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Caro-casa, in Sicilia i prezzi continuano a salire

Caro-casa, in Sicilia i prezzi continuano a salire

Secondo il rapporto di Nomisma a Palermo si toccano i costi più elevati: servono 880 euro mensili per un bilocale di 60 mq. Nelle principali città dell’Isola la pressione turistica e gli affitti brevi hanno ridotto l’offerta per la locazione tradizionale

PALERMO – L’emergenza abitativa in Italia ha smesso di essere un fenomeno circoscritto alle fasce di povertà estrema per diventare un nodo strutturale, che soffoca il ceto medio e mina la competitività dei territori. Secondo l’ultimo rapporto Nomisma pubblicato in questi giorni, la crisi colpisce con particolare violenza il Mezzogiorno, dove Palermo e Catania emergono come casi emblematici di una frattura sociale sempre più profonda.

Mentre a livello nazionale 1,5 milioni di famiglie versano in una situazione di disagio acuto o grave, è nel Sud e nelle Isole che si registra l’incidenza più alta: qui il costo per l’abitare arriva a superare il 41% del reddito dei locatari, ben oltre la soglia di sostenibilità del 30%.

Affitti in aumento: i dati su Palermo e Catania

Analizzando le due metropoli siciliane, il quadro appare complesso. A Palermo, il canone medio per un bilocale di 60 metri quadrati in centro ha raggiunto gli 880 euro mensili, segnando un aumento dell’11,3% rispetto al 2020. Catania presenta costi apparentemente più contenuti, con una media di 520 euro, ma ha registrato una crescita dei prezzi più marcata, pari al 15,3% nello stesso periodo.

Questi dati, se rapportati alla fragilità dei redditi locali, spiegano perché l’affordability sia diventata un miraggio per nuclei monoreddito e giovani single. Sebbene città come Milano e Roma tocchino vette rispettivamente di 1.500 e 1.700 euro, il peso reale della spesa abitativa sulle tasche dei cittadini siciliani è proporzionalmente più gravoso a causa del minor potere d’acquisto.

Immobili vuoti e affitti brevi: il paradosso siciliano

Il paradosso del mercato immobiliare siciliano risiede nella disponibilità di spazi non utilizzati. A fronte di una domanda che non trova risposte dignitose, l’Italia conta circa 4,5 milioni di immobili vuoti o sottoutilizzati.

A Palermo e Catania, la pressione dei flussi turistici e la diffusione degli affitti brevi hanno ulteriormente ridotto l’offerta per la locazione tradizionale, spingendo la quota di proprietari disposti a contratti stabili a un risicato 10,5% su base nazionale. Questo fenomeno alimenta il sovraffollamento nel segmento dell’affitto, che vede i canoni crescere mediamente del 3,5%, con picchi del 9,5% per gli alloggi destinati agli studenti.

Crisi abitativa e sviluppo economico

Il disagio non è solo una questione di bilancio familiare, ma un limite allo sviluppo economico. Come evidenziato da Elena Molignoni di Nomisma, aree metropolitane diventate “inavvicinabili” rischiano di non attrarre più le risorse umane necessarie alle imprese locali. Per invertire la rotta, non bastano più i fondi di sostegno all’affitto, ormai quasi esauriti, ma occorre un nuovo Piano casa che incentivi l’edilizia residenziale sociale (Ers).

Per città come Palermo e Catania, la sfida è creare un’alleanza tra pubblico e privato, utilizzando leve fiscali come esenzioni Imu o premialità volumetriche per trasformare gli immobili dismessi in abitazioni a canone calmierato, restituendo ossigeno a territori che rischiano l’asfissia sociale.

Il diritto all’abitare tra Nord e Sud

Più in generale, in Italia, il diritto all’abitare sta scivolando lentamente dal rango di certezza sociale a quello di lusso per pochi. Il confronto con le grandi città del Nord, come Milano o Bologna, rivela una dinamica perversa. Se al Nord i prezzi sono altissimi ma trainati da un’attrattività economica forte, in Sicilia i canoni crescono per una scarsità artificiale e per la pressione dei flussi turistici (affitti brevi), che stanno svuotando i quartieri popolari di Palermo e Catania a favore dei visitatori temporanei.

La variazione dei canoni per gli studenti, che su base nazionale segna un +9,5%, colpisce duramente le famiglie siciliane che mandano i figli nei capoluoghi, rendendo l’istruzione universitaria un costo sempre più insostenibile.