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Bertolini: transizione finita, Biondi Santi di nuovo nel gotha mondiale

Bertolini: transizione finita, Biondi Santi di nuovo nel gotha mondiale

Le tre nuovi uscite sanciscono il riposizionamento tra i fine wine

Milano, 8 giu. (askanews) – ‘Dopo sette anni, sono orgoglioso di dire che abbiamo concluso quel difficile processo di transizione iniziato alla fine del 2016, quando Jacopo Biondi Santi ha venduto l’azienda al gruppo francese del lusso EPI, di proprietà della famiglia dell’imprenditore Christopher Descours’. È giustamente soddisfatto Giampiero Bertolini, dal novembre 2018 ufficialmente alla guida dell’azienda simbolo di Montalcino e del Brunello. È lui che ha riportato in auge un brand straordinario da tempo in grande sofferenza, ridando ai vini quello smalto di eleganza e lo slancio di bevibilità che li avevano resi celebri in tutto il mondo.

Le nuove uscite sono tre: il ‘Brunello di Montalcino 2020’ (anche nel formato da 1,5 litri), il ‘Brunello di Montalcino Riserva 2019’ (dal 1888 ne sono uscite in tutto 44) e una nuova release di ‘La Storica’, che nel 2026 coincide con l’annata 1983, proposta in quantità limitata. Tutto nasce da un patrimonio vitato distribuito in cinque siti della Denominazione. Tenuta Greppo resta il centro della storia aziendale ma il profilo dei vini si costruisce anche attraverso I Pieri, Scarnacuoia, Pievecchia e Ribusuoli, tra i quadranti Nord ed Est di Montalcino. L’idea è semplice: usare altitudini, esposizioni e suoli diversi per tenere salda una continuità di stile fondata soprattutto su eleganza e longevità. ‘Oggi non c’è più la mano della famiglia in nessuno dei nostri vini – precisa Bertolini parlando con askanews – per il secondo anno consecutivo sono infatti tutti prodotti dal nostro team. Le annate 2019 e 2020 indicano la direzione che abbiamo preso e credo facciano capire bene dove vogliamo andare nel rispetto del Dna dei vini fatti da Franco Biondi Santi perché i consumatori in giro per il mondo si aspettano questo stile, questa freschezza e questa eleganza’.

‘Quando siamo arrivati la situazione, non solo finanziaria, della Cantina era pessima. Le vigne erano tutt’altro che in buone condizioni e con l’annata 2019 abbiamo impostato studi molto approfonditi sui suoli con l’aiuto del consulente cileno Pedro Parra, e iniziato a isolare una serie di parcelle. Naturalmente il lavoro prosegue ancora ma possiamo dire che ci siamo fatti un’idea abbastanza chiara di tutto quello che abbiamo nei nostri 33 ettari in produzione’ ricorda il manager toscano con un passato in Frescobaldi, a cui Descours chiese di mettere la faccia su un’operazione allora inconcepibile per il mondo del vino italiano: il passaggio ai cugini francesi dell’azienda simbolo del più prezioso, enologicamente parlando, borgo toscano. Perché davvero la storia di Biondi-Santi coincide in buona parte con quella del Brunello a partire dall’Ottocento quando Clemente Santi al Greppo avviò la vinificazione del Sangiovese in purezza e nel 1865 legò il termine Brunello al suo ‘rosso scelto’. Fu poi suo nipote Ferruccio a firmare la prima bottiglia di Brunello di Montalcino, annata 1888, e a creare il marchio Biondi Santi, unendo i cognomi di famiglia. Nel Novecento questa impostazione è stata modernizzata da Tancredi, che creò il Brunello Riserva 1955 e contribuì ai criteri produttivi della Denominazione, ufficializzata dodici anni dopo.

Il suo successore, Franco Biondi Santi, non solo introdusse il controllo della temperatura durante le fermentazioni, ma negli anni Settanta avviò il lavoro sul clone BBS11 per dare continuità al profilo del Sangiovese della Tenuta Il Greppo, clone poi reso disponibile a tutti i produttori locali. L’ultima fase si è aperta con il passaggio della proprietà alla famiglia Descours e da quel momento sono aumentati gli investimenti e il lavoro si è concentrato sulla lettura e sulla rigenerazione dei suoli, sulla selezione massale, sulla parcellizzazione e sulla gestione agronomica, sotto la guida, oltre che dell’Ad Bertolini, del direttore tecnico Federico Radi. Oggi l’azienda produce 100mila bottiglie, di cui il 65% Brunello, fino al 25% di Rosso e il resto, solo nelle annate migliori, di Riserva.

‘Tra i diversi studi che abbiamo fatto, uno molto importante ha riguardato una delle più vecchie vigne di Montalcino, meno di un ettaro che risale agli anni ’30 del secolo scorso: un tesoro con 50 piante madri di Sangiovese diverse in buonissime condizioni. Da questo piccolo vigneto abbiamo selezionato una ventina di piante madri e le abbiamo ripiantate per capire anche come reagiscono al cambiamento climatico da cui Montalcino non è certo esente’ prosegue l’Ad parlando con askanews, sottolineando che ‘il risultato lo vedremo negli anni ma il futuro di Biondi Santi da questo punto di vista sarà molto diverso rispetto al passato. Franco Biondi Santi fece un lavoro straordinario negli anni ’70, selezionando il BBS11, ‘Brunello Biondi Santi 11′, che è quello che ancora oggi copre più di metà delle nostre superfici e dà vita a gran parte dei nostri vini, ma in futuro la nostra idea è quella di non avere più un singolo clone ma avere dei Sangiovese diversi e su questo fronte stiamo lavorando con l’Università di Firenze’.

‘Abbiamo introdotto l’agricoltura rigenerativa nelle nostre vigne e oggi ognuna ha un suo sovescio specifico e la materia organica sta risalendo a valori finalmente soddisfacenti. Ovviamente c’è ancora tanto da fare, però diciamo che le cose sono state rimesse in carreggiata e ora questa grande macchina che è Biondi Santi è in condizione di prendere nei vini la direzione che noi vogliamo: rispetto totale dello stile dei fondatori, un vino molto delicato, molto elegante e con un basso grado alcolico’ precisa il manager. La raccolta viene calibrata per portare in cantina grappoli maturi ma non sovramaturi. Le uve delle singole parcelle vengono fermentate separatamente a partire da un pied de cuve ottenuto con lieviti autoctoni in cemento, acciaio e botti troncoconiche da 10 a 50 hl di rovere di Slavonia, circa un terzo per ciascun contenitore. Il ‘Rosso di Montalcino’ resta un anno in legno, mentre ‘Brunello’ e ‘Riserva’ si fermano in botte tra due e tre anni, per poi proseguire l’affinamento in bottiglia: circa un anno per il Rosso e per il Brunello, e più o meno due per la Riserva. ‘Abbiamo ridotto l’invecchiamento in legno, mantenendo però le botti di Garbellotto, con cui la famiglia Biondi Santi ha lavorato per oltre un secolo, anche se quelle attuali sono botti un po’ più piccole, da 10 a 50 hl, perché più funzionali per il progetto di parcellizzazione che abbiamo fatto. Il Sangiovese ha bisogno di affinare i tannini in bottiglia, perché sia già pronto da bere una volta rilasciato sul mercato, fatto che non toglie la possibilità di conservarlo anche per trent’anni. Però oggi un vino deve essere già bevibile perché sono sempre meno le persone che li tengono in cantina per lunghi periodi’. L’imbottigliamento è fatto da professionisti esterni dedicati che vengono apposta in cantina, e ‘abbiamo rivisto i tappi e oggi c’è molta più omogeneità in tutto quello che stappiamo in giro per il mondo’.

‘Il 2025 è andato meglio del 2024 sia in termini di profittabilità che di fatturato. Quando sono arrivato in azienda, all’Italia andavano il 60% delle allocazioni, oggi il 30. Ci siamo allargati sull’estero: primo Paese gli Usa, poi Uk, Svizzera, Cina, Belgio, Taiwan e Corea. Puntiamo su valore e posizionamento: le nostre poche bottiglie vanno messe nei posti giusti’ racconta ad askanews il Ceo, spiegando anche di aver alzato i prezzi. ‘Eravamo i primi a svalutarci, quando ho annunciato che avremmo raddoppiato il Rosso, circa 88 euro in enoteca, il direttore commerciale mi disse: ‘E chi lo vende adesso?’. E invece abbiamo aumentato la domanda e ora vorrei produrne di più, è la porta d’accesso per i giovani, e gradualmente, rispettando gli equilibri, lo faremo’.

Il settore dei rossi importanti e quello dei fine wine in generale non stanno vivendo un bel momento. ‘Negli ultimi anni è stato un mercato molto dinamico, sia in positivo che in negativo. Dopo l’acquisizione abbiamo riposizionato i vini in modo più adeguato, ricreando una distribuzione nei luoghi universalmente più importanti: questo ha creato una certa attenzione in termini di domanda e ha sostenuto il prezzo riposizionato. Così, da 4 anni, siamo ritornati tra le grandi etichette del mondo e mi riferisco proprio al mercato dei fine wine come lo identifica ad esempio Liv-ex: da cinque anni siamo rientrati con la Riserva nella loro classifica dei cento vini più importanti’.

‘Negli ultimi tre anni ci sono due dati molto interessanti che abbiamo analizzato: la variazione del prezzo nel mercato secondario delle nostre Riserve e del nostro Brunello rispetto agli altri grandi fine wine italiani che sono in quella classifica. Lì si vede chiaramente come siamo posizionati in modo solido, perché dal febbraio-marzo 2023 al settembre 2025, la Riserva è cresciuta del 7% in termini di prezzo, il Brunello è cresciuto del 14% e altri straordinari vini italiani sono tutti andati indietro, chi più, chi meno, anche a doppia cifra’ racconta ad askanews, sottolineando che ‘questo per me è fondamentale, perché mi dà il senso di come siamo posizionati bene e che non ci sono speculazioni. Questo è però il frutto anche di un lavoro di domanda e offerta molto equilibrata, perché noi cerchiamo di misurare tutte le nostre vendite effettive nei mercati, non quello che do all’importatore ma quello che lui vende, controllando in modo severo tutti gli stock e soprattutto tenendo bene sott’occhio i prezzi in tutto il mondo, e se c’è qualcosa che non torna cerchiamo, dove è fattibile, di intervenire’.

‘Il mercato dei fine wine ha avuto quindi un effetto ‘rebound’ tremendo negli ultimi tre anni e da ottobre il mercato sta risalendo e noi stiamo già vedendo un beneficio. La speculazione che c’è stata dal 2021 alla metà del 2023 è finita e il mercato si sta riassestando su livelli più normali’ continua Bertolini, che sul fatto che questo metta il prodotto al riparo dalle fluttuazioni del mercato, spiega che ‘in parte sì: essere in un mercato dove non hai grandi stock in giro, c’è un buon equilibrio e prezzi corretti, ti dà una posizione più forte, ci salvaguarda maggiormente. Dopo di che siamo una mosca in un oceano ma ad esempio negli Stati Uniti l’anno scorso siamo cresciuti molto bene e continuiamo a crescere e a fine febbraio abbiamo introdotto i vini delle nuove annate con i prezzi rivisti, perché li abbiamo dovuti alzare tutti a causa dei dazi’.

‘Siamo molto soddisfatti perché abbiamo avuto una crescita importantissima, che è tutta di valore, perché le bottiglie sono quelle. Abbiamo creato più tensione, ora si tratta di allargare ancora di più la distribuzione con le bottiglie che abbiamo, ad esempio se ne prendevano sei, io gliene do tre’ rimarca Bertolini, ricordando che ‘quest’anno è il primo anno in cui non ho aumentato i prezzi del Brunello ma solo quelli della Riserva, che quando viene fatta pesa tra il 10% e il 12% delle 100mila bottiglie complessive, perché abbiamo raggiunto un livello giusto’. Sul fatto che il Gruppo EPI possa valutare l’acquisto di altri marchi importanti nel nostro Paese, l’Ad è cauto: ‘Al momento no, il focus è tutto su Biondi Santi e Isola Olena perché riteniamo che ci sia ancora tanto da fare, anche se i riposizionamenti importanti sono già stati fatti. Detto questo, Epi è un gruppo sempre attento ai grandi brand presenti in zone del mondo dal valore riconosciuto’.

Infine per quanto riguarda ‘La Voce di Biondi-Santi’, progetto avviato nel 2022 per accompagnare le uscite con podcast e audiolibri, per il 2026 la parola chiave è ‘Generazioni’. Su questo tema si sviluppano i contenuti audio dedicati al backstage dei vini, alle annate e alle connessioni con alcuni opinion leader del settore, coinvolgendo anche cinque giovani talenti della Scuola Holden attraverso una piccola borsa di studio. (Alessandro Pestalozza)