Un'attività che si avvaleva della conoscenza del porto etneo da parte degli indagati, a partire da Angelo e Carmelo Sanfilippo.
“Chi ha un peso all’interno del porto è il clan dei Pillera-Puntina”. Nei giorni in cui a Catania le attenzioni tornano a essere rivolte verso le attività collegate all’infrastruttura marittima – tema che da anni scontenta chi vorrebbe per il capoluogo un porto alleggerito dai traffici commerciali, da spostare su Augusta, ma che invece vede in maturazione progetti per potenziare la centralità del sito etneo – le parole di Carmelo Liistro, oggi collaboratore di giustizia e in passato ex esponente del clan Cappello, sono destinate a riecheggiare.
Le dichiarazioni fatte ai magistrati della Dda sono riportate nell’ordinanza di custodia cautelare che ieri ha fatto scattare l’arresto di sei persone, accusate di gestire un traffico di cocaina dal Sudamerica. Un’attività che si avvaleva della conoscenza del porto etneo da parte degli indagati, a partire da Angelo e Carmelo Sanfilippo. I due, padre e figlio, avrebbero sfruttato la propria occupazione alle dipendenze di una società attiva nel settore della movimentazione dei container per esfiltrare quintali di cocaina.
Giri d’affari milionari
Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta di sequestro formulata dalla procura della Europea Servizi Terminalistici, ritenendo del tutto estranei i vertici della società dagli affari illeciti portati avanti dai Sanfilippo.
Nei confronti di questi ultimi e degli altri indagati finiti in carcere – Antonino Vasta, Angelo Di Mauro, Salvatore Fichera e Giuseppe Curciarello – il gip ha invece disposto il sequestro di beni per un valore complessivo superiore a sette milioni di euro.
Tenendo conto dei quantitativi di cocaina individuati nel corso delle indagini, buona parte dei quali sequestrati dai militari del Gico della finanza, del prezzo all’ingrosso dello stupefacente – quasi 37.500 euro al chilo – e di quello al dettaglio, il giro d’affari contestato ai soli Sanfilippo supera i quattro milioni.
“La famiglia Puntina richiedeva una percentuale pari a circa il 30 o 40 per cento del prodotto trasportato. Senza il consenso della quale non si può scaricare cocaina presso il porto di Catania. So che loro riescono a evitare i controlli al porto, ma non so dire come”, ha raccontato Liistro agli inquirenti.
Il collaboratore di giustizia ha anche parlato dei metodi con cui i trafficanti provano a ribattere alle mosse degli investigatori, compresa la Drug Enforcement Administration (Dea), l’agenzia federale statunitense. “Quando arriva la merce dal Sudamerica, all’interno del container viene installata una scatoletta che contiene dei sensori da cui promana un allarme se il container viene aperto – si legge nei verbali – Si tratta di un espediente escogitato dalla Dea per combattere il narcotraffico. Per questa ragione adesso lo stupefacente viene occultato nelle paratie laterali o nel tetto del container se è di ferro. In alternativa può essere custodito nei vani motore del refrigeratore che può essere smontato in quattro pezzi, ma che può contenerne al massimo venti chilogrammi”.
Nel corso dell’indagine sono tanti i casi in cui gli inquirenti hanno avuto a che fare con container che erano stati manomessi per trovare spazio alla droga.
Le banane dall’Ecuador
Come già emerso in passate inchieste giudiziarie, tra i prodotti scelti dai narcotrafficanti per far viaggiare i carichi di cocaina ci sono le banane. Anche stavolta i container che trasportavano frutti dei più noti marchi – come Chiquita – nascondevano i quantitativi di stupefacente necessari a soddisfare parte della domanda delle piazze di spaccio della città e non solo.
Nel 2020 a rivelare qualche dettaglio sul narcotraffico al porto di Catania era stato Mario Strano, boss il cui cognome identifica un gruppo criminale attivo nel quartiere Monte Po’. Strano, che negli ambienti criminali è conosciuto come Acchiana e Scinni, nel corso di un interrogatorio ha confermato che lo scalo catanese rappresenta uno dei terminal di arrivo per la cocaina dal Sudamerica, nascosta tra i lotti di banane che sono destinati a diversi grossisti della Sicilia. Nel caso di un noto commerciante di Licata, a portare la frutta sarebbe stata la ditta Sc Logistica, riconducibile allo stesso Strano.
Ma nell’indagine che ha portato al blitz si fa cenno anche ad altri noti commercianti. In un caso, un carico di droga che erroneamente – forse per errori commessi dai portuali in Sudamerica – inviato a Salerno, e da lì in attesa di arrivare a Catania, sarebbe dovuto arrivare insieme alla frutta acquistata da un grossista di Acireale. La cocaina però in quel caso non è mai approdata sul suolo catanese, perché precedentemente sequestrata dai finanzieri.
Angelo Sanfilippo, 59 anni, in passato è già stato condannato per traffico di droga. Oggi viene considerato capo e organizzatore dell’associazione criminale e per questo rischia – in caso di condanna – una pena molto pesante. Nell’indagine è coinvolto anche Angelo Di Mauro, 44enne noto come Veleno e nella cui fedina penale compare una condanna per associazione mafiosa, scaturita proprio dall’appartenenza al clan Pillera-Puntina.
Il pentito calabrese
A peggiorare la posizione degli indagati sono state anche le dichiarazioni di Errico D’Ambrosia. L’uomo, divenuto collaboratore di giustizia, si è autoaccusato di avere collaborato con Sanfilippo e gli altri nella gestione dei carichi di droga che interessavano il porto etneo. Di origine calabrese, D’Ambrosia ha ammesso di essere coinvolto al pari di altri corregionali nelle attività di esfiltrazione dei container contenenti la cocaina.
“La mia famiglia di appartenenza in Calabria è la cosca Molè – ha raccontato – Nel maggio 2022 venni contattato per risolvere un problema in merito all’esfiltrazione di una partita di cocaina in arrivo al porto di Catania, pari a circa 106 chilogrammi. Venni ospitato all’interno di alcuni appartamenti vicino al Tondicello, si trattava di boungalow di legno, vi era anche una piscina. Il sabato precedente al sequestro della partita di sostanza stupefacente che tentavo di recuperare – ha proseguito il collaboratore di giustizia – siamo entrati al porto di Catania, all’interno della quale ricordo che vi è una discoteca. Nino Vasta venne insieme a tale Angelo (Di Mauro, ndr.) a bordo di un’altra autovettura e Angelo ci consentì di entrare al porto perché riuscì a fare alzare la barra di accesso interloquendo con il soggetto addetto alla sicurezza”. In quella circostanza, se non fosse stata sequestrata, la cocaina sarebbe andata al clan Laudani. “Soggetti considerati molto seri e in grado di onorare gli impegni economici”, ha specificato D’Ambrosia.