’Achille o superpotere?
“Superpotere, senz’ombra di dubbio! Il giorno che mi vedrete col ciuffo rasato, non sarò più Arturo Brachetti”.
Una leggenda vivente che ha superato seicentomila spettatori in oltre cinquecento repliche, che vanta milioni di fan sparsi per i sette continenti e che, ventitré anni fa, è entrata perfino nel Guinness dei primati. Di fatto, dunque, inimitabile.
“Mi possono rubare l’hardware ma non il software. Possono riprodurre la tecnica del costume, della giacca, ma tutto ciò che sta dentro, che è frutto della cultura, delle esperienze vissute, non lo possono imitare perché è la mia personalità, la mia maniera di esprimermi, la mia vita. Li conosco tutti, gli uomini e le donne dei talent, li vedo su YouTube. Per loro sono il guru, il grande maestro. Ma hanno un repertorio che non supera i dieci minuti, quando io con quattrocentocinquanta costumi ho fatto spettacoli di ore e ore. Il teatro è emozione, non può essere solo una competizione televisiva”.
Che rapporto ha con fama?
“Ho sempre il mio schiavetto invisibile attaccato al culo, che mi dice ‘memento mori’. Tutti passano, anche i grandi miti. Per carità, fa piacere che la gente ti riconosca e, finché c’è la polarità, è meraviglioso. La fama, l’applauso, sono una forma d’affetto. Così come quando ti sorridono per strada, ti salutano, chiedono la foto. È bello – certo – però non bisogna affezionarcisi”.
Le piace essere immaginato come un ‘fantasticattore’. La magia esiste negli occhi di chi vuol vederla?
“La magia esiste nella vita di ogni giorno. Ma, più che della magia, abbiamo bisogno dell’illusione. Tutti vorremmo essere invisibili, in grado di trasformarci in qualcosa, di possedere il biglietto vincente della lotteria… Continuiamo ad accarezzare il sogno della magia, immaginando l’esistenza di un mondo parallelo, invisibile, che ci circonda. Facebook, per esempio, è il più grande esperimento di illusione collettiva ripetuto quotidianamente da milioni di persone che spacciano per realtà video e fotografie che sono palesemente un falso, ricorrendo a filtri che servono ad illudere gli altri e, prima ancora, sé stessi. C’è gente che fa finta di avere i soldi, chi di avere un’amica, chi fa finta che la moglie non lo tradisca… È la realtà immaginata quella che ci rende felici, e molti, quasi tutti, seguiamo questo credo”.
A differenza di altri, può ritenersi fortunato ad aver riconosciuto la sua vocazione.
“Quando lasciai il seminario dopo sei anni, il prete che mi aveva insegnato i giochi di prestigio e le magie, mi disse: ‘Se non hai la vocazione religiosa non è importante, l’importante è avere una vocazione. Se la tua è quella di far sognare, perseguila con tutto te stesso’. E, a poco a poco, è diventata la mia vita”.