“Quando hanno distrutto la mia azienda ho capito che si trattava di un problema radicato e molto più grande di me”. Da quell’incendio del 2017 nei Calanchi del Cannizzola, Francesco Capizzi decide di non limitarsi a ricostruire ciò che era andato perduto ma di denunciare gli attacchi subiti dalla cosiddetta “mafia agricola”. Siamo al confine tra Centuripe, Paternò e Biancavilla.
L’imprenditore 37enne, che ormai da anni si occupa della valorizzazione del posto, racconta al QdS una realtà fatta di incendi anomali, abbandono istituzionale – l’unica presenza quasi esclusiva è costituita dai carabinieri –, carenza di servizi e dinamiche intimidatorie. “Ho iniziato a chiedere aiuto anche alla comunità per supportare le nostre attività e a denunciare pubblicamente quello che stava succedendo. Supportato dall’Associazione antiestorsione Libero Grassi di Catania sono riuscito a difendere i miei terreni”, racconta.
Una zona di confine di competenza di tre Comuni
Secondo Capizzi, una delle principali criticità di gestione è rappresentata dalla collocazione geografica dei Calanchi del Cannizzola: “Sono oltre due mila ettari in gran parte demaniali” che ricadono sotto la competenza dei tre Comuni con cui confinano – la restante parte sono terreni privati. “Il malaffare si è diffuso in questi territori. È tutto incustodito. Fortunatamente c’è qualche controllo, per il resto non si vede nessuno se non quando arrivano finanziamenti – che non vengono mai spesi qui – o quando il territorio viene scelto come set cinematografico. Poi, soprattutto in estate, viene lasciato a poveri come noi che dobbiamo combattere questo fenomeno”.
“La cultura del luogo”, l’ultimo incendio a giugno
L’ultimo episodio risale al 7 giugno 2026, quando un incendio ha nuovamente interessato la zona. Non si tratta di episodi isolati: “Succede sempre, non è una cosa casuale. Purtroppo è la cultura del luogo, presumo”. Francesco conosce bene le dinamiche interne ai Calanchi, le ha studiate e indagate a fondo, oltre ad averle vissute in prima persona. “Non è giusto. La flora e la fauna non sono sterpaglie, come invece si dice per giustificare questi episodi. Il fuoco arriva fino in cima, dove ci sono due piccoli boschi”. Precisa che le cause non sono tutte note: “Possiamo soltanto fare delle ipotesi”.
“Uno dei territori più pericolosi della Sicilia “, la faida tra agricoltori e allevatori
Capizzi parla di una vera e propria zona di confine dove l’assenza di infrastrutture rende ancora più complicata qualsiasi attività di controllo e valorizzazione. “Non abbiamo strade. La Sp 84 è impraticabile con gli autobus, sia da Biancavilla sia da Catenanuova”. A ciò si aggiunge un contesto definito particolarmente delicato. “C’è una faida assurda tra agricoltori e allevatori – tra gli ultimi fatti, l’omicidio di uno di questi. È uno dei territori più pericolosi della Sicilia, lo dicono le indagini”.
La posizione periferica favorirebbe l’assenza di una parte delle istituzioni: “Agiscono senza remore perché, essendo un territorio di confine, sanno che la politica interviene poco”. Per le denunce, “ho avuto il supporto dell’Associazione antiestorsione Libero Grassi con la quale abbiamo donato 1200 chili di arance di mia produzione ad alcuni centri che si occupano di sostenere i più bisognosi. La natura le ha fatte nei terreni che la mafia non è riuscita a strappare e noi le abbiamo donate”. Sull’iniziativa, il presidente dell’Asaec Nicola Grassi aveva dichiarato: “Un esempio per quanti si trovano sotto pressione intimidatrice, che devono essere incoraggiati a denunciare. Proteggere la terra dalla prepotenza della mafia dei pascoli significa dare speranza all’imprenditoria giovanile che scommette sull’impresa agricola come sviluppo della nostra economia. La storia di Francesco è la vittoria di tanti: dello Stato che ha dimostrato la sua forza ma soprattutto di tutti coloro che credono che denunciare convenga sempre”.
“I turisti faticano ad arrivare qui e siamo noi a fare manutenzione”
In assenza di interventi pubblici, la manutenzione ordinaria dipende da chi, come Francesco, si spende per riqualificare il territorio. “Siamo noi a tagliare l’erba, a tappare i buchi presenti nelle strade e a mettere la segnaletica per fare arrivare qualche turista”. I disagi affossano anche il potenziale turistico: “Siamo costretti ad andare a prendere i turisti dalla parte di Catenanuova e ad accompagnarli fino alla panchina gigante (la Big Bench, ndr) perché la strada è totalmente distrutta”. I deficit strutturali non si esauriscono qui: “Non ci sono servizi igienici e non c’è possibilità di reperire acqua. E molte persone ci chiamano perché si perdono”.
A pesare sul territorio è soprattutto il declino delle infrastrutture, con arterie ridotte e percorso a ostacoli. “Le strade non possono essere lasciate così. Se non metti subito del cemento, con l’arrivo delle piogge le buche diventano sempre più grandi. Sono disposto a ripararle, anche se mi è stato fatto notare che, per legge, non potrei nemmeno sfalciare l’erba. Sarebbe il colmo se mi denunciassero per questo”.
“Da quando abbiamo iniziato a valorizzarlo qualcosa è cambiato”
Nonostante le etichette, Capizzi continua a scommettere sul potenziale: “Questa zona è sempre stata considerata improduttiva, invece abbiamo dimostrato l’esatto contrario. È molto florida dal punto di vista paesaggistico, agricolo e turistico. Ha fatto tutto la natura, noi lo abbiamo solo tutelato e fatto conoscere”. Una resistenza che negli anni si è tradotta in escursioni, trekking ed eventi di volontariato capaci di accendere i riflettori sulla zona. “Da quando abbiamo iniziato a investire sulla valorizzazione qualcosa è cambiato. Stiamo resistendo e i frutti si vedono: dal 2022 l’interesse è cresciuto, anche grazie ai social e ai video dei ragazzi che scelgono di promuoverci. Ora però la politica deve fare la sua parte”.
Malgrado le criticità, l’area continua ad attrarre visitatori anche dall’estero. “Di recente ho incontrato un gruppo di filippini che ha pure adottato un ulivo”. Il progetto rientra tra le iniziative avviate per rilanciare l’area e sostenere la riforestazione. “La Banca Agricola di Sicilia ne ha adottati cinquanta, donando 2 mila euro. L’olio è stato poi destinato a una mensa sociale”. Per Capizzi questo modello di rigenerazione può e deve essere replicato: “Abbiamo bisogno di nuove aziende. Lancio un invito alle imprese siciliane che vogliono lasciare un segno. Verrà apposta un’etichetta con il loro nome in sostegno di questo luogo. Altrimenti il rischio è che si ritorni a una situazione peggiore del 2017”.
La Panchina gigante e le sfide per il futuro dei Calanchi del Cannizzola
Uno dei simboli della rinascita dei Calanchi è la Big Bench, la panchina gigante realizzata aderendo al progetto internazionale ideato dal designer Chris Bangle. “Abbiamo prima effettuato una donazione di oltre 1000 euro alle associazioni indicate, poi l’abbiamo costruita e installata a spese nostre”. Un impegno che non si è esaurito con l’istallazione: “Ho tagliato tutta l’erba per evitare che gli incendi colpissero il deserto fiorito e bruciassero gli alberi adottati. Non potevo permettermi una tale figura con gli adottanti. Adesso dovrò ridipingere la panchina”.
Per il futuro, l’obiettivo primario resta migliorare l’accoglienza turistica. “Vorremmo realizzare delle tettoie e offrire maggiori servizi e confort. Con gli agronomi abbiamo iniziato a progettare ma i costi sono interamente a nostro carico. Per costruire anche solo un gazebo dobbiamo pagare cinque enti diversi”.
Sullo sfondo resta però l’emergenza sicurezza e la piaga dei roghi. Sebbene i terreni vengano ciclicamente dati alle fiamme, tra i cittadini prevale la sfiducia e le denunce scarseggiano. A raccontarcelo è ancora Capizzi. E il bilancio dello scorso anno è pesante: “Oltre 150 alberi sono stati completamente distrutti dal fuoco”.
Oltre le intimidazioni, la scommessa sulla bellezza della natura
“Ho riscoperto la bellezza dei Calanchi dopo gli atti intimidatori che ho subito”, spiega Francesco. “Guardavo i colori fantastici, i tramonti, la vista sull’Etna con le luci delle città vicine in contrasto con il buio dei Monti Erei. Mi sono adoperato per trovare una soluzione e valorizzare tutto questo. Chiaramente avevo la forza economica per poterlo realizzare”. Uno scenario unico che si scontra con l’assenza di investimenti istituzionali e la carenza di infrastrutture: “Se vuoi venire qui devi distruggere la macchina perché manca l’asfalto. Quando inizi a proporre questo territorio ad agenzie di viaggi o a colossi mondiali, durante i sopralluoghi scoprono che la strada provinciale è sterrata. A quel punto chiedono come faranno a fare arrivare l’autobus fin qui. Al contrario, quando le persone imboccano la strada interna ci fanno i complimenti per la pulizia: raccogliamo personalmente anche le carte che troviamo per terra”.
“Quando vedo i carabinieri sulla Panchina gigante sono felice”
Dopo anni d’impegno in prima linea, Capizzi è oramai una presenza fissa nell’area. “Sono sempre rimasto lì a gestire un piccolo agrumeto, gli ulivi e le varie iniziative. Ma senza sostegni esterni diventa molto difficile. Ho una famiglia da mantenere e sono stato costretto a fare altri lavori perché quel territorio mi ha tolto il mio. Ma non è giusto: se quella pianta è mia, devo avere il diritto di coltivarla. Non puoi distruggermela”.
L’appello finale è rivolto alle istituzioni ma anche alla cittadinanza, con un forte richiamo alla legalità: “Non è giusto andare contro le forze dell’ordine perché rappresentano la nostra unica salvezza. Vedo spesso i carabinieri pattugliare la zona ma anche loro non hanno un potere d’azione illimitato. Quando li vedo salire sulla panchina gigante divento l’uomo più felice del mondo”. Conclude con un manifesto per il domani: “Tengo a questo posto e non pretendo niente da nessuno. Ma se ognuno di noi farà la propria parte, questo territorio potrà avere un futuro”.
Le forze dell’ordine: “Abbiamo pensato di dover agire subito”
Sul caso è intervenuto anche il comando compagnia carabinieri di Nicosia – competente per il territorio d’interesse – che ha ricostruito per la nostra testata il quadro delle criticità nell’area dei Calanchi del Cannizzola confermando gli eventi.
“Una vicenda che dura da un po’ di tempo. Già dal 2017 il signor Capizzi aveva segnalato al presidio dei carabinieri un incendio di un suo casolare, in cui due vani di circa 50 metri quadrati venivano completamente distrutti, e il danneggiamento delle tubature dell’impianto di irrigazione dei terreni perimetrali al casolare. Un danno complessivo di quasi 60 mila euro. Negli anni seguenti si sono succedute altre denunce per introduzione di soggetti nei suoi terreni agricoli e per il danneggiamento di alcune colture dovuto all’invasione di animali da pascolo”, dichiara il comandante della compagnia di Nicosia. “Altri episodi denunciati sono inerenti a lesioni personali nei suoi confronti. Abbiamo pensato di dover agire subito. Valutiamo ogni caso specifico in base al contenuto delle dichiarazioni e, quando accadono queste cose, proponiamo una vigilanza generica radiocollegata verso gli obiettivi più sensibili, proprio come l’azienda in questione. Abbiamo operato in maniera assidua con l’idea non di reprimere esclusivamente ma di incrementare il presidio”, continua. La vigilanza viene in seguito revocata: “La revoca avviene quando non vengono più attualizzate nuove denunce e vengono meno tali esigenze, non essendoci nuovi fatti dichiarati”.
“Denuncia non è mai fine a se stessa”
Per l’eventuale attivazione della vigilanza generica radiocollegata è necessaria una procedura precisa: “Nel momento in cui c’è una formalizzazione di un accadimento, sicuramente noi agiamo. Se c’è un fumus di qualcosa di verosimile ma rimangono fatti riferiti in maniera informale li analizziamo comunque ma poi indirizziamo la prevenzione verso fatti dettagliati e denunciati”, spiega il comandante. “Le risorse a disposizione sono limitate e dobbiamo usarle nella maniera più congeniale per il territorio: se la vigilanza è attiva, perché autorizzata da un atto formale della prefettura, non ci possiamo sicuramente esimere. Altrimenti i controlli si concentrano dove ci sono emergenze attuali, come sugli istituti di credito se in quel periodo si registra un picco di furti”.
La denuncia è uno strumento essenziale a disposizione del cittadino. “Non è fine a se stessa, anche quando non porta all’immediata scoperta del colpevole – soprattutto se si tratta di ignoti, l’attività d’indagine è spaventosa. A volte vengono fatte controdenunce per distogliere l’attenzione da altre situazioni e bisogna verificare”.
“Cittadini sono occhi delle forze di polizia sul territorio”
“Avendo ritenuto che il soggetto avesse necessità di tutela più assidua e stringente, a 360 gradi, abbiamo attivato le misure su tutto il territorio a sua disposizione inserite in un circuito più ampio, non solo la singola stazione”. Esiste un ampio coordinamento con tutte le forze di polizia, la denuncia non fa riferimento soltanto al singolo comando in cui viene formalizzata ed è questa la sua utilità.
“Mi rendo conto che si è in un limbo ma ci si deve armare di coraggio e notificare il diritto leso. Talvolta la denuncia è vista come controproducente per paura di ritorsioni durante i tempi della giustizia ma non è così: denunciare accende i riflettori del sistema su una situazione che altrimenti, se gestita in privato dal soggetto, finirebbe per aggravarsi. Con un atto formale è più facile far partire l’iter o altrimenti, lo stesso, potrebbe iniziare anche laddove la polizia giudiziaria se ne accorga d’iniziativa. Chiederò sempre il supporto della comunità perché i cittadini devono essere i nostri occhi sul territorio, una demoltiplicazione delle forze di polizia. Ognuno di noi, che sente degli obblighi morali, deve segnalare i fatti anche quando non toccano in prima persona. Fare la cosa giusta quando nessuno ti guarda è la vera forza perché è facile farlo quando si viene colpiti personalmente”, conclude il comandante.
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