Berlino, 60° del Muro demolito il 9 novembre 1989 - QdS

Berlino, 60° del Muro demolito il 9 novembre 1989

Carlo Alberto Tregua

Berlino, 60° del Muro demolito il 9 novembre 1989

giovedì 26 Agosto 2021 - 00:00

Gratitudine a Michail Gorbačëv

Il 13 agosto 1961, la parte comunista della Germania – in base al Trattato di Parigi fra i vincitori della seconda Guerra mondiale (tra i quali Truman, de Gaulle, Churchill e Stalin) – cominciò a edificare il Muro che divise Berlino in due parti: da una la libertà e la democrazia, dall’altra la dittatura del Partito unico.

Il 9 novembre 1989, finalmente, quel Muro si cominciò a demolire, con la riunificazione delle due Germanie e dei suoi sedici Länder: quelli orientali in condizioni economiche e sociali disastrose e quelli occidentali che, invece, avevano innestato la presa diretta con uno sviluppo che primeggiava in Europa.

Dunque, quel Muro restò in piedi per ventotto anni. Dietro di esso sono state compiute nefandezze di ogni genere, proprie delle dittature, dove pochi comandano e tanti sono costretti all’obbedienza.
La storia è nota a tutti, ma in questo mese abbiamo voluto ricordarla.

Il popolo tedesco e, in genere, le democrazie occidentali, dovrebbero essere grate all’uomo che consentì la riunificazione della Germania. Ci riferiamo a Michail Gorbačëv, il quale aprì le porte di tutti gli Stati dominati dall’Unione sovietica alla democrazia, consentendo al suo stesso Paese (l’Urss) di diventare anch’esso una democrazia.

Si tratta di un evento storico del tutto inspiegabile, perché non si capisce come chi avesse in quell’epoca un potere assoluto all’interno del proprio Paese – essendo il numero uno sia del Partito che della Nazione – nonché dominasse tanti altri Stati, abbia avuto l’illuminazione che il sistema che lui governava non era conforme all’umanità, e lo sfasciò letteralmente.

È difficile che le dittature siano illuminate, almeno ai nostri giorni. Spesso esse sono mascherate da democrazie, finte democrazie, perché avendo in mano la macchina elettorale, possono ottenere tutti i risultati che vogliono e, una volta realizzata la maggioranza assoluta o qualificata del Parlamento, possono votare le leggi che vogliono.

Uno per tutti, l’attuale capo della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, che di fatto è divenuto un capo assoluto e perpetuo perché non ha limiti di mandato.
Il dilemma di sempre fra democrazia e dittatura si risolve in maniera immediata con la propensione verso la prima. Però, a pensarci bene, dobbiamo analizzare se la democrazia, ammalandosi gravemente, non sia addirittura peggiore di una dittatura eventualmente intelligente.
Relativamente a quest’ultima, ci riferiamo alla Cina e al Vietnam, ormai riunito; non certo a Cuba o alla Corea del Nord o a tanti staterelli africani ove tali forme di governo di fatto sono la prevalenza di un capo tribù rispetto a un altro.

Raffrontiamo le dittature intelligenti, come quelle citate, con le democrazie ammalate, come la nostra.
Qual è l’elemento che differenzia i due tipi di istituzione? La capacità di scegliere e di decidere piani di sviluppo socio-economico che consentano all’intera collettività di progredire continuamente e in modo sensibile. Mentre nelle democrazie ammalate, le decisioni sono lente e le esecuzioni sono insufficienti, con la conseguenza che la crescita è molto vicina allo zero.

Non è così in tutte le economie avanzate. Per esempio, negli Stati Uniti vi sono meccanismi tassativi e non derogati da oltre duecento anni. Il primo presidente fu George Washington, eletto nel 1789, e l’attuale, Joe Biden, è appena il quarantaseiesimo.
Nel nostro Paese, dal dopoguerra a oggi, abbiamo avuto ben cinquantanove presidenti del Consiglio, a partire da Alcide de Gasperi, per arrivare all’attuale, Mario Draghi.

Con Governi che si avvicendavano ogni anno e, in alcuni casi, più volte nello stesso anno – come per esempio i Governi balneari – non è stato mai possibile impostare piani poliennali che facessero crescere l’Italia come la Germania, la Francia o la Gran Bretagna.

La democrazia ammalata di inefficienza è un disastro. Non sappiamo se vi sia una cura chemioterapica per riportarla nei giusti binari di un sistema ordinato, perché la causa prima, cioé l’ignoranza, si estende sempre di più a macchia d’olio e rende impotenti i cittadini di fronte alle magagne di un ceto politico furbo e rapace.

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