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Medici obiettori e aborto, la Corte Costituzionale sulla norma siciliana: “Il servizio va garantito”

Medici obiettori e aborto, la Corte Costituzionale sulla norma siciliana: “Il servizio va garantito”
Medico, foto da Imagoeconomica

Safina (PD): “Il servizio va assicurato dal sistema sanitario con diverse soluzioni”.

Partì da Marsala una delle vicende politiche e sanitarie più delicate degli ultimi mesi in Sicilia: quella legata alla carenza di medici non obiettori nelle strutture pubbliche e alla difficoltà, per molte donne, di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza prevista dalla legge 194 del 1978. Il caso emerse con forza all’ospedale Paolo Borsellino, dove la presenza di personale obiettore finì per accendere i riflettori su un tema che andava ben oltre il singolo presidio sanitario. Da lì, infatti, la questione si allargò rapidamente all’intera isola, facendo emergere un quadro più ampio e strutturale. Quella che inizialmente apparve come una criticità locale si trasformò presto in un tema regionale, investendo il piano politico e legislativo. Il confronto approdò così all’Assemblea Regionale Siciliana già un anno fa.

Medici non obiettori in Sicilia, le ultime sulla vicenda e la decisione della Corte Costituzionale

All’interno del provvedimento d’Aula fu inserito – e successivamente approvato – l’articolo 3 della legge n. 23 del 2025, che introdusse l’obbligo di assumere medici non obiettori di coscienza negli ospedali pubblici siciliani, con l’obiettivo di garantire l’effettiva applicazione della normativa nazionale sull’aborto. L’elevato numero di obiettori di coscienza in molti reparti ha infatti reso difficile in Sicilia l’accesso a un servizio previsto dalla legge. Fu proprio questo squilibrio tra diritto formale e concreta possibilità di accesso a spingere il dibattito politico verso un intervento normativo specifico. L’approvazione dell’articolo all’Ars rappresentò un passaggio importante, ma non concluse il percorso. Perché il Governo Nazionale ha impugnato l’articolo 3 della legge siciliana bloccandone, di fatto, l’iter.

La Corte Costituzionale, con una sentenza interpretativa di rigetto, ha chiarito che la norma deve essere letta in modo costituzionalmente orientata: cioè come una norma organizzativa, finalizzata a garantire il funzionamento delle aree dedicate all’interruzione volontaria di gravidanza, che devono essere garantite dai presidi sanitari e quindi la norma resta pienamente efficace. Non una sconfitta quindi, non più alibi. L’onorevole Dario Safina, che si era fatto promotore del ddl, spiega meglio cosa accadrà adesso con la pronuncia della Consulta.

Safina: “La Consulta dice che il servizio va garantito”

“La Corte costituzionale, con una sentenza interpretativa di rigetto, ha chiarito un principio molto preciso: pur non imponendo la possibilità di bandire concorsi riservati esclusivamente a medici non obiettori, resta fermo l’obbligo per il sistema sanitario pubblico di garantire concretamente l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza prevista dalla legge 194”, afferma il deputato regionale del Partito Democratico, Dario Safina.

“Se un ospedale non riesce a garantire il servizio perché tutto il personale è obiettore, l’amministrazione sanitaria è comunque tenuta a mettere in campo tutte le soluzioni possibili per assicurarlo – continua -. Tra queste la mobilità del personale verso le unità operative interessate, la stipula di convenzioni con strutture esterne, accordi con cliniche accreditate al Servizio Sanitario Nazionale, l’utilizzo di medici specialisti ambulatoriali o l’eventuale organizzazione di aree funzionali o convenzionali dedicate all’erogazione del servizio”. La Corte, quindi, non dice che si possano fare concorsi dedicati ‘solo per aborti’ in senso stretto, ma stabilisce che il legislatore e il sistema sanitario non possono sottrarsi all’obbligo di garantire il servizio.

L’onorevole dem chiarisce: “Ad esempio, se in un territorio servono tre medici non obiettori, infermieri e personale dedicato, la soluzione può anche essere quella di attivare una struttura convenzionata o una area funzionale dedicata in una clinica accreditata, anziché all’interno dell’ospedale. A questo punto, la questione passa all’Assessorato regionale alla Salute, che dovrà tradurre il principio affermato dalla sentenza e dalla norma in decreti attuativi e strumenti amministrativi concreti”. Il punto centrale, infatti, non è più stabilire se il servizio debba essere assicurato, ma come organizzarlo in modo effettivo sul territorio. È chiaro che per il sistema sanitario diventa un obbligo garantire il servizio di interruzione di gravidanza alle donne che si presentano in una struttura sanitaria pubblica, perché la legge regionale – e questo è un passo fondamentale per evitare fraintendimenti – è pienamente valida.

I prossimi step

“La Regione tramite l’Assessorato alla Salute, deve ora fare i decreti attuativi per dire alle aziende sanitarie provinciali come procedere. Anche perchè c’è un elemento da non tralasciare: l’obiezione è riconosciuta anche per l’aborto farmacologico dalla legge 194/1978; tuttavia, l’obiezione stessa non esime dall’assistenza antecedente e conseguente”, spiega Safina che definisce quella che ha promosso e che è stata approvata all’Ars trasversalmente, una “battaglia giusta”. “Certo con i concorsi dedicati negli ospedali pubblici sarebbe stata una vittoria straordinaria, ma è comunque un risultato più che positivo in una regione come la Sicilia in cui ci sono in gran parte medici obiettori. Non c’è un diritto superiore, l’obiezione, e un diritto inferiore, l’aborto. Le libertà morali non sono più importanti dei diritti delle donne e della salute”, conclude l’onorevole trapanese.

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