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Biennale Teatro, una Desdemona moderna per Satoshi Miyagi

Biennale Teatro, una Desdemona moderna per Satoshi Miyagi

Messa in scena dell’Otello nella tradizione del teatro no giapponese

Venezia, 9 giu. (askanews) – Una forma di mitologia rivista, attraverso sia un cambio di prospettiva e di dimensione, sia con un ampliamento dello spazio emotivo – e al tempo stesso mitologico – che però invece di allontanare lo spettatore ai personaggi, lo avvicinano, rendono più umane le figure, comunque soprannaturali spesso, che stanno sul palco. Il regista giapponese Satoshi Miyagi ha portato alla Biennale Teatro “Mugen Non Othello”, versione contemporanea della tragedia di Shakespeare riproposta nel testo di Sukehiro Hirakawa nello stile del teatro no. Un’opera che unisce una certa maestosità a una accessibilità per il pubblico, una componente di grandezza e una di quotidianità, pur senza rinunciare al gesto forte e riconoscibile della tradizione teatrale giapponese.

Al centro dello spettacolo, che si appoggia fortemente all’idea no di mettere in scena una confessione del protagonista a tutta la comunità – tanto che sul palco a parlare è principalmente il “coro” delle voci che affianca gli attori effettivamente in scena – e questa volta la tragedia di Otello è raccontata attraverso la prima vittima, Desdemona, il cui spirito continua a stare nel mondo e a raccontare la propria storia. In questa operazione drammaturgia e morale, che si fonda come ricorda lo stesso Miyagi, su un antico proverbio giapponese che recita “anche se sono morto, non posso morire del tutto” per via dei rimorsi, si compia anche un possibile percorso di salvezza della protagonista e una ridefinizione della figura di Otello che lo restituisce, nei fatti e senza retorica, alla portata del suo errore, alla drammaticità della sua gelosia indotta da uno Iago così perfido da divenire quasi trasparente, del tutto inafferrabile.

La storia è nota, certo, ma la versione di Miyagi la arricchisce di dignità, di compassione, di potenza visiva (e smonta anche un occidentalismo che probabilmente il Bardo non aveva immaginato). Il risultato è una domanda di universalità, ma anche di giustizia, che vive di misura della messa in scena e, al tempo stesso, di ambizione profonda, quasi assoluta. Che costruisce un ponte tra le figure del teatro no, che spesso nella tradizione sono mitiche e inarrivabili, e il pubblico proprio attraverso Desdemona, la cui drammatica contemporaneità, anche nei costumi magnifici, ce la rende vicina e, pure senza redenzione definitiva, in qualche modo reciprocamente si stabilisce un perdono che forse può “calmare gli spiriti infuriati”, come voleva un antico rituale giapponese. E dare uno spazio di sollievo al suo personaggio, ma anche al pubblico in sala.

In una Biennale Teatro che il direttore Willem Dafoe ha voluto intitolare Alter Native, unendo l’alterità e l’identità e poi componendo una parola di profondo cambiamento, lo spettacolo di Satoshi Miyagi sembra aderire molto bene a questa visione, ricordandoci ancora una volta il potere del teatro di stare (oltre che di essere) di fronte a noi e insieme a noi, oggi e sempre, rinnovando mitologie storiche, ma soprattutto individuali. (Leonardo Merlini)