Cinema, i fratelli D’Innocenzo ci narrano "Favolacce" - QdS

Cinema, i fratelli D’Innocenzo ci narrano “Favolacce”

Francesco Torre

Cinema, i fratelli D’Innocenzo ci narrano “Favolacce”

venerdì 22 Maggio 2020 - 00:00
Cinema, i fratelli D’Innocenzo ci narrano “Favolacce”

Un racconto tratto da una vicenda reale, a sua volta ispirata a una storia falsa che vede come protagonista Elio Germano. Il punto di vista di un gruppo di ragazzini della periferia romana la cui sensibilità sembra essere stata uccisa

FAVOLACCE
Regia di Fabio e Damiano D’Innocenzo. Con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani.
Italia 2019, 98’.
Distribuzione: Vision Distribution (attualmente su diverse piattaforme video on demand)

Un racconto ispirato a una vicenda reale, a sua volta ispirata a una storia falsa e giudicata di per sé poco ispirata. Così, nell’invisibile cornice che precede, accompagna e chiude il racconto morale dei fratelli D’Innocenzo – alla seconda regia dopo “La terra dell’abbondanza” – si esprime un anonimo narratore onnisciente, presentando la circostanza fortuita del ritrovamento del diario di una bambina.

Formiche, serbatoi pieni di acqua stagnante, fette biscottate abbrustolite e fatte a pezzi, una serie di villette indipendenti tutte uguali tra di loro. L’atmosfera ricreata con le prime inquadrature ambientali prepara sin da subito ai temi di corruzione, decomposizione e spersonalizzazione che verranno elaborati più avanti, e sembra solo mancare il dettaglio di un orecchio mozzato per sentire l’eco o meglio il rimbombo di ossessioni lynchiane.

Il punto di vista prescelto è quello di un gruppo di ragazzini della periferia romana la cui sensibilità infantile sembra essere stata uccisa da tempo. L’habitat ideale per l’emersione di impulsi autodistruttivi e di un sentimento pervasivo di abiezione è la famiglia, con responsabilità equamente suddivise tra madri assenti e anaffettive e padri infantili e autoritari.

L’uso di uno stile eclettico, con false e vere soggettive, fuori fuoco e ralenti, evidenzia l’ansia di una scrittura visiva contemporanea, autorialmente esibita, potente, ma la predominante estetica sembra essere tracciata dall’uso insistito di totali e primissimi piani, come a denunciare l’impossibilità di una giusta distanza, di un equilibrio tra i vari elementi della messa in scena.

Globalmente, la sensazione è di una visione disturbante e disturbata da un estremo formalismo, sia visivo che narrativo. La presenza – sul finale – di un secondo demiurgo che muove le fila del racconto all’interno del perimetro dell’intreccio, però, regala al film una lettura ancora più stratificata, ricca di riferimenti metacinematografici e di riflessioni colte sui meccanismi della narrazione, che rendono oggettivamente la sceneggiatura – Orso d’Argento all’ultimo Festival di Berlino – un oggetto di massima e intrigante sofisticazione.

Voto: ☺☺☺1/2☻

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