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Auto, Toyota e Jlr: piano Made in Europe minaccia investimenti (FT)

Auto, Toyota e Jlr: piano Made in Europe minaccia investimenti (FT)

Nodo incentivi Ue per flotte e piccole elettriche. Vw e Stellantis favorevoli

Milano, 11 giu. (askanews) – Toyota e Jaguar Land Rover avvertono Bruxelles: le nuove regole Ue sul “Made in Europe” rischiano di aumentare i costi industriali, frenare gli investimenti e mettere sotto pressione l’occupazione nel settore auto. Lo scrive il Financial Times, secondo cui il piano allo studio della Commissione ha acceso lo scontro tra costruttori globali, case europee e fornitori.

La proposta, inserita nell’Industrial Accelerator Act, prevede che le auto destinate alle flotte aziendali e le piccole elettriche debbano essere assemblate nell’Ue per poter accedere a sussidi pubblici e appalti. Per i componenti, batterie escluse, Bruxelles ipotizza inoltre una soglia del 70% di contenuto locale per qualificare i veicoli agli incentivi.

Il nodo riguarda soprattutto i gruppi che servono il mercato europeo da stabilimenti in Paesi legati all’Ue da accordi commerciali o fortemente integrati nelle catene di fornitura regionali, come Regno Unito, Turchia e Marocco. Per Toyota e Jlr, l’impostazione rischia di penalizzare impianti e fornitori che contribuiscono comunque all’economia europea.

Jlr, controllata dall’indiana Tata Motors, ha avvertito che le nuove regole aggiungerebbero costi amministrativi e industriali, obbligando i costruttori a documentare l’origine dei componenti lungo tutta la catena di fornitura. Secondo il gruppo britannico, le norme non risolverebbero il divario strutturale di competitività tra Europa e Cina e potrebbero rendere le auto prodotte nell’area ancora più costose rispetto ai modelli cinesi.

Toyota, che in Europa e nel Regno Unito conta otto stabilimenti e circa 25mila addetti, chiede che anche le vetture prodotte in Giappone, Regno Unito e Turchia possano rientrare nel perimetro degli aiuti. Yoshihiro Nakata, responsabile delle attività europee del gruppo giapponese, ha sostenuto che escludere partner industriali chiave potrebbe indebolire investimenti, occupazione e trasferimento tecnologico.

Il tema è particolarmente sensibile nel Regno Unito. Nissan, ricorda il FT, ha già indicato che la sua fabbrica di Sunderland sarebbe a rischio se la politica Ue entrasse in vigore nella forma attuale. Anche Jlr chiede a Bruxelles di valutare il contributo economico complessivo dei costruttori, inclusi export e attività industriali, e non solo il luogo finale di assemblaggio dei veicoli.

L’obiettivo della Commissione è rafforzare la base manifatturiera europea e riportare il peso dell’industria dal 14,3% dell’economia Ue nel 2024 al 20% entro il 2035. Ma tra gli Stati membri cresce la pressione per modificare il testo e includere almeno il Regno Unito, con Francia e Germania orientate a correggere l’impianto attuale.

La proposta ha però il sostegno di costruttori come Volkswagen e Stellantis e di una parte importante della componentistica. Clepa, associazione europea dei fornitori, si è detta favorevole all’estensione del meccanismo al Regno Unito e ad altri partner di libero scambio, ma contraria ad annacquare la soglia del 70% di contenuto europeo.

Per Bruxelles, le misure su flotte aziendali e piccole elettriche restano strumenti chiave per accompagnare la transizione verde e fare in modo che la domanda sostenuta da fondi pubblici si traduca anche in crescita produttiva nella filiera Ue. Il confronto, conclude il FT, si sposta ora sulla definizione del perimetro geografico del “Made in Europe” e sul rapporto tra protezione industriale, costi e competitività.