Comandare non è dirigere - QdS

Comandare non è dirigere

Carlo Alberto Tregua

Comandare non è dirigere

giovedì 30 Settembre 2021 - 03:15

Dirigere è molto più difficile di Comandare

Nella storia umana, i dittatori sono stati numerosissimi. Non sempre la loro figura è derivata da rivoluzioni, colpi di Stato o altre manovre cruente. Qualche volta assumeva la carica di dittatore qualcuno che veniva eletto, come nel caso di imperatori romani nominati dal Senato, per un periodo predeterminato nel corso del quale poteva adottare tutte le decisioni che voleva, senza alcun controllo preventivo.

Napoleone (1769-1821) è stato un dittatore sotto la denominazione di Imperatore? Certamente, perché non aveva alcuna assemblea che sindacasse le sue decisioni. Cosicché i suoi editti venivano applicati senza che nessuno potesse contrastarli o biasimarli.
Ciro il persiano (590 a. C.-530 a. C.) è stato un dittatore? Quasi certamente, sì. Anche lui attuava le proprie decisioni senza alcun controllo.

E così via tanti altri, come Carlo Magno (742-814), Annibale (247 a. C.-183 a. C.), Cesare (100 a. C.-44 a. C.), per arrivare ai nostri giorni: Hitler (1889-1945) e Mussolini (1883-1945).

I due dittatori, tedesco e italiano, comandavano, non dirigevano. La loro parola era legge che veniva eseguita dai rispettivi partiti senza che alcuno osasse contraddirla, pena la fucilazione per i casi più gravi.
La conseguenza di chi comanda senza controllo è il disastro, tanto è vero che i due persero la Guerra, Hitler per delirio di onnipotenza e Mussolini per il furbesco comportamento italico, secondo cui gli era conveniente sedersi al tavolo di chi – a suo parere – avrebbe vinto la Guerra per trarne i benefici.

Ma il 71 si ribaltò in 17 e quindi i propositi dei due naufragarono miseramente con l’esito che tutti sappiamo, per fortuna dell’intera civiltà umana.
Dell’Asse Ro-Ber-To (Roma, Berlino, Tokyo), il terzo Paese dell’alleanza, cioè il Giappone, non mutò assetto istituzionale: aveva prima l’imperatore (nominato dal loro Dio) e ce l’ha ancora. Ma bisogna ricordarsi che il Giappone è una nazione fin dal 660 a. C.

Abbiamo portato questi esempi e queste vicende per dimostrare in modo inoppugnabile che Comandare non è un modo idoneo per gestire i popoli e, a valle, le istituzioni minori, e persino le famiglie.

Ma allora qual è il modo per fare funzionare una collettività di diversa dimensione? La risposta è in una parola: dirigere, cioè convincere, indurre le persone e coloro che si gestiscono ad andare insieme sulla strada della crescita e della produzione di ricchezza economica e non economica.
Non sembri una bestemmia citare la ricchezza non economica. Si tratta della somma di servizi che danno prodotti senza scopo di lucro. Non genera danaro, ma assistenza e soccorso ai più deboli e a chi ha bisogno.

Dirigere, dunque, come fa un allenatore di una squadra sportiva, come fa un amministratore delegato (Ceo) di un’impresa e come dovrebbe fare il dirigente di un Dipartimento pubblico, ovvero il responsabile politico che deve indirizzare l’attività dell’amministrazione.

Dirigere è molto più difficile di Comandare, perché comporta l’uso di un’azione psicologica che induca gli altri a fare, e a fare bene, con la conseguenza che la fatica diventa maggiore perché bisogna assorbire le osservazioni degli altri che, inevitabilmente, si ricevono.

Comandare non è dirigere. Abbiamo visto perché. Comandare è più facile che dirigere e si intuiscono le ragioni.
Perciò vogliamo spendere qualche osservazione sulle qualità di chi ha la responsabilità di condurre gli altri verso una meta. Occorrono doti di pazienza, acume, capacità di intuire se gli interlocutori che si devono guidare hanno la buona volontà e comprendono come chi partecipa a una squadra ne debba far parte in modo convinto, oppure è fuori dalla squadra.
Funzionano le organizzazioni ove il progetto è chiaro, delineato in ogni sua parte e si pone obiettivi raggiungibili con tempi del percorso determinati, in modo che i risultati che via via arrivano, vengano confrontati con gli obiettivi, per verificare se la conduzione della squadra e la squadra stessa funzionino.

Quanto scriviamo non sembri secondario nel funzionamento di una collettività. Solo se ognuno fa la propria parte e la fa bene, la collettività progredisce; diversamente arretra.

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