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Carceri, una polveriera che nessuno vuole vedere ma la rabbia non può essere contenuta all’infinito

Carceri, una polveriera che nessuno vuole vedere ma la rabbia non può essere contenuta all’infinito
Carcere

La rivolta di Catania, con 400 detenuti coinvolti su 422, l’ultimo segnale di un sistema al collasso

Mentre il ministro Salvini intensifica le sue visite in carcere alimentando il pensiero di una strumentalizzazione della sofferenza dell’oramai famoso gioielliere Roggero (Un ministro dei trasporti perché va in carcere? Perché contesta la legge sulla Privacy voluta da lui e dal suo partito? Perché promette un seggio parlamentare quando dovrebbe sapere che la grazia sospende la pena ma non la condanna e quindi l’incandidabilità?), le carceri italiane vivono da anni in una condizione di sofferenza strutturale.

Carceri in Sicilia: sovraffollamento e crisi del sistema penitenziario

È in Sicilia che questa crisi assume contorni più netti, più crudi, più difficili da ignorare: il sovraffollamento, la carenza di personale, l’inadeguatezza degli edifici e l’assenza di un vero progetto rieducativo sono elementi che si intrecciano in un quadro che non è più emergenza ma piuttosto è normalità. Una normalità che brucia, che logora, che esplode.

Rivolta nel carcere di Piazza Lanza a Catania

Nel carcere di Piazza Lanza, a Catania, la tensione è deflagrata in una rivolta che ha coinvolto circa 400 detenuti su 422 presenti, un dato che da solo racconta la portata del disagio. Le fonti parlano di reparti occupati, agenti feriti, forze dell’ordine schierate all’esterno, trattative serrate per ripristinare l’ordine. Il caldo soffocante – che in celle sovraffollate e prive di adeguata ventilazione diventa una tortura – è stato indicato come una delle scintille della sommossa. Credo però che ridurre tutto alla temperatura sarebbe un alibi. La verità è che Piazza Lanza è una polveriera, come ha denunciato il sindacato Consipe: una struttura con una capienza regolamentare di 279 posti che ne ospita 422, pari a un tasso di sovraffollamento del 170%. Il caldo è stato solo l’ultimo colpo inferto a un sistema già in ginocchio.

Il sistema penitenziario siciliano tra emergenza e criticità

La Sicilia non è un’eccezione: è un simbolo. Le criticità di Catania sono le stesse che attraversano Palermo, Messina, Trapani, Agrigento. Strutture vecchie, personale ridotto, servizi sanitari insufficienti, presenza crescente di detenuti con fragilità psichiatriche.

La Camera Penale di Catania lo ha detto con chiarezza: la rivolta non è un episodio isolato, ma la conseguenza diretta di una crisi strutturale che investe l’intero sistema penitenziario regionale e nazionale. Eppure, ogni volta che una rivolta scoppia, si finge sorpresa. Come se non sapessimo già tutto.

La dignità dei detenuti e la funzione rieducativa del carcere

Parlare di carcere significa parlare di persone. Non solo dei detenuti, ma anche degli agenti, degli educatori, dei medici, di chi ogni giorno vive in un ambiente che non è pensato per essere umano. La pena, in Italia, dovrebbe avere una funzione rieducativa. Ma come si rieduca in celle dove si dorme in tre, dove il caldo ti toglie il respiro, dove la sanità è un miraggio, dove la dignità è un lusso?

Serve un pensiero umano, prima ancora che politico. Serve ricordare che il carcere è lo specchio di una società: se è degradato, lo siamo anche noi. Papa Prévost – voce spesso richiamata quando si parla di dignità e fragilità – scriveva: “La misura dell’umanità di un Paese si vede da come tratta chi non ha più nulla”. Una frase che dovrebbe campeggiare all’ingresso di ogni istituto penitenziario.

Riforma delle carceri: la sicurezza passa anche dai diritti

La rivolta di Catania non è un incidente: è un messaggio che dice che il sistema non regge più. Che il caldo, la fame, la solitudine, la malattia, la rabbia non possono essere contenuti all’infinito. Che la dignità non è un optional. Che la sicurezza non si garantisce con più chiavi, ma con più diritti e che ignorare tutto questo significa preparare la prossima esplosione.

Emiliano Abramo
Presidente della Comunità di Sant’Egidio in Sicilia e del Movimento I Solidali