“Dobbiamo trovare un prodotto da poter esportare in Sicilia”. Alessandro Cammarata, il 46enne catanese accusato di essere a capo di un’organizzazione criminale capace di trafficare quintali di droga – principalmente marijuana e hashish – dalla Spagna, a luglio del 2024 aveva deciso di cambiare settore nell’attività di commercio che portava avanti come schermo.
“Qualsiasi, lo dobbiamo venderà là. A me interessa per portare quella cosa”, spiegava a uno dei suoi uomini di fiducia. Il motivo per cui Cammarata, nel cui passato c’è anche un coinvolgimento nell’inchiesta Doppio Gioco sulle interessi della famiglia mafiosa Placenti nel mondo delle scommesse illegali, aveva deciso di abbandonare la filiera ortofrutticola, che fino ad allora aveva consentito di sfruttare un’azienda agricola di Adrano come destinataria delle spedizioni per nascondere la sostanza stupefacente, stava nella poca riservatezza.
Alessandro Cammarata e gli affari di droga tra Sicilia e Spagna
“Oramai con quelli della frutta non è che è fallita, non sono furbi. Quando vengono in Spagna, tutto il Paese sa che sono in Spagna. Quelli hanno una responsabilità di quello che stanno facendo, devono essere invisibili, e invece…”. Cammarata ieri è finito ai domiciliari assieme ad altre sei persone su disposizione del tribunale di Catania. Il giudice ha deciso di valutare la richiesta di misura cautelare per altri due dopo l’interrogatorio preventivo.
Il porto di Civitavecchia
Nell’inchiesta della Procura di Catania, che si è avvalsa della guardia di finanza, sono coinvolte undici persone. Una dodicesima è deceduta. Per i magistrati, Cammarata, da tempo trasferitosi nei dintorni di Barcellona, in Spagna, sarebbe stato in grado di controllare la filiera della marijuana, dalle piantagioni fino alla vendita di droga agli acquirenti che in più parti della provincia di Catania, tra cui i comuni dell’Acese, si occupano di venderla al dettaglio.
Snodo nevralgico per far arrivare in Italia la droga era il porto di Civitavecchia. Qui, però, arriva anche il mezzo a bordo del quale i finanzieri, nel 2024, sequestrano quasi due quintali di marijuana e più di ottanta chili di hashish. Sono quasi duecento buste sottovuoto. A guidare il mezzo è un adranita titolare, con la famiglia, di un’azienda agricola.
A quel punto Cammarata cambia e punta sui mangimi per animali. Nello specifico croccantini. “Sono 22 bancali, però li dobbiamo vendere appena scendo ‘sto coso. Ne abbiamo amici che vendono mangiare per i cani?”, chiede Cammarata nel mese di ottobre di due anni fa. Alla fine il carico arriverà in un punto vendita non lontano dal lungomare di Ognina.
Perdere per strada un carico di droga rappresentava d’altronde una cosa non da poco. “Ho perso 300mila euro – spiegava un cugino di Cammarata, senza immaginare di essere intercettato –. Ora ci vogliono tremila euro per l’avvocato, mille per la famiglia. Noi gli abbiamo detto: al momento mandagli questi, che è giusto, e glieli dai all’avvocato e alla famiglia; poi, quando ci vediamo, ci mettiamo d’accordo”. Evenienze di quel tipo comportavano anche l’esigenza di accelerare nel recupero delle somme dovute dagli acquirenti della droga. “Ancora dobbiamo andare ad Aci Catena, Aci Sant’Antonio, c’è Santa Maria la Stella, tutti i paesi. Ci sono quasi 500mila euro fuori di materiale, si devono andare a raccogliere”.
I viaggi in barca per portare la droga dalla Spagna alla Sicilia
Tra i metodi utilizzati dagli uomini di Cammarata per portare la droga in Sicilia c’erano anche le traversate via mare in barca a vela. Una
coppia di spagnoli è stata arrestata nel corso delle indagini mentre, partiti dalla Spagna, puntava verso il porto di Capo d’Orlando. La barca, battente bandiera polacca e il cui nome era La Bullosa, è stata intercettata appena valicato il confine con tra le acque internazionali e quelle territoriali italiane. A bordo c’erano 150 chili di marijuana.
La stessa imbarcazione precedentemente era stata seguita da Cammarata e dagli stessi finanzieri mentre si trovava ormeggiata al porto di Riposto, dopo essere passata da Carloforte, in Sardegna, e partita da Barcellona.
Fatiche da coltivatori
L’inchiesta catanese ha fatto emergere sufficienti elementi per dire che il gruppo di Cammarata era capace di gestire la produzione delle sostanze stupefacenti senza temere particolari rischi in Spagna.
Un’attività redditizia a sufficienza per garantire di poter affrontare costi di produzione mensili, considerato anche l’affitto degli immobili da utilizzare, di circa ottomila euro, e che era alimentata con il trasferimento – anche questo in maniera occulta – di denaro contante dalla Sicilia.
Tuttavia, come qualsiasi cosa che abbia a che vedere con la terra, anche il raccolto della canapa rischia di risentire delle condizioni climatiche avverse. “L’anno scorso, in estate, con questo spacchio di caldo… un colpo di caldo… un colpo di freddo… le ammazza”, spiegava il cugino di Cammarata, criticando quest’ultimo di non seguire giornalmente la produzione. Che per quanto avvenisse al chiuso necessitava di costanti cure. “Se so che in estate c’è ‘sto problema, c’è la terrazza e si riscalda…”
Droga tra Spagna e Sicilia, i nomi al centro dell’inchiesta
L’inchiesta coinvolge i seguenti soggetti: Alessandro Cammarata (residente a Corbera De Llobregat, 1979), Salvatore Andrea De Luca (residente ad Aci Sant’Antonio, 1975), Andrea Di Bella (residente a Catania, 1991), Dino Leocata (residente a Belpasso, 1972), Giuseppe Leocata (residente a Nicolosi, 1973), Carlo Neri (residente ad Adrano, 1976), Angelo Occhipinti (residente a San Giovanni la Punta, 1974), Jonathan Oliva Franch (Barcellona, 1973), Ruth Oliva Franch (Barcellona, 1976), Rosetta Scorza (residente a Corbera De Llobregat, 1982), Salvatore Storniolo (residente a Misterbianco, 1978).
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