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Cantina Iolei: Nepente (e Vermentino) di Oliena tra identità e futuro

Cantina Iolei: Nepente (e Vermentino) di Oliena tra identità e futuro

Famiglia Puddu lavora su precisione, freschezza e stile territoriale

Milano, 8 apr. (askanews) – Il Nepente di Oliena è una sottozona virtuosa del Cannonau di Sardegna Doc creata nel 1972. Il suo nome deriva dal greco antico, ‘ne-penthos’, termine che indicava ‘ciò che toglie la tristezza, che lenisce il dolore, che fa dimenticare le pene’, un balsamo per il corpo e per l’animo citato nell’Odissea e che a inizio Novecento stregò Gabriele D’Annunzio. Per questa versione elegante ed equilibrata del vitigno a bacca nera più celebre della Sardegna, uno dei punti di riferimento è la famiglia Puddu che nel 2015, ha dato vita alla Cantina Iolei. Siamo a Oliena, cuore della Barbagia, dove le vigne affondano le radici ai piedi del calcareo Monte Corrasi, la cima più alta del Supramonte, ad una decina di chilometri da Nuoro in una terra paleolitica, piagata da crepacci profondi, e punteggiata da vigneti e oliveti. Gli inverni sono freddi e poco piovosi, le estati calde e ventose, e la presenza del Monte e la vicinanza al mare favoriscono escursioni termiche tra giorno e notte che esaltano i composti aromatici e i polifenoli, rimandando alla qualità delle uve che nascono su suoli con substrati di basalto, granito, scisto e calcare.

Iolei richiama gli Iliensi, antica popolazione della Sardegna centro-meridionale, e sottolinea il legame con un territorio dove la Cantina coltiva otto ettari vitati, di cui quattro in gestione, con esposizione a Sud-Est e un’altitudine che varia dai 180 ai 650 metri sul livello del mare. Da tre generazioni la famiglia Puddu lavora varietà autoctone, con l’obiettivo di produrre vini (circa 60.000 bottiglie all’anno) che restituiscano l’anima di questa terra. Oggi la famiglia è rappresentata da Antonio, Sara, Chiara e Simona, assieme alla mamma Luisella, che si occupa dell’accoglienza, e al papà Salvatore. Il percorso formativo dei componenti della famiglia si riflette nell’organizzazione aziendale: Antonio, il fondatore della Cantina, ha studiato Viticoltura ed Enologia a San Michele all’Adige (Trento); Sara è laureata in enologia e ha alle spalle esperienze in Italia e all’estero; Chiara unisce una formazione in ambito economico a un impegno diretto nel lavoro agricolo e nella viticoltura; Simona, moglie di Antonio, cura la selezione delle immagini per le belle etichette che decorano le bottiglie.

Iolei è parte integrante del rinnovamento del vino sardo, in cui nuove generazioni di produttori stanno lavorando su maggiore precisione tecnica, controllo delle estrazioni e valorizzazione dell’acidità, nel tentativo di alleggerire l’immagine di un Cannonau potente e alcolico, e di un Vermentino incentrato soprattutto sulla ricchezza del suo bouquet aromatico. ‘Facciamo vini semplici, di territorio: ci piace far esprimere il varietale nel modo più autentico e con il minimo intervento tecnologico. La produzione si focalizza sul Nepente di Oliena e sulle altre varietà tradizionali come il Vermentino. Ogni sorso è un tributo alla ricchezza del suolo, all’impegno a preservare le caratteristiche uniche di ciascun vitigno’ racconta ad askanews Antonio Puddu, 37 anni di cui gli ultimi 15 passati con enorme passione nel mondo del vino. ‘Dopo gli studi a San Michele all’Adige ho iniziato a fare un po’ di esperienze in varie aziende finché nel 2015 ho aperto il laboratorio di analisi, che era un servizio che mancava in Sardegna’ prosegue, ricordando che ‘l’80% del lavoro riguarda le Cantine presenti sul territorio: prima di noi veniva mandato tutto in laboratori in Toscana e in Veneto, e il mosto che si spediva spesso arrivava che aveva già praticamente terminato la fermentazione. Questa è stata una tappa importante anche per la crescita dell’enologia sull’isola’.

‘Ho iniziato a fare vinificazioni ‘da garage’ nel 2011, fino a che, quattro anni dopo, non siamo stati ospitati da una cantina. Nel 2020 abbiamo costruito la nostra struttura a Oliena, dove, per ricambiare, abbiamo iniziato ad ospitare altre Cantine. Adesso sono sei quelle che vinificano da noi, la più lontana delle quali viene dall’Oristanese’ continua Puddu, spiegando che ‘qui ci si aiuta a vicenda, c’è ancora lo spirito di paese: quando abbiamo iniziato i nostri principali acquirenti erano i nostri parenti ma la famiglia qui ha un significato più ampio che si allarga a tutta Oliena. Credo molto nelle sinergie, nell’aiutare la crescita del vino sardo, anche perché penso che poi ne possiamo trarre vantaggio tutti’.

Iolei oggi produce tre Vermentino (‘Majga’, ‘Majga non filtrato’ e il Moscato bianco passito ‘Pititeri’), due Nepente di Oliena (il ‘Liju’ senza solfiti aggiunti, e la Riserva ‘Hospes’), e tre Cannonau di Sardegna: ‘Vosté’ e ‘Iolei’, e il rosato ‘Juntos’. ‘Per i rossi lavoriamo molto sull’acidità, sulla bevibilità e soprattutto sulla ‘ribevibilità” – precisa il vignaiolo – mentre per i bianchi credo molto nella verticalità, quindi vini molto asciutti, senza residui zuccherini che rischiano anche di dare un’idea distorta di quello che è realmente il vino sardo, in questo caso il Vermentino.

Per chi punta su pulizia, precisione e trasparenza, il Vermentino non filtrato e senza solfiti aggiunti ‘Majga’ pare un controsenso e invece è una rivelazione, una bella eccezione che conferma la regola. ‘È stata un’idea nata per gioco – racconta con il suo accogliente sorriso – ma allo stesso tempo una sfida: ‘adesso vi faccio vedere io cosa vuol dire un vino naturale, con il minimo intervento ma con tecnica e stile”. Ecco allora uva pigiata e fermentata, senza nessun processo di chiarifica e filtrazione, pressatura soffice diretta dei grappoli, scelta del mosto e fermentazione con lieviti selezionati a cui segue la malolattica. Prosegue un breve affinamento in tini d’acciaio a contatto con i lieviti con ripetuti battonage tre volte al giorno durante tutto l’affinamento.

‘Il Vermentino è sicuramente il futuro del vino in Sardegna ma il Cannonau deve cercare di stare al passo, togliendosi le vesti e l’idea di vino strutturato e corposo. Bisogna cercare di snellire un po’ la macerazione, è un vitigno delicatissimo, forse più delicato anche del Vermentino e proprio per questo bisogna limitare le follature, i rimontaggi, cercare di bagnare al minimo indispensabile la vinaccia, in modo da estrarre il meno possibile’ precisa ad askanews l’enologo Puddu, sottolineando di ‘cercare anche di sfruttare meglio qualche fermentazione carbonica, che lo può aiutare su quella parte di frutto che già come uva il Cannonau ha sicuramente molto più, anche del Pinot nero. A proposito, molti quando assaggiano i miei dicono che sembra un Pinot Nero, a me piace dire che è il Pinot nero che sembra un Cannonau’.

Sono buoni i vini di Cantina Iolei: ben concepiti e realizzati, pieni, ricchi di gusto, goduriosi nella loro moderna rusticità. ‘Diciamo che abbiamo iniziato il percorso: i dieci anni passati sono stati un modo per capire come si lavora, qual è la direzione’ dice Antonio, evidenziando che ‘nonostante tuttora la strada si presenti piena di curve (anche visti gli sviluppi e gli scenari che si prospettano), noi andiamo avanti con la consapevolezza di quello che si è fatto, cercando di migliorarlo. Abbiamo buttato una base ma è ancora tutto da fare e tutto da sviluppare però le fondamenta rimangono ben salde, che sono quelle del rispetto del territorio prima di tutto, e poi dell’uva e di quelle che sono anche le tradizioni, cercando però di migliorarle’.

Negli ultimi due anni l’azienda ha ottenuto riconoscimenti importanti che ne hanno rafforzato la visibilità a livello nazionale, segnalando una crescita qualitativa costante e una maggiore attenzione della critica verso il Cannonau di Barbagia, e portando ogni anno l’azienda a finire le bottiglie. ‘Ora voglio tenerne un po’ da parte per creare una sorta di storico, non solo da far assaggiare a chi viene in cantina, ma anche da rimettere sul mercato in un secondo momento. I vini mi piacerebbe seguirli un po’ di più nella loro evoluzione e potermeli godere nel tempo’ spiega Antonio Puddu, annunciando ‘che il prossimo passo che faremo è quello del tappo a vite, anche se purtroppo in Sardegna ad oggi non c’è nessuno che offre questo servizio di imbottigliamento’. Dall’anno scorso la Cantina ha investito anche sul fronte dell’accoglienza, ampliando e riorganizzando gli spazi per degustazioni e visite. Avanti così. (Alessandro Pestalozza)