Venezia, 10 giu. (askanews) – Una trilogia sulla vita, sulla morte, sui fantasmi e sull’amore che, nonostante tutto, continua a esistere e a dare un senso anche al dolore, profondissimo, che permea tutta la storia. Un’idea di teatro che vive sulla costellazione interiore, intesa sia come dimensione dello spirito, sia come ambiente: gli interni che accompagnano la vita delle persone. “Romance Familiare” è il lavoro in tre capitoli che Mario Banushi ha presentato per la prima vota come un corpo unico alla Biennale Teatro a Venezia, festival che lo ha premiato con il Leone d’Argento. Albanese di nascita e poi da bambino emigrato in Grecia, Banushi lavora intorno all’idea del lutto, che in qualche modo appare come una condizione di fondo, strutturale della vita. Ma, come sapeva bene Amos Oz, la vita fa rima con la morte e il lutto si lega alla nascita, in un circolo che, attraverso il rituale (compreso quello della messa in scena), si rinnova di continuo.
L’idea di teatro di Banushi sembra sostenersi su due grandi pilastri: da una parte il ricordo personale, le immagini dell’infanzia con il loro inestirpabile mistero (qualcosa che, un po’ semplificando, certo, fa però pensare a Garcia Marquez e, più in generale, al Realismo magico letterario); dall’altra c’è una visione profondamente consapevole dello spazio scenico, della composizione delle figure e degli oggetti sulla palco, una “fotografia” diremmo se fosse cinema, che unita alla drammaturgia crea luoghi di immaginario universale. Nel secondo capitolo, per esempio, “Goodbye Lindita”, una finestra su un lato della scena ha il potere terribile e meraviglioso di creare tutta l’atmosfera, e quello che arriva in platea è la sensazione di trovarsi a guardare sia una fotografia costruita di Jeff Wall sia la Vocazione di San Matteo del Caravaggio, sebbene quello a cui assistiamo è, almeno sulla carta, solo un interno di una casa normale di una famiglia balcanica. Quando l’immaginazione radicale, fatta di defunti meravigliosamente agghindati, di morti che non muoiono e restano con noi e di spiriti persistenti con una spericolatezza malinconica che fa pensare anche al mondo di Emir Kusturica, si intreccia con la qualità fisica e con questi volumi dello spazio teatrale, perché di volumi si tratta, il risultato, nei momenti migliori, è un teatro che parla più lingue e la sua chiarezza, pur restando oscura, diventa lampante. Ci sono poi anche i momenti meno clamorosi, le parti in cui il senso magico diventa eccessivo o le nudità sembrano scontate. Ma nel complesso la trilogia regge eccome, probabilmente anche grazie a questi limiti, può essere onesto ammettere.
È affascinante poi lasciarsi prendere da quello che esce dalla scena: la diffusione dell’incenso in tutto il teatro, il profumo, decisivo e indimenticabile, di un uovo che viene fritto nel primo capitolo, “Ragada”: e già le immagini, le sedie, i tavoli e le strutture di comportamenti ci erano riconoscibili, ma quando a queste si uniscono le dimensioni invisibili, come l’olfatto, ecco che il rapimento diventa inevitabile, forse “facile”da un certo punto di vista, ma non importa: quello che conta è che funziona. E restituisce una presenza della categoria dello spirito del teatro che è contemporanea, anche se imbevuta di ritualità, come quelle legate ai defunti, che affondano nel passato tradizionale, ma perché questo a sua volta affonda nelle profondità comuni dell’umano.
Un’altra considerazione: qualche anno fa erano diffuse ovunque le videocamere che riprendevano la scena dall’interno, manovrate dagli stessi attori, e riproducevano in diretta sugli schermi una seconda prospettiva. Nel lavoro di Banushi la tecnologia torna a farsi analogica: cavi, microfoni con il filo, pareti che si muovono, supporti fisici. Ma quella sensazione di costante lavoro in divenire viene restituita ora dallo spostamento degli oggetti di scena, dal lavoro che una volta si sarebbe nascosto e adesso è parte della pratica teatrale. È come se, in assenza di parole (non c’è recitazione verbale negli spettacoli), fosse indispensabile ri-aggrapparsi alle cose (oltre che alle persone) e questo ci riporta a Foucault, ed è importante, ma soprattutto ci riporta, pur nella finzione del teatro, a una realtà fisica che continua a costituire l’infrastruttura portante del nostro essere vivi nel mondo e che troppo spesso scompare, offuscata dalla foga digitale. (Leonardo Merlini)

