Roma, 3 nov. (askanews) – “L’alluvione del 4 novembre 1966 è ricordata soprattutto per la devastazione della città di Firenze e del suo straordinario patrimonio artistico e culturale. In realtà, l’autunno del 1966 fu particolarmente severo in diverse aree del territorio nazionale, con piogge persistenti che, iniziate già in ottobre, raggiunsero l’apice nei primi giorni di novembre”. Lo afferma la ricercatrice del Cnr, Paola Salvati a 60 anni dalla storica alluvione di Firenze – che in realtà, oltre alla Toscana, causò danni anche a diverse altre regioni del territorio nazionale, quali il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino Alto-Adige.
“Una profonda perturbazione, caratterizzata da intensi flussi di aria calda e umida provenienti da sud, provocò precipitazioni eccezionali su territori già interessati da settimane di piogge abbondanti. Tra il 3 e il 5 novembre – ricorda Salvati – si verificarono estese inondazioni, numerose frane e intense mareggiate. Le piene dell’Arno, dell’Ombrone, dell’Adige e del Tagliamento causarono conseguenze gravissime, mentre a Venezia l’acqua alta raggiunse il livello eccezionale di 194 centimetri, un record tuttora imbattuto. Le regioni maggiormente colpite furono la Toscana e quelle del Nord-Est: Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. L’eccezionalità dell’evento non dipese soltanto dall’intensità delle precipitazioni, ma dalla combinazione di diversi fattori: la grande quantità di pioggia caduta in circa 48 ore, la persistenza dei flussi di aria umida sulle stesse aree e le condizioni di elevata saturazione dei terreni, dovute alle precipitazioni delle settimane precedenti. Queste condizioni favorirono una risposta idrologica particolarmente intensa dei bacini, ulteriormente aggravata nelle aree alpine dalla fusione di parte della copertura nevosa”.
“Secondo le ricostruzioni pubblicate sul sito POLARIS, l’evento causò 134 vittime, quasi 400 feriti e almeno 88.000 tra sfollati e senzatetto. In Toscana si contarono 47 vittime, delle quali 38 nella provincia di Firenze (19 nella città), cinque in provincia di Pisa, due in provincia di Grosseto, una in provincia di Arezzo e una in provincia di Lucca. L’analisi delle circostanze dei decessi ha evidenziato che oltre la metà delle vittime toscane perse la vita all’interno della propria abitazione, sottolineando il ruolo determinante delle condizioni di esposizione e vulnerabilità della popolazione. Nelle regioni settentrionali le vittime furono 87, distribuite in nove province, con i bilanci più gravi a Trento e Belluno (26 vittime ciascuna) e Udine (14). Gli sfollati furono oltre 42.000. Nella Pianura Padana e nella Pianura Veneta furono inondati almeno 137 km² di territorio e si registrarono danni in almeno 209 comuni. Nella sola provincia di Belluno furono danneggiati o distrutti circa 4.300 edifici, 528 ponti e 1.346 strade. Anche le perdite economiche furono enormi, stimate all’epoca in circa 1.000 miliardi di lire, con danni diffusi ad abitazioni, infrastrutture, attività produttive e patrimonio artistico e culturale”.
“Per numero di vittime – osserva Salvati – l’evento del 1966 si colloca tra i più gravi disastri geo-idrologici italiani del secondo dopoguerra, dopo catastrofi quali il Vajont del 1963, le alluvioni e le frane del Salernitano del 1954, Stava nel 1985, Sarno nel 1998 e i grandi eventi alluvionali del 1951. La sua rilevanza storica risiede tuttavia non soltanto nel numero di vittime, ma anche nella vastissima estensione geografica, nella contemporaneità di fenomeni geo-idrologici differenti e nella gravità complessiva delle conseguenze sul territorio e sulla popolazione” conclude.

