Le ragioni degli editori
Gli editori della Fieg rilevano che siamo in presenza di un contratto nazionale di lavoro ancorato a modelli di business non più esistenti e che garantisce dei privilegi ormai non più sostenibili, quali ad esempio il pagamento delle ex festività abolite 50 anni fa o gli automatismi retributivi in percentuale che, peraltro, hanno ampiamente tenuto indenni i giornalisti dagli effetti dell’inflazione.
Questa è la ragione per cui il sindacato non ha voluto affrontare né il tema della complessiva modernizzazione del contratto (che sarebbe invero essenziale come strumento di competitività) né l’introduzione di regole più flessibili per favorire l’assunzione di giovani, preferendo invece limitarsi a richieste esclusivamente economiche.
E anche sul tema dei collaboratori la Fieg ha costantemente espresso la propria volontà, anche nelle sedi istituzionali preposte, di migliorare le regole e i compensi vigenti. Ricordiamo che proprio a tutela dell’occupazione e al fine di evitare i licenziamenti si è fatto ricorso al prepensionamento e ciò è sempre avvenuto con il consenso del sindacato che ha sottoscritto tutti gli stati crisi.
Nonostante l’assenza di disponibilità da parte sindacale a innovare in alcun modo le norme contrattuali, gli editori hanno più volte formulato – a contratto invariato e non “smontato” – un’offerta economica che è superiore a quella dell’ultimo rinnovo e adeguata alle condizioni del settore e ribadiscono che continueranno a fare la propria parte, investendo sui prodotti e sulla valorizzazione della professionalità.
La replica del sindacato
“La Fieg ha gettato il velo: definisce privilegi quelli che secondo tutti i giornalisti italiani sono invece diritti e tutele di un lavoro strettamente connesso alla vita democratica di questo Paese”. Lo afferma la Federazione nazionale della Stampa italiana in risposta a una nota diffusa il 20 marzo 2026 dalla Fieg, che in maniera scomposta replicava al comunicato sindacale della Fnsi. La Fieg definiva “privilegi ormai non più sostenibili” il “pagamento delle ex festività abolite 50 anni fa” e “gli automatismi retributivi in percentuale”, mentre la Fnsi, nel comunicato sindacale, indicava “dignità” come “la parola d’ordine che spinge le giornaliste e i giornalisti italiani ad altri due giorni di sciopero: il 27 marzo e il 16 aprile”. La nota del sindacato dei giornalisti prosegue: “È paradossale che la Fieg parli di modello di business non più esistente: gli imprenditori sono loro, sono loro che devono dirci quale è il modello di business che vogliono seguire. Il lavoro ha un costo, loro si ostinano a non considerarlo, tanto per quanto riguarda i dipendenti sia per quanto riguarda i collaboratori e le partite iva. E la flessibilità di cui loro parlano per i giovani in realtà è un taglio del 22% sulle retribuzioni al quale Fnsi si è opposta”.
La Fnsi poi sottolinea: “Negli ultimi 3 anni sono stati autorizzati 1.010 prepensionamenti: li prevede la legge e il sindacato li firma. E il motivo per cui le aziende editoriali usano massicciamente i prepensionamenti è che i licenziamenti collettivi, oltre a costare cari agli editori, non li aiuterebbero in modo neppure paragonabile nella riduzione del costo del lavoro. Inoltre gli utili delle aziende ci sono grazie ai prepensionamenti, ai sacrifici dei giornalisti»”. La Federazione nazionale della Stampa conclude specificando che “tutti i Cdr, fin dall’autunno scorso, hanno ricevuto sia la piattaforma contrattuale della Fnsi sia l’elenco dei tagli della Fieg. Non abbiamo bisogno di spiegare ai colleghi quale delle due parti sociali ha affrontato il tavolo senza idee e cercando solo risparmi”.

