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Container di dolci della Lago Group fermi per crisi Stretto Hormuz

Container di dolci della Lago Group fermi per crisi Stretto Hormuz

Bloccata merce del valorei di un mililone di euro

Roma, 20 mar. (askanews) – C’è forte preoccupazione nell’headquarter di Lago, la realtà padovana produttrice di wafer, biscotti e merende. Ad oggi, a causa del protrarsi dei blocchi navali nello Stretto di Hormuz, sono fermi in mare cinque container, due potenzialmente pronti a partire e due rientrati dai porti. Ulteriori ventitré sono in stock per un valore totale di 1 milione di euro.

A questa situazione di stallo, si aggiungono la difficoltà di tracciare i containers perché le navi viaggiano spesso con i trasponder staccati per evitare di fungere da bersaglio, il raddoppio dei costi del trasporto marittimo in quanto manca la copertura assicurativa e le tariffe ancora più esorbitanti se si considera la tratta via terra, fino ad oggi inusuale.

“I Paesi del Golfo rappresentano per noi un mercato storico e consolidato, dove esportiamo principalmente wafer e savoiardi – spiega Francesco De Marco, Group International Sales Director di Lago Group – Siamo un’azienda che ha sempre puntato sull’export che oggi vale il 60% del fatturato complessivo. In Medio Oriente siamo presenti da venticinque anni, e il business è cresciuto a ritmi importanti, solo negli ultimi tre anni con un tasso annuo del +10%, anche grazie al consumo di dolci e allo sviluppo economico che ha coinvolto l’intera area del Golfo”.

“Ci troviamo in una situazione in continuo divenire con aggiornamenti di stop & go da parte delle compagnie di navigazione ogni due-tre ore. Inoltre, considerando che il diritto marittimo permette alle compagnie di attraccare al porto aperto più vicino scaricando i containers, come azienda ci assumiamo rischi elevati e siamo anche costretti a dare la manleva pe far viaggiare la merce. In questo siamo soli, non vi è, ad oggi, supporto da parte delle istituzioni”, specifica De Marco.

Che aggiunge: “il timore connesso a un conflitto a medio termine e a complicanze in uno dei chokepoint marittimi più strategici, è quello di contraccolpi importanti sia sui tempi di transito allungati, incertezze sulle consegne, sia sull’aumento generalizzato dei costi di trasporto e conseguenti ricadute nelle voci di spesa. Oggi è tutto il commercio mondiale a risentire di questa crisi anche se l’area più colpita è quella ad Est in quanto sono chiusi sia lo stretto di Hormuz che il canale di Suez. Questo porterà ad un impatto su tutta la catena di approvvigionamento, a partire dall’aumento dei costi delle materie prime di provenienza asiatica come oli vegetali o di quelle legate all’andamento petrolio come gli incarti e i cartoni”.

“Negli ultimi giorni siamo riusciti a prenotare i booking per 7 containers e, nonostante lo scenario critico, stiamo cercando di restare ottimisti e lucidi soprattutto per minimizzare i disservizi e mantenere il rapporto di fiducia con i clienti dell’area”, conclude De Marco.