“Ora andiamo a Capomulini e torniamo. Perché se non l’hanno vista di là, sulla carta deve essere qua. Acitrezza, Capomulini. Dopo Acitrezza c’è Ognina? T’immagini è a Ognina”. La sera del 16 marzo 2023 il catanese Nino Vasta, allora 38enne, è in compagnia di un calabrese. A bordo di un’auto, si muovono lungo la statale 114, tra Acireale e Catania. Non sono alla ricerca di un ristorante, uno dei tanti che assicurano una scorpacciata di pesce, ma ragionano su come intercettare un pescatore.
I due, e con loro altri soggetti vicini al clan Cappello e alla ‘ndrina dei Commisso di Siderno (Reggio Calabria), hanno bisogno di qualcuno che possa fare loro una cortesia particolare: da giorni, infatti, stanno tentando di recuperare quasi due tonnellate di cocaina lasciate appositamente in mare a galleggiare. Chi lo ha fatto non è stato avventato, ma ha messo in atto una delle tecniche che negli ultimi anni sono più in voga nel mondo del narcotraffico. Specialmente nel Mediterraneo.
Si chiama drop off e prevede che la droga, giunta a sufficiente distanza dalle coste, venga apparentemente abbandonata in acqua per poi essere recuperata e portata sulla terraferma da piccole imbarcazioni, natanti che non hanno necessità, per sbarcare, di passare dai grandi porti.
Il motivo è semplice: per quanti complici si possano avere, il rischio di incappare in un controllo di polizia nei grandi porti non è secondario.
Nel caso della cocaina cercata da Vasta, in ballo c’era un affare da 30 milioni di euro. Una cifra enorme, ma che diventa nulla se si pensa a quanto accaduto lo scorso mese quando – come raccontato dalla testata IrpiMedia – al largo delle coste del Sahara Occidentale sono state sequestrate trenta tonnellate a bordo di una nave cargo diretta nel Mediterraneo.
Il sogno di sistemare le famiglie
La vicenda del carico di cocaina smarrito in mare è contenuta nell’ordinanza Abisso, che venerdì ha portato all’arresto di una quindicina di persone, tra cui il cantante neomelodico Niko Pandetta, accusate di fare affari con la droga.
A finire in carcere è stato anche Nino Vasta, la cui appartenenza ai Cappello non è dimostrata ma che all’interno del clan etneo vanta una parentela importante: l’uomo è nipote di Franco Egitto, boss ergastolano.
Dall’indagine sono emersi diversi rapporti con l’estero, sia in fase di acquisto delle sostanze stupefacenti che di rivendita. A Malta, per esempio, i Cappello avrebbero aperto canali che garantivano uno smercio costante.
“Il mare, di colpo lo sai com’è cambiato? Le onde. Se era come dici tu, mare calmo, con le modo d’acqua ci stavamo un secondo”. Le parole di Vasta, intercettate dai militari del Gico della guardia di finanza, raccontano giorno dopo giorno la fibrillazione che ha accompagnato la ricerca della droga lasciata in mare.
Non riuscendo ad avvistare nulla dalla costa, siciliani e calabresi hanno deciso di rivolgersi a un paio di pescatori catanesi, con la speranza che i sonar a bordo dei pescherecci potessero individuare la cocaina. Nell’ordinanza si fanno i nomi di due natanti ai cui titolari Vasta e soci avrebbero pensato di poter chiedere aiuto. Nulla sarebbe stato gratuito: stando alle intercettazioni, il recupero della droga avrebbe garantito la possibilità di trattenere il cinque per cento del valore del carico. Soldi ce ne sarebbero stati a sufficienza per far sì che tutti si arricchissero, pescatori compresi.
Le coordinate Gps
Dalle intercettazioni è emerso, ma considerato il valore di due tonnellate di cocaina era impensabile non fosse così, che la mega-partita di cocaina era stata acquistata da diverse famiglie mafiose, riunite in una sorta di consorzio. A ognuna sarebbe spettata uno quota in proporzione all’investimento fatto.
Gli sforzi dei narcotrafficanti alla fine si sono rivelati vani. A mettere per primi le mani sulla cocaina è stata infatti la guardia di finanza. Un boccone molto amaro per Vasta. “Mi sarei mangiato la vita, ti avrei fatto arricchire anche a te. Io per questo ho pianto”, diceva l’uomo al cantante e amico Niko Pandetta quando ormai era chiaro che ogni speranza era sfumata.
Nell’ordinanza sono contenute le coordinate in cui la droga è stata intercettata dagli investigatori. Stando ai dati, la cocaina si sarebbe trovata a circa 160 chilometri a est dell’isola di Malta. Ben lontana dalla costa ionica catanese, dove Vasta sperava fosse già arrivata.
Allo stato non è chiaro chi abbia venduto la droga. E anche se è molto probabile che si tratti di soggetti stranieri, l’impossibilità di indicare con precisione dei sospetti ha portato la gip Anna Maria Cristaldi a non riconoscere la sussistenza, per il momento, dell’aggravante della transnazionalità.
“Va ricordato che ai fini della configurabilità è necessario che alla consumazione del reato transnazionale contribuisca consapevolmente un gruppo criminale organizzato – si legge – È possibile astrattamente ritenere che un simile quantitativo sia stato venduto da un gruppo criminale organizzato sedente all’estero, ma non vi è alcun elemento che comprovi detto assunto e che consenta di individuare quel gruppo”.
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