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Autonomia e sviluppo

Dario Immordino

Autonomia e sviluppo

venerdì 05 Marzo 2021

Le relazioni della Corte dei conti sul rendiconto regionale certificano il tramonto di un modello di politiche pubbliche

Le relazioni della Corte dei conti sul rendiconto regionale e sul documento di economia e finanza certificano il tramonto di un modello di politiche pubbliche e la necessità improrogabile di sostituirlo con uno più coerente con le esigenze dell’economia e della società regionali e con quelle di finanza pubblica.

L’intera esperienza autonomistica siciliana risulta incentrata sul modello dell’intervento della Regione in economia e della creazione di sviluppo attraverso la distribuzione a pioggia di risorse e la moltiplicazione degli enti e delle strutture pubbliche: società partecipate e controllate, enti ed istituti di varia natura, agenzie, consorzi, gal, distretti, che avrebbero dovuto sostenere le imprese e favorirne l’internazionalizzazione, incrementare l’occupazione, attrarre investimenti, favorire l’insediamento ed il consolidamento di attività produttive negli ambiti strategici per l’economia e la società regionali.

Il fallimento di questo modello di politiche non è mai stato affrontato seriamente, ed ai risultati deludenti prodotti dalla miriade di soggetti pubblici istituiti nel corso degli anni si è costantemente fatto fronte attraverso l’istituzione di nuove strutture che avrebbero dovuto sostituire quelle precedenti rivelandosi più efficienti e producendo effetti benefici in termini di sviluppo ed efficienza delle prestazioni pubbliche. Ma gli enti, le società gli istituti ed i vari soggetti da sostituire non si possono eliminare con un tratto di penna, perché hanno dipendenti, rapporti finanziari, partecipazioni, debiti, contenziosi ed è quindi necessaria una fase di liquidazione, che spesso si è protratta diversi anni. Così la sostituzione si è di fatto trasformata in una moltiplicazione dei soggetti pubblici, che ha determinato la dilatazione incontrollata del perimetro regionale, la stratificazione e la frammentazione delle politiche pubbliche, spesso incoerenti e contrastanti perché concepite da una vasta gamma di centri decisionali in assenza di forme effettive ed efficaci di coordinamento.

Questa strategia di intervento pubblico in economia non ha prodotto sviluppo, ma ha creato una burocrazia elefantiaca e molto costosa, che assorbe una quota consistente di risorse pubbliche sottraendole alle prestazioni sociali, al finanziamento degli enti locali e delle infrastrutture, all’investimento produttivo.

Circa la metà delle risorse del bilancio regionale risulta, infatti, destinata alla struttura burocratica, al personale pubblico e ai soggetti controllati e il finanziamento delle iniziative dirette allo sviluppo dell’economia regionale risulta sostanzialmente affidato ai fondi europei, che però a causa della moltiplicazione dei soggetti pubblici si disperdono in mille rivoli e non producono gli effetti sperati.

Gli innumerevoli soggetti che a vario titolo gravitano nell’orbita pubblica, infatti, costituiscono centri decisionali e centri di programmazione, che partoriscono programmi, piani, interventi, misure spesso incoerenti, e talvolta contrastanti, e percepiscono le risorse europee disperdendole in mille rivoli.

La crisi della finanza pubblica e l’esigenza di razionalizzare e rendere efficiente l’uso delle risorse prelevate dalla collettività hanno reso insostenibile questa situazione, e da diversi anni ormai anni la legislazione nazionale impone la soppressione o razionalizzazione delle società partecipate e dei soggetti che a vario titolo partecipano alle politiche pubbliche, il Governo nazionale condiziona la concessione di risorse e vantaggi finanziari alla Sicilia (spalmatura del disavanzo e alleggerimento del contributo alla finanza pubblica) alla riduzione del perimetro pubblico , e la Corte dei conti sollecita un cambio di rotta nelle politiche regionali.
Tutti questi fattori contribuiscono a delineare un nuovo modello di politiche pubbliche nell’ambito del quale la Regione promuove lo sviluppo attraverso la qualità della legislazione la riduzione dei vincoli e degli oneri burocratici, la distribuzione razionale di risorse, l’efficienza dei servizi e delle prestazioni pubbliche.

La Sicilia solo di recente ha cominciato, con una certa refrattarietà, a ridurre il perimetro dell’intervento diretto in economia, avviando la razionalizzazione delle società partecipate ed imponendo loro le regole di buona gestione, ma non ha ancora rinunciato a questo modello di sviluppo, né avviato la sua sostituzione con quello fondato sulla regolazione efficiente dell’esercizio dei poteri pubblici e del mercato.

Eppure il Rapporto Doing Business della Banca mondiale e gli studi più accreditati evidenziano che l’efficienza amministrativa costituisce un fattore di attrazione degli investimenti superiore ai bassi livelli di tassazione che può produrre un impatto sul prodotto interno lordo superiore, nel lungo periodo, all’uno per cento.

Sicché l’ampia competenza legislativa ed amministrativa in materie come l’industria e il commercio, l’agricoltura, l’urbanistica, i lavori pubblici, la pesca, il turismo, la tutela del paesaggio, il trasporto locale di cui dispone la Regione le consentirebbe di produrre effetti espansivi sull’economia territoriale contrastando efficacemente l’asfissiante burocrazia che danneggia i cittadini ed ostacola la competitività del sistema produttivo regionale, promuovendo politiche a sostegno dell’occupazione, rendendo efficiente l’erogazione di servizi e prestazioni pubbliche e la gestione dei fondi strutturali europei, razionalizzando la disciplina dei contratti pubblici, uno dei settori sensibili dello sviluppo territoriale, che produce una quota consistente del PIL regionale, accelerando i termini delle autorizzazioni e concessioni pubbliche e i tempi per la realizzazione di iniziative produttive.

Non v’è dubbio, infatti, che l’adozione di efficaci misure concernenti il rispetto dei termini procedimentali, la semplificazione delle regole e la riduzione degli oneri burocratici, la razionalizzazione dei controlli ed eliminazione di quelli superflui o controproducenti, in relazione ad ambiti strategici dell’economia come il turismo, il sistema dei lavori pubblici, la disciplina dell’attività edilizia, la programmazione delle infrastrutture, le politiche ambientali aiuterebbe la Sicilia ad uscire dalla pericolosa situazione di stallo che ne soffoca le potenzialità, e produrrebbe notevoli riduzioni di costi e di adempimenti per i cittadini e gli operatori economici, rendendo il sistema produttivo molto più efficiente e competitivo
Basti pensare che la corretta applicazione delle norme sulla semplificazione amministrativa consentirebbe di sbloccare diverse migliaia di procedimenti concernenti l’insediamento di attività produttive e di istanze di gestione del patrimonio regionale, che attualmente si dilata ben oltre i termini prescritti, con record di 4, 5 e persino 10 anni, a causa di richieste di pareri e documentazione non necessaria, ritardi nella definizione delle attività istruttorie ecc.

Allo stesso modo l’adozione dei più diffusi strumenti di valutazione della qualità dei progetti, lo snellimento delle procedure, il rafforzamento delle capacità tecniche delle amministrazioni coinvolte, la strutturazione di efficaci forme di coordinamento tra gli apparati burocratici, l’eliminazione di adempimenti e controlli inefficaci renderebbe più efficiente la gestione dei fondi strutturali europei, mentre adeguate misure di selezione dei formatori e dei contenuti e di controllo dalla qualità dei progetti formativi e della didattica consentirebbero al sistema regionale di formazione professionale di offrire ai giovani effettive opportunità di lavoro. Ciò consentirebbe di realizzare da subito una profonda riforma del sistema regionale, che lo renderebbe molto più efficiente e competitivo, con notevoli riduzioni di spesa e benefici per cittadini e imprese.

Dario Immordino

Componente del gruppo di lavoro sulla riforma della contabilità regionale istituito presso la Regione siciliana

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