Roma, 14 apr. (askanews) – Dopo l’entrata in vigore dell’accordo nel 2017, i vini europei hanno registrato una crescita media annua del +5,1% nel mercato canadese, a fronte del +1,4% dei vini extra-UE, segnando un rafforzamento strutturale del posizionamento europeo in un mercato ad alto potere d’acquisto e sempre più orientato alla qualità. Un segno del fatto che accordi di libero scambio ben fatti possono favorire la crescita dell’agroalimentare. E’ quanto emerge da uno studio del Centro Studi Fondosviluppo/Confcooperative presentato oggi al Vinitaly a margine del Walk Around Tasting, l’evento B2B organizzato da Confcooperative in collaborazione con ICE Agenzia e sotto il patrocinio del Maeci, che ha coinvolto 50 cantine cooperative e oltre 90 buyer internazionali.
“A dieci anni dalla ratifica del CETA – sottolinea Raffaele Drei, presidente di Confcooperative Fedagripesca – l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada si conferma quindi uno strumento decisivo per la crescita e il rafforzamento competitivo del vino italiano e dell’intero agroalimentare nazionale, un accordo che ci ha consentito di consolidare la presenza del Made in Italy e di ridurre il gap con i principali competitor.
Il CETA, ricorda Confcooperative, ha contribuito all’espansione delle esportazioni europee e italiane nei comparti ad alto valore aggiunto e identitario. E ha rafforzato la tutela delle indicazioni geografiche: prima del CETA la protezione nel rapporto UE-Canada era per vini e distillati, poi è stata estesa a 171 denominazioni agroalimentari, di cui 41 italiane, pari al 98% del valore dell’export italiano DOP/IGP verso il Canada. Inoltre, l’eliminazione del dazio canadese del 6,9% ha contribuito a incrementare le esportazioni di bevande, trainate dal vino, che hanno raggiunto la cifra di oltre 120 milioni di euro medi annui nel periodo post-CETA. La quota di mercato dei vini italiani in Canada è salita dall’8,2% nel 2013 al 10,7% stimato nel 2029. E mentre Francia e Italia rafforzano la leadership, altri come Australia e Cile perdono terreno.
“Il ritorno di politiche protezionistiche – prosegue Drei – sta rendendo sempre più instabili i mercati internazionali. Il Canada si attesta come partner affidabile e strategico. Il CETA ha consentito alle imprese italiane di diversificare i mercati di sbocco, riducendo i rischi e rafforzando la resilienza del nostro export. È la dimostrazione concreta di come gli accordi di libero scambio, se ben costruiti, possano sostenere crescita, qualità e competitività del Made in Italy”.
“Per le cantine cooperative il CETA rappresenta un caso concreto di come si possa crescere sui mercati internazionali puntando su qualità, identità e capacità di fare sistema”, evidenzia Luca Rigotti, presidente del Settore Vitivinicolo di Confcooperative Fedagripesca. “Oggi il 60% del nostro export è concentrato in soli dieci mercati e quasi il 30% nel Nord America: è evidente la necessità di una maggiore diversificazione. Per Confcooperative “gli accordi di libero scambio rimangono uno degli strumenti privilegiati per consentire alle imprese di aprire nuovi mercati, ma rappresentano al tempo stesso anche una sfida per stimolare investimenti in crescita dimensionale, rafforzare le economie di scala e avviare progetti condivisi di internazionalizzazione”, conclude Rigotti.

