Scavare di più, per decine di metri, così da estrarre il materiale basaltico che in origine non si pensava ci fosse. È la richiesta che la Rem, società amministrata da Andrea Rendo, ma di proprietà di fatto della famiglia paternese Caruso, ha fatto nei mesi scorsi alla Regione per quanto riguarda la gestione della cava Timpa di Pero a Belpasso.
Già attivi nel settore dei rifiuti, delle bonifiche, dell’edilizia e dell’energia, gli imprenditori hanno richiesto all’assessorato al Territorio una variante all’autorizzazione ottenuta negli anni scorsi, dopo essere subentrati nella conduzione del sito.
Sin dall’inizio delle attività estrattive, la cava è passata tra le mani di società che, per un motivo o per l’altro, hanno scritto pagine dell’imprenditoria isolana e su cui si sono soffermate nel tempo anche le attenzioni delle procure. A fine anni Ottanta e per oltre un decennio, a cavare il pregiato basalto, che trova impiego in numerosi passaggi della filiera delle costruzioni, fu una delle imprese facenti capo al gruppo F.lli Costanzo, poi negli anni Duemila tutto passò nelle mani della Siciliana Cave della famiglia Basilotta. Più di recente, è stata la Rem ad accaparrarsi il sito in sede di asta fallimentare.
Ulteriori scavi
“Il presente progetto riguarda una cava di basalto, il cui materiale verrà utilizzato per la successiva produzione di inerti classificati e blocchi basaltici”, si legge all’inizio della relazione mineraria allegata alla richiesta di variante. Un incipit di carattere generale a cui, scorrendo le pagine, si aggiungono i dettagli che, ottenuto il via libera dalla Regione, andrebbero ad aggiornare l’autorizzazione in possesso della società dei Caruso.
“Il progetto è quindi finalizzato alla modifica altimetrica dei piazzali dell’attuale cava, tenuto conto che il letto della colata in attuale coltivazione si immerge con modalità impreviste rispetto il progetto approvato, comportano la revisione delle modalità di estrazione”, si legge nel documento, in cui si sottolinea l’esigenza “di tenere conto della presenza di colate laviche sottostanti a quella oggetto di attuale coltivazione, di interesse minerario, come emerso nel corso dell’avanzamento dei lavori e sulla scorta delle indagini geofisiche e dirette eseguite nei luoghi”.
Nello specifico, la società chiede per il lato nord della cava di raggiungere la quota finale di 530 metri sul livello del mare, anziché i 540 attualmente previsti; mentre sul lato sud si punta a realizzare più gradini – ognuno di quota pari a dieci metri e largo cinque – per arrivare fino a 500 metri sul livello del mare. Ovvero scendere di una trentina di metri rispetto a quanto autorizzato.
Le attività di estrazione nei circa 200mila metri quadrati di area di coltivazione a Timpa di Pero dovrebbero durare ancora quindici anni. I calcoli sono stati forniti dalla stessa Rem.
“Con la variante proposta – viene dichiarato – si intende proseguire il solo abbassamento dei piazzali inferiori, prevedendo l’interessamento di solo due delle colate laviche sottostanti a quella superficiale, già parzialmente interessate dai lavori estrattivi. In ogni caso, i lavori di coltivazione previsti non interferiranno con l’idrografia profonda, in quanto la falda acquifera si colloca ad una profondità elevata rispetto al piano di campagna”.
Le attività, stando ai documenti presentati dalla società, andrà avanti perlopiù tramite abbattimento diretto tramite mezzi meccanici in quello che è conosciuto come metodo “per cascata”, ma è previsto anche “il ricorso sporadico all’abbattimento con uso di esplosivo”.
Futuro vigneto e uliveto
L’istanza riguarda anche il progetto di recupero ambientale che vedrebbe il completamento una volta che finiranno gli scavi. La proposta di Rem è quella di colmare i vuoti utilizzando materiali di diversa provenienza, come le rocce da scavo, che rientrino nei paramenti previsti per ciò che concerne le concentrazioni di soglia di contaminazione. In altre parole, materiali che non siano inquinati e che altrimenti sarebbero destinati a finire in discarica.
Proprio per Timpa di Pero, nel 2025, la società – come già raccontato da questa testata – ha presentato anche un progetto per il trattamento di rifiuti inerti che è al vaglio della commissione tecnica della Regione.
Riempiti gli spazi, il progetto di recupero ambientale passerebbe per la piantumazione di vigneti e, in misura minore, ulivi e piante autoctone. Nel complesso il recupero dovrebbe costare intorno ai 620mila euro, pari al cinque per cento dell’utile che la società trarrà dalle attività di estrazione.
Rocce in uscita e in entrata
Per completare la ricolmatura della cava sarebbero necessari oltre sette milioni di metri cubi di materiale. A riguardo la società spiega come l’attuale andamento del mercato edilizio e delle opere pubbliche, con i tanti cantieri aperti e altri di prossima apertura – tra questi si citano quello per il ponte sullo Stretto, ma anche i raddoppi ferroviari e l’interramento della linea per consentire il prolungamento della pista dell’aeroporto di Fontanarossa – potranno interessare Rem sia per ciò che riguarda la fornitura di rocce che la ricezione.
“Ciò potrà garantire – si legge in una delle relazioni – un andamento sostenuto dalla domanda di materiale lapideo pregiato come quello in esame. Parallelamente, gli stessi lavori comporteranno la produzione di diversi milioni di tonnellate di terre e rocce da scavo e materiali inerti compatibili con l’utilizzo in recuperi ambientali. Una parte potrà essere recuperata presso la cava”.
L’autorizzazione restituita
Nel 2024, la Regione aveva revocato l’autorizzazione ottenuta da Rem per continuare a coltivare la cava di Belpasso. All’origine del provvedimento c’era stata l’errata – a detta della Regione – comunicazione della superficie che la società su cui avrebbe operato. Per Rem erano 199.259 metri quadrati, dunque appena sotto i 20 ettari che rappresentano il limite sopra il quale è necessario sottoporre i progetti a valutazione d’impatto ambientale. La Regione, invece, aveva rivisto il calcolo stimando una superficie “dimenticata” di circa 26mila metri quadri. Tuttavia, la partita si chiuse a favore della società dei Caruso che vide riconosciute le proprie ragioni dal Tar: “Il provvedimento di annullamento risulta illegittimo in quanto esercitato oltre il termine previsto dalla legge: in particolare, deve evidenziarsi che il provvedimento annullato risale al 26 aprile 2022, mentre quello che lo annulla è datato 23 aprile 2024 e che quindi, all’epoca dell’adozione del provvedimento impugnato era già decorso ampiamente il termine di legge”, si legge nella sentenza.

