ROMA – Nel 2025, nelle carceri italiane ogni quattro giorni e mezzo un detenuto si è tolto la vita. Gli 80 suicidi – l’ultimo proprio mentre nelle case gli italiani si apprestavano a festeggiare il nuovo anno – testimoniano come la crisi del sistema penitenziario sia lontana dall’essere risolta. Tra sovraffollamento, mancanza di adeguate cure nei confronti di chi soffre di patologie psichiche, carenze nell’organico sia degli agenti che del personale addetto a fornire servizi di altra natura, la luce fuori dal tunnel non si vede ancora. Dai dati registrati dal ministero della Giustizia e aggiornati a fine novembre, risulta che il numero dei detenuti era di 63.868, circa duemila in più rispetto alla fine del 2024 quando a essere reclusi erano in 61.861.
Capienza carceraria e dati ufficiali del ministero della Giustizia
Stando alla capienza autorizzata, i posti nei penitenziari dovrebbero essere 51.275. Ma si tratta, come ammesso dallo stesso ministero, di una stima che attiene alla carta: “Il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato”. Per Antigone, associazione che si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale, la capienza effettiva a fine novembre era di 46.124 posti, settecento in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno.
Antigone: “Il bilancio di fine 2025 è il più cupo degli ultimi anni”
“È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia ma – ha dichiarato Patrizio Gonnella, il presidente di Antigone – il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni. Perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra e degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo”.
Spazi vitali, condizioni igieniche e diritti negati
I responsabili di Antigone hanno vistato 120 carceri, delle quali il 42,9 per cento risulta non riuscire a garantire “i tre metri quadrati di spazio vitale per persona”. Una riduzione degli spazi che è in aumento: nel 2024, infatti, questa percentuale si fermava al 32,3 per cento. Più di un carcere su due, invece, ha celle senza doccia e in oltre il 45 per cento dei casi ci sono condizioni igieniche inadeguate e assenza di acqua calda. I problemi, poi, riguardano anche le carenze di spazi per lavoro, socialità e formazione.
Sovraffollamento nelle carceri siciliane: i dati struttura per struttura
In Sicilia, le 23 strutture penitenziarie sulla carta potrebbero ospitare 6439 persone ma a fine novembre erano 7083 i detenuti, dei quali 234 donne e 1065 stranieri. Guardando nel dettaglio la situazione nelle singole strutture dell’isola è la seguente (il dato sulla capienza è tra parentesi): Agrigento P. Di Lorenzo 383 detenuti (283), Sciacca 20 (73), Caltanissetta 242 (183), Gela 80 (48), San Cataldo 102 (135), Caltagirone 437 (541), Catania Bicocca 173 (136), Catania Piazza Lanza 469 (279), Giarre 75 (58), Enna L. Bodenza 215 (167), Piazza Armerina 69 (48), Barcellona Pozzo di Gotto 222 (387), Messina 204 (302), Palermo Lorusso Pagliarelli 1330 (1166), Palermo Ucciardone 598 (569), Termini Imerese 105 (95), Ragusa 199 (196), Augusta 608 (364), Noto 149 (176), Siracusa 661 (545), Castelvetrano 71 (44), Favignana 98 (89) e infine Trapani 572 (555).
Istituti penali per minorenni e decreto Caivano
A risentire delle criticità sono anche gli istituti penali per minorenni. Per Antigone, il quadro è diventato più preoccupante con l’attuazione del decreto Caivano. “Ha determinato un aumento dei giovani detenuti, facendoli diventare il 150 per cento di quello che erano e svuotando progressivamente il circuito della giustizia minorile della sua funzione educativa – è la denuncia dell’associazione –. Sempre più spesso, ragazzi che potrebbero proseguire il loro percorso fino ai 25 anni nei servizi minorili vengono trasferiti nelle carceri per adulti al compimento della maggiore età, interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento”.
Personale insufficiente e stress operativo nelle carceri
Anche in questi casi il sovraffollamento si accompagna a situazioni deficitarie che incidono nella qualità della detenzione: nel dieci per cento degli istituti visitati il riscaldamento non era sempre funzionante, mentre oltre il 45 aveva problemi con l’acqua calda e ben il 56 per cento era dotato di celle prive di doccia, nonostante il regolamento penitenziario le preveda obbligatoriamente. Se le carceri ospitano un numero maggiore di detenuti rispetto a quelli che potrebbero starci, a essere meno del dovuto sono gli agenti penitenziari.
“In media si contano 1,9 detenuti per ogni agente di polizia penitenziaria e 70 detenuti per ogni educatore, ma in alcune realtà i numeri diventano insostenibili – denuncia Antigone – A Regina Coeli si arriva a 3,2 detenuti per agente e 95 per educatore; a Novara a 2,7 detenuti per agente e addirittura 180 per educatore”.
Autolesionismo, psicofarmaci e disagio psichico in carcere
Questa sproporzione determina una minore capacità del personale di attuare i controlli necessari a evitare che la situazione all’interno delle strutture sfugga fuori controllo. “Restano altissimi gli eventi critici: negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni cento detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone detenute. La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano. Dalle oltre cento visite effettuate quest’anno da Antigone è emerso come l’8,9 per cento delle persone detenute presentava una diagnosi psichiatrica grave al momento delle visite. A fronte di ciò, il 20 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 44,4 per cento faceva uso di sedativi o ipnotici. Gli psicofarmaci – sottolinea l’associazione – continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto”.
Funzione rieducativa del carcere e misure alternative
Il carcere dovrebbe avere – lo dice la Costituzione – l’obiettivo di rieducare il condannato e prepararlo al reingresso in società. Così però non è, trasformandosi in un luogo di punizione e alienazione. “Mentre il carcere si riduce a spazio di mera custodia, lavoro, formazione e istruzione restano largamente marginali”, fa sapere Antigone. I dati dell’associazione dicono che lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30 per cento delle persone detenute, mentre solo il 3,7 ha un impiego con datori di lavoro esterni. Numeri simili anche per la formazione: solo il 30,4 frequenta la scuola, mentre il 10,4 è coinvolto in percorsi di preparazione professionale. “Tutto questo avviene nonostante il 38 per cento delle persone detenute abbia una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, che non rappresentano una rinuncia alla pena ma una modalità più efficace e costituzionalmente orientata di esecuzione, capace di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare la sicurezza collettiva”, conclude Antigone.
Il piano del Governo per 10mila nuovi posti. Antigone: “Nel 2025 ne sono stati persi 700”
“I parlamentari non vanno oltre una visita e la presentazione di una interrogazione, che serve a fare qualche foto. Il carcere e i detenuti non fanno notizia nemmeno se si suicidano”. Queste parole pronunciate da Pino Apprendi, garante dei detenuti a Palermo, risuonano in un momento in cui il governo nazionale ha varato il piano Carceri, pacchetto di misure con cui si punta a riequilibrare le carenze nel sistema penitenziario italiano. Tra lavori di manutenzione straordinaria, ampliamento e nuove costruzioni, l’obiettivo indicato per il 2027 è quello di avere nuovi 10mila posti detentivi in tutta Italia con un investimento complessivo che si aggira sui 750 milioni di euro. Il governo Meloni ha nominato un commissario straordinario per l’attuazione del piano, individuandolo in Marco Doglio. In ballo ci saranno una sessantina di cantieri tra nuove opere e interventi di manutenzione.
A novembre è stata pubblicata una gara d’appalto da oltre 274 milioni. “Prosegue il programma del commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria con una nuova gara destinata all’ampliamento di dodici strutture carcerarie – si legge sul sito del ministero – La procedura, pubblicata da Invitalia, in qualità di Centrale di committenza per il Commissario straordinario, riguarda la progettazione e la realizzazione di padiglioni detentivi negli istituti di Reggio Calabria, Trani, Perugia, Saluzzo, Santa Maria Capua Vetere, Napoli (Secondigliano), Gela, Trapani, Ferrara, Pavia, Rovigo e Monza distribuiti in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia”.
A esprimere però profonde perplessità rispetto a quanto finora fatto è l’associazione Antigone. “Secondo quanto riportato dallo stesso governo già nell’anno che si sta per concludere, i nuovi posti sarebbero dovuti essere 864. Ciò a cui si è assistito è stata invece una perdita di 700 posti effettivi, con un dato registrato ai primi giorni di dicembre che non conteggia i circa 250 posti persi nel solo incendio di San Vittore di alcuni giorni fa”, ha commentato l’associazione.
In attesa di capire se e come il governo riuscirà a raggiungere i risultati annunciati, giorno dopo giorno l’esperienza di chi sta in carcere è spesso invivibile, come gli 80 suicidi avvenuti nel 2025 dimostrano. “Il carcere italiano è lo specchio di scelte politiche precise. Continuare a ignorare questi dati significa accettare che la pena perda ogni funzione costituzionalmente orientata e che la violazione sistematica dei diritti fondamentali diventi la normalità”, sottolinea Antigone, ricordando che nel 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto seimila ricorsi di detenuti che denunciavano di essere stati sottoposti a trattamenti degradanti e riconoscendo loro un indennizzo economico.

