E così Donald Trump se la prende anche con Giorgia Meloni, dopo avere attaccato pesantemente Papa Prevost. Insomma, chi non è d’accordo con lui viene considerato alternativamente o un nemico o un inconcludente o una nullità. Gli altri non capiscono niente perché lui sa tutto: un classico.
Intendiamoci, non è che tutto ciò che dice Trump sia sbagliato, ma anche quando dice le cose giuste, le riferisce nel modo sbagliato. Per esempio, sbaglia quando dice che il Papa si deve occupare solo di cose morali. Forse non sa – e i suoi consiglieri non gliel’hanno suggerito – che il Papa è anche un capo di Stato: lo Stato della Città del Vaticano, forse il più piccolo del mondo, ma che ha ambasciatori in centinaia di altri Paesi e ospita ambasciatori forse di altre centinaia di Paesi. Inoltre, secondo la Legge Fondamentale vaticana (emanata per la prima volta nel 1929 e revisionata nel 2000 e nel 2023), il Papa è il monarca assoluto dello Stato e, forse caso unico al mondo, raggruppa nelle sue mani e nella sua testa i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Prevost “liberal” e la questione immigrati: il Papa sulla sponda opposta a Trump
Ma torniamo a Trump, che definisce Prevost liberal, un termine che in italiano si tradurrebbe di sinistra, cioè un comunista, cioè un nemico.
Egli, tuttavia, non può scordare che il cinquantaquattro per cento dei cattolici statunitensi ha votato per lui perché il clero americano è conservatore, ma non fino al punto di accettare la guerra senza quartiere che il presidente sta facendo nei confronti degli immigrati. Infatti, su questo versante, il Papa è sulla sponda opposta, perché consiglia a tutte le Nazioni del mondo di accogliere e ospitare degli immigrati comunque sia, anche e soprattutto clandestini, seguendo lo slogan “nessuno è illegale”. Così, gli arcivescovi cattolici statunitensi continuano a manifestare il loro dissenso nei confronti delle guerre di Trump e in generale della sua politica aggressiva.
Economia Usa e speculazione petrolifera: i nodi che Trump non può ignorare
Da un punto di vista economico gli Stati Uniti non hanno grossi problemi, perché sono autosufficienti sul versante dell’energia e il loro Pil progredisce del 2,5 per cento circa; vi è un po’ d’inflazione, ma non è a un livello preoccupante.
Che poi in qualche Stato il gallone (unità di misura di circa 4,5 litri) di carburante abbia superato i cinque dollari contro i circa due/tre normali, non riguarda Hormuz, ma la speculazione dei petrolieri americani.
Elezioni di Midterm 2026: il banco di prova per la maggioranza conservatrice
Quest’anno vi saranno le elezioni di Midterm, cioè a due anni dalle precedenti, che portarono in trionfo Trump. In queste elezioni non si elegge il presidente degli Stati Uniti, bensì i membri del Congresso, che in atto ha una maggioranza conservatrice.
Se il consenso dovesse mutare destinazione, tale maggioranza potrebbe diventare minoranza, con la conseguenza che il presidente degli Stati Uniti potrebbe avere molte difficoltà nel varare delle leggi conformi alla propria linea politica. Tuttavia, da qui a novembre c’è oltre mezzo anno davanti, per cui vi è il tempo di far rasserenare il mondo con il termine di queste crisi.
Crisi di Hormuz: il blocco totale non conviene né agli Usa né all’Iran
A proposito di crisi, quella di Hormuz si acuisce perché al blocco di transito delle navi da parte dell’Iran si è addizionato quello da parte degli Usa. Cosicché, in teoria, non potrebbe passare nessuno perché né gli Usa né l’Iran intendono favorire l’avversario.
Ma il blocco totale non può durare a lungo perché non vi è convenienza per entrambi i contendenti.
Non è escluso che la possibile ripresa delle riunioni delle delegazioni a Islamabad, in Pakistan, possa eliminare gran parte dell’intransigenza che ha fatto fallire i primi vertici.
Non vogliamo spandere ottimismo, ma il realismo ci induce a pensare che dal momento che tutte queste guerre danneggiano tutti, tutti hanno interesse a farle finire, senza vinti né vincitori.
Usa, Cina ed Europa: i tre poli che si contendono il futuro del mondo
Lo scenario mondiale vede sostanzialmente due poli, che di fatto si contendono il globo: gli Stati Uniti, con un Pil di circa trenta trilioni, e la Cina, con un Pil di circa venti trilioni.
Tuttavia, anche l’Europa, con un Pil di circa venti trilioni, dovrebbe dire la sua, cosa che finora non ha fatto per diverse ragioni elencate nei precedenti editoriali, prima delle quali: la disunione dei suoi ventisette membri. Peccato!

