Cittadini-contribuenti diritto a pronta sanità - QdS

Cittadini-contribuenti diritto a pronta sanità

Carlo Alberto Tregua

Cittadini-contribuenti diritto a pronta sanità

giovedì 09 Giugno 2022 - 08:18

Ai privati, Ao e Asp non bastano

Il Servizio sanitario nazionale, istituito con legge numero 833 del 1978, ha dato prova di buona resistenza in occasione della pandemia da Covid-19. Questo è quello che appare. La verità è un’altra e cioè che nonostante il grande sforzo di medici, infermieri e personale ausiliario, che hanno seguito turni massacranti, le dirigenze di Aziende sanitarie provinciali (Asp) e Aziende ospedaliere (Ao) hanno rinviato in avanti, molto in avanti, sia le cure ai malati, chiamiamoli ordinari, che la diagnostica per i presunti malati.

La conseguenza è che si possono stimare migliaia e migliaia di morti che però non trovano conteggio pubblico, mentre ogni giorno ci venivano propinati i morti per Covid.
È ovvio che non si può dare la responsabilità alle organizzazioni sanitarie pubbliche per questa disastrosa conseguenza, ma è anche ovvio che è opportuno vedere come sono le cose ora che l’epidemia è finita.
Qual è il quadro del settore sanitario in Italia? Una spesa in media con quella europea, ma con una produttività nettamente inferiore.

Veniamo ai numeri. Quest’anno lo Stato spenderà 124 miliardi per il settore sanitario pubblico, quasi due decimi della spesa complessiva. Tale importo, però, non viene gestito direttamente dallo Stato, bensì decentrato alle venti Regioni e alle due Provincie autonome.

La conseguenza di questa ripartizione territoriale è che la qualità dei servizi sanitari è molto differente da regione a regione. Per esempio, la Regione Lombardia riesce a incassare complessivamente più di quanto spende poiché i propri abitanti non vanno a farsi curare in altre regioni. Per converso, la Regione siciliana spende parecchio in più di quanto incassa per effetto opposto a quello precedente.
Perché alcuni cittadini si fanno curare nella propria regione e altri preferiscono farsi curare in altre regioni d’Italia? Evidentemente perché ritengono che le cure per determinate malattie siano più efficaci fuori dal proprio territorio.

Vi è quindi una sana concorrenza fra le regioni, che produce una graduatoria con le regioni del Nord ai primi posti e quelle del Sud agli ultimi posti.
Una ragione ci sarà per questa situazione disastrosa nel Sud.

Secondo alcuni, si tratta della cronica incapacità dei dirigenti pubblici e dei responsabili istituzionali – che danno loro le direttive di organizzare beni e servizi – di spendere bene le relative somme e quindi di ottenere prestazioni qualitative di livello europeo. Ovviamente non è dovunque così, in quanto vi sono macchie di leopardo eccellenti, ma la qualità media è nettamente inferiore a quella europea.

C’è una seconda questione che desideriamo sottoporvi ed è la stranezza di decisioni politiche che stabiliscono in partenza quanta parte della spesa debba andare al settore privato e quant’altra a quello pubblico.

L’articolo 32 della Costituzione non fa discriminazioni in quanto prevede il diritto di tutti i cittadini a essere curati. Per conseguenza, alle Regioni non dovrebbe importare se una determinata cura o un intervento chirurgico siano stati prestati dal settore pubblico o privato, ma controllare la qualità delle prestazioni, a prescindere da chi le abbia effettuate. Invece così non è, discriminando inutilmente il settore privato.

Per esempio, in Sicilia, su circa 9,3 miliardi di spesa sanitaria prevista nel bilancio 2022, viene determinato in partenza poco più di un miliardo per il settore privato. Ma se le strutture pubbliche, Asp e Ao, non ce la fanno a fornire in tempi europei le prestazioni sanitarie ai cittadini, perché non utilizzare anche le strutture private che hanno una forte potenzialità, fermo restando il rating di qualità?

Vi è un’ultima questione che vorremmo presentarvi. È vero che i cittadini hanno diritto a essere curati, ma è anche vero che hanno il dovere di essere puntuali contribuenti. Non sarebbe male, per conseguenza, che tale dato fosse accertato nel momento in cui qualcuno chiedesse prestazioni sanitarie.

I dati delle proprie dichiarazioni dei redditi, precompilate o compilate dal contribuente, dovrebbero essere trasferiti sulla Cie (Carta d’identità elettronica), in modo che si sappia se chi chiede allo Stato di spendere soldi, per lui o lei, abbia corrisposto le imposte. Non ci sono diritti senza doveri.

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