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Asili nido, Italia indietro per posti e spesa

Marco Carlino

Asili nido, Italia indietro per posti e spesa

giovedì 23 Luglio 2020 - 00:00
Asili nido, Italia indietro per posti e spesa

L’Ocpi certifica il gap rispetto alla media Ue: offerta di posti inferiore al 25% dei potenziali utenti. Al Sud le performance peggiori: in Sicilia il tasso medio di copertura è del 10%

ROMA – L’offerta di posti in asili nido in Italia è ancora inferiore al 25% dei potenziali utenti, sotto la media europea sia in termini di spesa, sia in termini di utenza. Per raggiungere l’obiettivo europeo di un tasso di copertura del 33%, la spesa corrente dei comuni dovrebbe aumentare di circa un miliardo all’anno. Questo è quanto emerge da un studio condotto dall’Ocpi (Osservatorio Conti Pubblici Italiani), che ha scattato una fotografia sull’attuale situazione degli asili nido nel nostro Paese, chiedendosi allo stesso tempo quali siano le misure necessarie per potenziarli.

Nell’anno scolastico 17/18 i posti a disposizione negli asili nido erano circa 55 mila, di cui il 51% pubblici e il 49% privati. Il tasso di copertura della fascia 0-2 anni è pari al 24,7%, al di sotto di quello che l’Ue aveva raccomandato di raggiungere entro il 2010.

I trend per aree geografiche rivelano, inoltre, uno spaccato significativo tra Nord e Sud: mentre le regioni del Centro-Nord e la Sardegna, infatti, raggiungono in media valori attorno al 30% e in alcuni casi (Valle d’Aosta, Umbria, Emilia-Romagna, Toscana) superano l’obiettivo europeo, al Sud e in Sicilia il tasso medio di copertura crolla fino a poco più del 10%.

L’Italia spende lo 0,08% di Pil per gli asili nido e secondo un rapporto Ocse del 2015, si trova all’undicesimo posto su quattordici Paesi europei. Ad esempio, la Germania spende più del doppio in rapporto al Pil. E non solo, il nostro Paese è più indietro rispetto ai principali Paesi europei anche in termini di bambini iscritti al nido o ad altre strutture per l’infanzia.

Nel 2019 – si legge nello studio – emerge un altro dato eloquente: il numero di nascite in Italia ha toccato un nuovo minimo (435 mila). Tra le cause della bassa natalità c’è la difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare: come si evince dai dati dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, nel 2019 oltre 25 mila genitori (quasi tutte madri) con figli minori di tre anni si sono licenziati per impossibilità di conciliare lavoro e famiglia.

In questo senso il sistema italiano di sostegno alla natalità non aiuta essendo frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati. Il governo ha perciò cercato di metterci una pezza approvando il “Family Act”, il cui testo risulta essere molto vago, ma accanto all’introduzione di un “assegno universale” per tutti i figli minorenni si prevede anche un potenziamento degli asili nido per favorire la conciliazione tra vita familiare e lavorativa.

Non solo, accanto alle agevolazioni comunali, lo Stato contribuisce anche al pagamento delle rette, principale causa per cui le famiglie non mandano i bimbi all’asilo, con il “Bonus nido”. Da quest’anno, il valore massimo del bonus per ogni figlio iscritto al nido è aumentato da 1.500 a 3mila euro per le famiglie con Isee inferiore a 25 mila euro e a 2.500 euro per le famiglie con Isee tra 25 mila e 40 mila euro.

Secondo l’Ocpi per portare il tasso di copertura della fascia 0-2 anni al 33%, come raccomandato dalle istituzioni europee o al 60%, come suggerito dal Piano Colao, oltre agli investimenti necessari per costruire nuove strutture o ampliare quelle esistenti, la spesa corrente aggiuntiva che i comuni dovrebbero sostenere ogni anno per garantire il tasso di copertura minimo sarebbe di circa un miliardo; per raggiungere il 60%, potrebbero servire invece circa 4,3 miliardi in più.

Per quanto riguarda le spese di investimento, invece, l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato stima un costo una tantum di sedici mila euro per ogni posto aggiuntivo: vale a dire un investimento di 1,9 miliardi per raggiungere la copertura del 33% e di 8,1 miliardi per la copertura del 60% con un ammortamento di questi investimenti, pari al 3% annuo per gli edifici, che ammonterebbe rispettivamente a circa 60 e 240 milioni all’anno, da aggiungere alla spesa corrente.

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