BRESCIA – L’Istituto tecnico commerciale statale Abba-Ballini è capofila, per la provincia bresciana, della rete “A scuola contro la violenza sulle donne”, nata su impulso dell’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia e di Regione Lombardia al fine di promuovere nelle scuole una cultura di prevenzione e contrasto alla violenza di genere.
Alla rete aderiscono 27 istituti scolastici e dieci enti e associazioni attive nel contrasto alla violenza, tra cui centri antiviolenza e realtà impegnate nella tutela dei diritti delle donne. L’obiettivo è ideare attività formative e percorsi didattici capaci di sensibilizzare studenti, docenti e famiglie sulla gravità del fenomeno, lavorando in modo strutturato e continuativo sul territorio provinciale.
Abbiamo intervistato il preside Giovanni Scolari, che ci ha raccontato il lavoro che la rete porta avanti e le sfide educative legate a un tema tanto urgente quanto complesso.
Preside Scolari, come nasce questa rete e qual è il suo obiettivo?
“Alla fine degli anni Dieci l’Usr Lombardia ha pubblicato un avviso per diffondere la cultura contro la violenza di genere anche nelle scuole. In ogni provincia è stata individuata una scuola capofila con il compito di raccogliere le adesioni e organizzare momenti di formazione per studenti, famiglie e docenti. Facciamo proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, incontri con testimoni che raccontano la loro esperienza. Tre anni fa ho assunto questo incarico e di recente abbiamo rinnovato l’adesione con il nuovo avviso regionale”.
Qual è la particolarità della rete bresciana?
“Abbiamo costruito una rete molto ampia, che coinvolge scuole del primo e del secondo ciclo, Centri antiviolenza e associazioni del territorio. Ma c’è un elemento che ci distingue: quest’anno abbiamo siglato un protocollo d’intesa con due grandi gruppi economici del territorio, Alfa Acciai e Comunità Pratica. È un’operazione di integrazione tra mondo del lavoro e mondo della scuola”.
Qual è il ruolo delle aziende all’interno della rete?
“È un ruolo di collaborazione. Organizziamo insieme eventi per gli studenti: quest’anno abbiamo aperto i lavori della rete con una bellissima iniziativa in teatro e stiamo preparando un ciclo di mostre fotografiche itineranti che porteranno cultura nelle scuole e che ogni anno raggiungono quattro o cinque istituti. Le iniziative verranno diffuse anche tra il personale delle aziende, spesso composto da genitori di figli che vanno a scuola”.
Ha notato un cambiamento nel modo di affrontare questa tematica da parte di ragazze e ragazzi?
“Invito a leggere l’ultimo report di Save the Children, che evidenzia dati preoccupanti. Sicuramente nel linguaggio quotidiano e sui social c’è stata un’escalation di contenuti violenti, e questo ha inevitabili riflessi anche sugli studenti. Se si diffonde una cultura della violenza, i giovani ne risentono nei loro rapporti. Detto questo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: ci sono tanti ragazzi consapevoli e rispettosi. La violenza non riguarda tutti, ma è un fenomeno che non va sottovalutato”.
Quanto pesa il ruolo dei social?
“Pesano molto, ma non do la colpa solo ai social. Prima ancora dei ragazzi, spesso sono gli adulti a utilizzare modalità comunicative aggressive. I giovani crescono in un ambiente che talvolta normalizza l’aggressività, anche nei media e nei dibattiti pubblici. Chi cresce in un contesto violento, come ricorda Save the Children, aumenta il rischio di diventare autore o vittima di violenza”.
In che modo vengono coinvolte le famiglie?
“La provincia di Brescia è molto estesa, quindi il coinvolgimento diretto è complesso. In passato abbiamo organizzato conferenze affrontando temi come la violenza economica contro le donne, con esperti e professionisti. Quest’anno collaboreremo con la rete antiviolenza per proporre momenti di confronto, in presenza e online, aperti anche ai genitori e ai dipendenti delle aziende. E i genitori partecipano anche indirettamente, sostenendo i figli nei percorsi proposti dalle scuole”.
Il messaggio che emerge con forza è chiaro: la prevenzione passa dalla cultura e dalla responsabilità condivisa. La scuola può offrire strumenti per riconoscere situazioni di violenza e per non voltarsi dall’altra parte. In un contesto sociale in cui il linguaggio si fa più duro e le relazioni più fragili, costruire alleanze tra scuola, territorio e mondo del lavoro diventa una scelta educativa strategica. Perché contrastare la violenza sulle donne non è solo un obiettivo didattico, ma una sfida civile che riguarda l’intera comunità.

