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Catania l’urbanistica cerca risposte ma la natura cambia le domande

Catania l’urbanistica cerca risposte ma la natura cambia le domande
Lungomare Catania distrutto dal ciclone Harry

Il ciclone Harry come occasione per riflettere e ripensare il paradigma della progettazione: se è vero che anche centri avanzati come Dubai e Singapore si sono dovuti fermare di fronte all’irruenza del clima, altri casi come Toronto dimostrano che è possibile adattarsi a fenomeni come il freddo estremo

Il 20 e 21 gennaio di questo nuovo anno allerta rossa su Catania. A dire il vero anche per il giorno prima la Regione aveva stabilito che il rosso fosse il colore preferito per l’allerta, ma la Natura, influencer indiscussa, non deve chiedere a nessuno e decide quando e come. Il ciclone Harry aveva iniziato la sua attività inducendo il Sindaco a disporre l’ordinanza di chiusura. Giusto l’occasione per riflettere, sì… tra l’altro lo ricordava anche lo smartwatch con il suo messaggio dell’App dedicata: “Prendi alcuni minuti per riflettere”. Quale migliore occasione?

Nello stesso giorno, a Toronto il termometro segnava meno ventitré gradi. Proprio la Tv annunciava disagi ma non la chiusura. Un paradosso? La riflessione si fa ancora più intensa.

Catania e Toronto: due città, due climi, due modelli

Due città, due climi, due modi di convivere con l’eccezionalità. È qui che si concentra una riflessione sul paradosso. L’urbanistica è una scienza che cerca risposte, sia a Catania che a Toronto, ma la Natura ha l’abitudine quasi sarcastica di cambiare le domande. Due città diverse e due mondi diversi ma la tecnica e gli studi hanno sempre gli stessi approcci.

I nostri calcoli idraulici si fondano su serie storiche, su ricorrenze statistiche, su quella che gli ingegneri chiamano “dati di progetto”, eventi meteorici che dovrebbero verificarsi, in media, una volta ogni tot anni. La Natura pare volerci ricordare che non ha alcuna intenzione di farsi addomesticare, di diventare prevedibile, di essere catalogata in un manuale. È lei che detta le regole.

Eventi estremi nel mondo: Dubai e Singapore

Gli esempi non mancano e non solo in Sicilia ma anche in quei luoghi oggi ritenuti all’avanguardia. Il sedici aprile 2024, Dubai ha ricevuto centocinquantanove millimetri di pioggia in ventiquattro ore e l’aeroporto internazionale, tra i più trafficati del mondo, ha dovuto sospendere le operazioni. Le autostrade a sei corsie si sono trasformate in canali.

Eppure Dubai dispone di tecnologie avanzate, risorse finanziarie pressoché illimitate, sistemi di monitoraggio sofisticati. Non è bastato sperimentare per decenni l’inseminazione artificiale delle nuvole, nel tentativo di governare il clima.

A Singapore, città che gli urbanisti di tutto il mondo citano come modello di gestione delle acque, nel maggio 2024 piogge intense hanno paralizzato persino l’aeroporto di Changi. Tutte città ricchissime, dotate dei migliori progettisti. E tuttavia vulnerabili.

Toronto e la cultura della convivenza con l’eccezionale

Eppure Toronto fa pensare. In quella città il freddo estremo non è un’emergenza ma una condizione. Meno venti, meno venticinque gradi sono la norma invernale, non l’eccezione. La città funziona. La rete della metropolitana è stata progettata per il freddo polare, gli edifici hanno standard di isolamento impensabili alle nostre latitudini, i cittadini sanno vestirsi e sanno muoversi nelle trame delle vie sotterranee pieni di servizi.

Nessuno si illude di dominare l’inverno canadese ma semplicemente, lo si asseconda. È questa, forse, l’indicazione più preziosa che questa riflessione mi suggerisce.

Urbanistica, sicurezza e limiti della tecnica

Il progettista urbanista che affronta il problema della sicurezza di una città si trova di fronte a una scelta: pianificare per l’evento peggiore immaginabile oppure, diversamente, pianificare per eventi ordinari, accettando che, prima o poi, qualcosa di straordinario lo metterà in crisi. La comunità, a ragion veduta, chiede certezze. Vuole sapere se la città è sicura!

Per converso, il terrore dei tecnici impera negli studi di progettazione che proprio quelle certezze non possono darle. Un tecnico può calcolare probabilità, stimare rischi, ma può garantire l’incolumità?

Catania e la storia del governo delle acque

Catania conosce bene questa tensione sin dagli anni più antichi. Chi è appassionato della storia urbanistica della città sa che il governo delle acque e la sua pianificazione è stato una preoccupazione costante. Già nella seconda metà dell’Ottocento, Filadelfo Fichera si occupò del risanamento igienico dopo l’epidemia di colera del 1866; nel 1887, il barone Bernardo Gentile Cusa con un Piano regolatore, mai approvato ma di fatto vigente, affrontava l’espansione verso est e la regimazione delle acque di scarico dei tetti; Francesco Fichera proseguì l’opera paterna nel Novecento. Uomini dotti e forse consapevoli dei limiti del loro sapere.

Le conseguenze di una città cresciuta repentinamente si sono manifestate più volte: nell’ottobre 1951, cinquecento millimetri di pioggia in tre giorni provocarono disastri e morti in città; nell’ottobre 2021, il ciclone Apollo scaricò duecentosessantacinque millimetri in quarantotto ore e via Etnea divenne un torrente.

Quest’ultimo evento me lo ricordava proprio un avvocato di Milano che quel giorno, a Catania per lavoro, rimase appeso ad un palo della illuminazione pubblica di via Etnea per non essere portato via dalla furia delle acque. Eventi che i tecnici definiscono “straordinari”, ma che da un po’ si ripetono con frequenza crescente.

Città resilienti e nuovi paradigmi urbanistici

Forse è il paradigma stesso che andrebbe ripensato. Per decenni abbiamo progettato città che combattono l’acqua, la incanalano, la tombano, oggi si pensa ad un approccio diverso. Si vedono le aree diventare superfici permeabili, parchi che si lasciano allagare senza danni, edifici con piani terra sacrificabili – qualcosa già a Catania si vede.

Non credo ad una rassegnazione, bensì ad una strada da percorrere indicata dalle nuove teorie. Accettare che l’evento estremo possa verificarsi potrebbe diventare la dimensione resiliente di una città che crede alle soluzioni. Come a Toronto con il gelo, come a Singapore con i monsoni.

Convivere con la Natura, non dominarla

L’allerta rossa è rientrata. Le strade si sono asciugate, i tombini sono tornati a funzionare, la vita insomma ha ripreso, fino al prossimo Harry. Filadelfo Fichera e Gentile Cusa, centocinquant’anni fa, non avevano le nostre tecnologie ma avevano certamente compreso che il territorio va rispettato, non forzato.

Una riflessione non certo semplice, quella di oggi, che mette a paragone anche città diverse. Tanti i dubbi che potrebbero alimentare sistematici confronti con i diversi saperi della società civile, e forse potrebbe essere interessante il dibattito con gli amici canadesi.

Ragionare su una città sicura porterà a comprendere come convivere con gli eventi eccezionali, difficile pretendere di dominare la Natura. Non rassegnazione, ma paziente tenacia che trasforma le difficoltà in occasioni di crescita. Costruire comunità forti con gente segnata dal pericolo e forgiata dalle emergenze forse significa progettare città possibili e non città ideali.

Biagio Bisignani
Direttore della Direzione Urbanistica del Comune di Catania