Home » Bovard: serve un’identità forte per i vini Doc della Valle d’Aosta

Bovard: serve un’identità forte per i vini Doc della Valle d’Aosta

Bovard: serve un’identità forte per i vini Doc della Valle d’Aosta

Pres. Consorzio a askanews: prezzo rifletta costi viticoltura in quota

Milano, 22 lug. (askanews) – Dal 19 giugno scorso Nicolas Bovard è presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta. La sua elezione, insieme con la nomina del suo vice André Gerbore, segna innanzitutto un’importante svolta generazionale, Bovard ha 28 anni e Gerbore 36, ma anche un cambio di prospettiva, dato che entrambi lavorano per due delle sei cooperative attive in Regione: Cave Mont Blanc e Cave des Onzes Communes.

“La nostra nomina è un segnale sicuramente positivo. Il mondo del vino vive un momento di transizione, un momento in generale molto complesso, e la Valle d’Aosta ha voluto scommettere sulle future generazioni, quelle che domani dovranno saper gestire tutto questo. Quello che hanno fatto e stanno facendo i viticoltori valdostani è certamente una scelta molto coraggiosa” racconta ad askanews Bovard, spiegando che “la Valle d’Aosta sta vivendo un momento interessante per il mondo del vino. È una regione con una storia imprenditoriale tutto sommato giovane, perché è di fatto esplosa a partire dagli anni Ottanta, quando l’Amministrazione regionale ha fortemente investito sulla viticoltura. Sono nate le Cantine cooperative, poi nuovi imprenditori privati che in quarant’anni hanno portato in alto il nome della Valle. E negli ultimi dieci anni – ricorda – la percezione dei nostri vini è notevolmente cambiata in senso positivo”.

In che direzione intendete muovervi in questo mandato? “Sicuramente c’è da dare un’identità a quella che è la Valle d’Aosta Doc, perché comunque è una Doc che fa poche bottiglie, 1,8 milioni, ma di tantissime tipologie. Bisogna decidere cosa promuovere, cosa piantare e dove piantarlo, perché negli ultimi anni ognuno ha seguito sostanzialmente il proprio trend di mercato. Secondo me, bisogna invece dare un’idea ai viticoltori su cosa investire, su cosa ha senso lavorare. Bisogna dare in primis un’identità per presentarci e poi lavorare in modo coordinato nella stessa direzione, e ci vuole anche il supporto dell’Institut Agricole Régional (che continua a far parte del Cda) che si occupa di sperimentazione e può guidarci in certe scelte”.

La qualità dei vini valdostani cresce anno dopo anno e il loro valore è sempre più riconosciuto. “Ciò che dobbiamo far capire ora che ci presentiamo con sempre maggior forza sul mercato italiano e su quello estero, è che noi usciamo con un prezzo più alto, perché la viticoltura qui costa di più. Noi andiamo dal centro valle, con 500-600 ore di lavoro per ettaro, a zone terrazzate dove siamo a 800-900 ore, quindi il prezzo che paga in più il consumatore è dovuto a quello” evidenzia il presidente parlando con askanews, rimarcando che “è un concetto fondamentale ma è difficile da far capire anche perché sovente, quando si parla di vini di montagna, la Valle d’Aosta viene accomunata al Trentino e all’Alto Adige, ma il loro territorio è nel complesso più facilmente ‘lavorabile’”.

La più piccola (poco più di 3.200 kmq complessivi) e tra le meno piovose regioni italiane ha circa 500 ettari di vigneti, di cui più o meno 390 a Doc e gli altri composti da piccoli vigneti familiari utilizzati per autoconsumo.

A breve dovrebbero arrivare anche le modifiche del Disciplinare di produzione. “Teoricamente le aspettiamo per la vendemmia 2026: oltre a sistemare alcuni discorsi legislativi fermi al 2014, prevede sostanzialmente l’eliminazione delle quote altimetriche e l’inserimento della tipologia ‘Clairet’.” Si tratta di un rosso passito secco prodotto con due vitigni identitari come il Nebbiolo Picotendro e il Neret: un’eccellenza storica della cultura enoica della Valle (se ne ha traccia scritta già alla fine del 1400), sostanzialmente scomparsa nei primi del Novecento ma la cui produzione è ripresa negli ultimi anni da alcune Cantine locali.

L’ente consortile del vino valdostano è nato ufficialmente nel marzo 2022 e dal maggio 2023 ha avuto come guida il settantenne Vincenzo Grosjean, viticoltore di Quart, che fino al 2013 era stato presidente dell’Association Viticulteurs Encaveurs, poi diventata Associazione Viticoltori Valdostani (Vival) e infine Consorzio. Uomo di grande esperienza e capacità ha passato volentieri il testimone (rimanendo comunque nel Cda) a due protagonisti di una nuova generazione di vigneron molto preparata e determinata. Oggi il Consorzio associa 48 aziende del territorio che producono circa 1,8 milioni di bottiglie all’anno (il 97% circa della produzione regionale di vino Doc), per la gran parte appannaggio del mercato locale.

“È la prima volta che c’è una Cantina cooperativa alla guida, perché già quando c’era l’Associazione viticoltori, i presidenti sono sempre stati imprenditori privati. È un cambio notevole e secondo me interessante perché dimostra che in una Regione così piccola la cooperazione è fondamentale” spiega il neopresidente, precisando che “abbiamo tantissimi microviticoltori che con mille metri di vigna ciascuno da soli non potrebbero fare nulla: la cooperativa offre loro una possibilità importante e adesso anche quella non solo di produrre ma anche di essere rappresentati nel Consorzio”.

I produttori privati hanno accettato di buon grado la tua nomina? “Sì – risponde convinto – anche perché l’Associazione viticoltori e poi il Consorzio sono stati creati proprio per eliminare questa diatriba tra imprenditori e cooperative. E poi nel direttivo le cooperative sono in minoranza, quindi c’è un sostanziale equilibrio”.

Parlando di cooperative vitivinicole, bisogna dire che da qualche anno non tutte se la passano benissimo. “Questo è sicuramente un momento di transizione generazionale anche per loro: c’è qualcuno che ha avuto un po’ più di fortuna, un paio meno e sono un po’ più in difficoltà. Bisogna anche tener presente che in una regione piccola e con pochi abitanti come questa non è sempre facile trovare persone che abbiano voglia di investire tempo e capacità nell’ambito agricolo e della viticoltura”.

Una delle cooperative che funzionano è certamente Cave Mont Blanc. “Rappresenta una settantina di famiglie nei territori di Morgex e La Salle per una superficie totale di 18 ettari tra i 1.000 e i 1.215 metri di quota” descrive Bovard ad askanews, aggiungendo che “ad oggi siamo sulle 130-140mila bottiglie con un’unica varietà che è il Prié Blanc e che è coltivata a piede franco”. Oltre al bianco fermo, con questo vitigno autoctono di alta montagna che germoglia tardi e matura presto, e produce vini freschi, minerali e versatili Cave Mont Blanc produce anche spumanti. “Facciamo circa 40-45mila bottiglie di Metodo Classico e altre 20mila di Metodo Martinotti. Il più importante è la ‘Cuvée des Guides’ un Metodo Classico Brut Nature che fa sostanzialmente tutta la fase di spumantizzazione a poco meno di 2.200 metri di altitudine nella cantina-sperimentale del Pavillon Monte Fréty della Skyway Monte Bianco. Quindi saliamo con il vino sfuso in funivia verso luglio, e si fa tiraggio, presa di spuma e affinamento di circa 30 mesi, quindi la sboccatura e poi la bottiglia torna a valle. Dal 2022, insieme con il professore di Enologia Luca Rolle, dell’Università degli Studi di Torino, stiamo cercando di capire se, data la diversità che c’è in quota della pressione atmosferica e delle temperature, la bollicina sia effettivamente diversa, perché in degustazione sembra essere più fine”. (Alessandro Pestalozza)