La chiusura dello Stretto di Hormuz causato dal conflitto in Iran sta avendo conseguenze sui prezzi dell’energia. Ad oggi il costo del Brent è schizzato oltre i 100 dollari a barile, mentre il gas – stando ai dati della Cgia di Mestre diffusi lo scorso 14 marzo – ha segnato una crescita del 60%. Per comprendere meglio cosa sta accadendo in questi giorni (e cosa potrebbe avvenire nelle prossime settimane) il Quotidiano di Sicilia ha intervistato Chicco Testa, presidente di Assoambiente, l’associazione che rappresenta le imprese che operano nel settore dell’igiene urbana, riciclo, recupero, economia circolare e smaltimento rifiuti, nonché bonifiche.
Presidente Testa, le scorte energetiche dell’Italia sono sufficienti ad affrontare la crisi in atto?
“Dipende da quanto dura questa crisi. Per il momento ce la caviamo, ma l’80% dei nostri consumi legati al nostro fabbisogno energetico dipende dall’estero, dalle importazioni – soprattutto di gas e di petrolio – per vari usi. Se il prezzo del petrolio rimane sui 100 dollari a barile non è una situazione così drammatica. Ricordo l’anno in cui i costo salì sui 150 dollari. Tuttavia, se la crisi dovesse perdurare a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, da dove transitano 20 milioni di barili di petrolio al giorno, allora la situazione potrebbe mettersi molto male”.
Entro quando potrebbe materializzarsi questa prospettiva?
“Io non credo che Trump possa permettersi di tirare la corda troppo a lungo. I riflessi interni sono molto pesanti, i suoi elettori lo accusano di avere promesso che gli Usa non avrebbero più avuto guerre all’estero e invece abbiamo visto il contrario, il prezzo della benzina per gli americani è quasi un totem e aumenta anche lì, nonostante gli americani siano i primi produttori al mondo di petrolio. I petrolieri guadagnano tanto, ma in America non vendono il petrolio a sconto bensì a prezzo di mercato. Quindi, secondo me, lui dovrà trovare un modo per dire ‘ho vinto’. Ci sono stati, di recente, quattro soldati morti in un aereo precipitato in Iraq e queste sono cose che pesano sul piano pubblico americano. Dall’altra parte però, vediamo cosa fanno gli iraniani: hanno detto che la guerra finisce non quando lo decide Trump, ma quando lo decidono loro. In fondo, hanno sperimentato un’arma potentissima, che non è l’atomica, ma il blocco di Hormuz. Anche loro hanno una situazione interna non semplice ed è chiaro che il blocco di Hormuz peggiora pure le loro condizioni. Mi auguro che non duri troppo lungo. Non penso che durerà troppo a lungo, se devo sbilanciarmi. Magari però ci risentiamo tra sei mesi e saremo allo stesso punto”.
I prezzi di petrolio e gas si stanno alzando: possiamo dire che esiste una speculazione e che qualcuno sta guadagnando da tutto questo?
“Chiaramente, qualcuno ci starà guadagnando. Ma quella della speculazione è un po’ una ‘balla’ che viene detta troppo spesso. La speculazione può andare anche molto male. Noi evochiamo la speculazione ogni volta per cercare un capro espiatorio, ma la realtà ci dice che oggi nel mondo c’è meno petrolio di prima. Se c’è qualche approfittatore, non è lui a fare il prezzo. L’idea che ci possa guadagnare anche lo Stato italiano perché gli incassi dell’Iva sui carburanti aumentano è un’idea che ci fa un po’ arrabbiare. Quello di restituire l’Iva in eccesso mi sembra il minimo”.
A proposito di Stato, secondo lei il Governo sta facendo il necessario per arginare questa situazione o bisognerebbe fare altro?
“Guardi, è veramente molto difficile. Noi siamo diventati un Paese molto fazioso: chi sta al Governo si dimentica cosa diceva quando stava l’opposizione, mentre chi sta all’opposizione si dimentica cosa diceva quando stava al Governo. La realtà è che nessuno ha la bacchetta magica. Certo, si può continuare a elargire dei bonus alle famiglie, ma questo significa che pagheremo più tasse domani, perché ovviamente bisogna farli a debito. I pasti gratis non esistono, le ricette miracolose non esistono, soprattutto sul breve. Poi, se parliamo di responsabilità storiche, tutta la classe dirigente italiana ma anche quella europea – e forse qualche Paese d’Europa con responsabilità maggiori delle nostre – tende a dimenticarsi della fragilità energetica del nostro continente. Dobbiamo invece tenere presente che buona parte dell’Europa è dipendente dalle importazioni”.
Quali strumenti si dovrebbero adottare per essere energeticamente più autonomi?
“Noi abbiamo passato una trentina d’anni di ubriacatura grazie al gas russo che fluiva in grandi quantità e a basso prezzo. Ma questo non ci dava l’indipendenza energetica. Mentre, invece, andrebbe affrontato almeno parzialmente alla radice proprio il problema della fragilità energetica dell’Europa. L’unico Paese che l’ha affrontato seriamente è stata la Francia, che ha costruito 60 reattori nucleari. La Germania, invece, ha compiuto l’errore di legarsi mani e piedi a gas russo, così come quello di chiudere le centrali. Oggi Ursula von der Leyen, che al tempo era ministra del governo tedesco, dice ‘ci siamo sbagliati’. Ma non era nemmeno così complicato capire che si stava facendo un errore. Si tratta di un errore commesso per tenere insieme un’alleanza politica con i Verdi tedeschi, sia a livello della Germania che a livello d’Europa, che oggi paghiamo carissimo. Com’è un errore quello di aver bloccato tutte le estrazioni di petrolio e di gas nei nostri mari. Nella parte Est del Mediterraneo, tutti i Paesi, compresi i nostri dirimpettai, Croazia e Montenegro per dirne un paio, estraggono petrolio e gas. Noi ci siamo imposti questo assurdo divieto. Per cui non possiamo accusare né la speculazione, né l’Iran, l’America, i Paesi arabi o la Russia. Dobbiamo prendercela soltanto con noi stessi, non c’è altro modo”.

