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Continua la diffusione della processionaria

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Continua la diffusione della processionaria

venerdì 06 Settembre 2019 - 00:00
Continua la diffusione della processionaria

In Italia dal 1998 è obbligatoria la lotta a questo insetto. In Svizzera 45 casi di avvelenamento nell’ultimo anno contro gli 11 del 2016

ROMA – Piccoli perché lunghi appena tre centimetri, ma pericolosi. Per le piante e per l’uomo, i bruchi da processione, meglio noti come processionarie, sono le larve di una falena grigia, ricoperti di peli urticanti che, separandosi facilmente dalla larva che li porta sul dorso, nel corso di un contatto o, più semplicemente, con l’azione del vento, possono provocare una reazione urticante data dal rilascio di istamina che può essere addirittura fatale in casi eccezionali.

Se in Italia questo tipo di falena e i suoi bruchi sono ormai diffusissimi, a causa dell’innalzamento delle temperature medie stanno coprendo areali sempre più ampi con la conseguenza che anche i casi di reazioni allergiche sono sempre più numerosi. Per esempio, la Svizzera che ha monitorato attraverso un apposito registro i casi di avvelenamento riferisce che negli ultimi anni, il loro numero è aumentato in modo significativo.

Nel 2018 il centro informazioni mediche Tox Info Suisse ha registrato 45 avvelenamenti causati da bruchi processionali nel 2018: un vero e proprio record. Nel 2017, 26 erano state le persone colpite registrate dal centro, nel 2016 solo undici. Inoltre, il numero di casi non segnalati dovrebbe essere molto più elevato, poiché molte vittime non si rivolgono a Tox Info Suisse. Come detto, chiunque venga a contatto con i bruchi, può aspettarsi eruzioni cutanee e forte prurito. Nelle persone sensibili, il contatto provoca forti reazioni: attacchi di asma, febbre, sonnolenza e, nel peggiore dei casi, uno shock allergico. I peli possono attaccarsi a vestiti e scarpe, in modo che a volte possano causare reazioni successive e inaspettate, pure anni dopo poiché i peli dei bruchi mantengono i loro effetti tossici per oltre due anni. È necessario prestare particolare attenzione nelle piscine, nei parchi e ai margini dei boschi.

È bene ricordare che in Italia dal 1998 la lotta a questo insetto è obbligatoria nelle aree ritenute a rischio infestazione (cfr. Decreto Ministeriale 17.04.1998, poi abrogato e sostituito con D.M. 30.10.2007, pubbl. in G.U. 16 febbraio 2008, n. 40.). Questo pericoloso lepidottero può essere combattuto utilizzando diversi metodi: innanzi tutto con trattamenti insetticidi diretti sulle larve all’aperto: il nido, infatti, neutralizza l’efficacia del trattamento. Per l’eliminazione delle larve morte, occorre comunque utilizzare la massima cautela; anche se il metodo migliore consiste certamente nel bruciarle, i residui carbonizzati risultano ugualmente urticanti, perciò è da evitare il rimanere sottovento o nelle vicinanze del falò, soprattutto con parti del corpo scoperte (compresi viso e occhi).

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