Cina centesimo anno, non serve democrazia - QdS

Cina centesimo anno, non serve democrazia

Carlo Alberto Tregua

Cina centesimo anno, non serve democrazia

martedì 06 Luglio 2021 - 00:00

In 40 anni, Paese trasformato

Giovedì 1 luglio la Cina ha festeggiato il centesimo anno del Partito comunista, con una imponente manifestazione e con un discorso del capo assoluto, Xi Jinping, presidente a vita, che ha indicato la prospettiva da qua al 2050.

Quarant’anni fa la Cina era un paese agricolo, povero, senza infrastrutture, con pochissime università, un alto tasso di analfabetizzazione e le varie lacune che ha una società retrograda.

Mettendo in atto una saggia e intelligente politica economica e di sviluppo, relegando in un angolo da non menzionare mai i diritti civili, la democrazia ed altre questioni relative, i dirigenti di quel Paese hanno innestato una formidabile azione di crescita.

In primo luogo, hanno compreso come lo sviluppo si basa sul capitale umano e sulla meritocrazia, questioni del tutto dimenticate nel nostro Paese. Cosicché è stato dato un impulso formidabile all’istituzione di nuove università; ancor oggi ogni anno ve ne sono una decina di nuove.

La pecca più grande che aveva il Paese asiatico era la mancanza di conoscenza e di formazione medie, con la conseguenza che non era in condizione di impiantare fabbriche, industrie o di utilizzare l’appena nascente digitalizzazione del mondo.

Quei dirigenti cinesi hanno capito che questo era l’altro tassello importante per innestare lo sviluppo. Hanno cominciato a fare joint-venture con le più importanti industrie del mondo, le quali hanno trovato grande convenienza a installare i loro impianti nel territorio cinese.
Al terzo punto dello sviluppo hanno messo le infrastrutture, cominciando a spendere in migliaia e migliaia di chilometri di binari di ultima generazione, costruendo strade e autostrade, acquedotti, installando depuratori e soprattutto dando sfogo a tutte le attività edili, con la costruzione di palazzi molto alti, prevedendo la ovvia urbanizzazione del Paese.

Per conseguenza si sono formati megalopoli come Shanghai (29,8 milioni di abitanti), Pechino (24,5 milioni), Shenzhen (12,6 milioni) e quella più popolosa, Chongqing (30,5 milioni).

La crescita della Cina è inarrestabile perché ormai vi è un forte abbrivio che non si è fermato neanche davanti al Covid-19.
Molti Paesi dell’occidente accusano la Cina di avere creato il virus, sfuggito da qualche laboratorio di Wuhan. L’accusa non è provata e forse non è provabile, anche perché nessuno ha convenienza, come in altri casi, ad approdare alla verità.

In quel Paese vi è il Partito unico, cioè il Partito comunista, la cui assemblea di tremila componenti elegge il Capo assoluto (Xi Jinping) e un Comitato di sette o nove persone. Cosicché questo piccolo nucleo è in condizione di prendere decisioni rapide che hanno effetti altrettanto rapidi sull’economia, la società e il benessere del Paese.

Durante l’anno 2020 (Covid-19), tutti i Paesi hanno denunziato forti diminuzioni del Pil, mentre la Cina è stato l’unico Paese al mondo con un segno più.

Quest’anno l’incremento del Pil previsto oscilla tra l’otto e il nove per cento, quando tutti i Paesi del mondo, forse, avranno un incremento fra il quattro e il cinque per cento. La conseguenza è che presto (2030) il Pil della Cina supererà quello degli Usa.

In questo quadro positivo, per obbiettività, va evidenziato quanto abbiamo indicato all’inizio e cioè che in Cina si può far tutto, tranne che esercitare la democrazia come la si intende in Occidente.

Però, da notizie che circolano, non condizionate dalle caste, sembra che al Popolo, nella grande maggioranza, importi poco di esercitare i diritti politici perché appagato di tutte le necessità economiche che rendono la loro vita migliore, giorno dopo giorno, che consentono ai giovani di studiare fino alle università e successivamente di trovare lavoro con relativa facilità.

Se noi facciamo un piccolo paragone con le repubbliche occidentali e con la nostra, restiamo perplessi nel valutare se la qualità della vita dei cinesi, sotto il pugno di ferro di una dittatura, sia peggiore o migliore di quella degli italiani – che godono di straordinarie ed eccessive libertà che sconfinano nell’arbitrio – ma che stanno decisamente male.

La questione democrazia o dittatura è stata più volte posta su queste colonne. Sarebbe utile che voi ci scriveste la vostra opinione in merito.

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