Un semplice oggetto può trasformarsi in un simbolo di identità, partecipazione e futuro per la città. È da questa idea che prende forma il “Muro del piatto”, l’opera collettiva di WeCatania. Composta da centinaia di piatti dipinti da artisti, bambini e cittadini che sorgerà nel quartiere di San Cristoforo il 7 luglio a decorazione della facciata de “La città dei ragazzi”. Da mesi Ogni partecipante è stato chiamato a lasciare attraverso colori, disegni e messaggi una visione condivisa della Catania di domani con workshop nelle scuole catanesi, momenti condivisi e laboratori che si sono conclusi con l’ultimo appuntamento durante il Beer Fest Catania alla Villa Pacini il 23 e 24 Maggio.
Il muro del piatto
“Ogni piatto è un contributo personale ma anche parte di un racconto collettivo più grande: quello di una città che prova a costruire il proprio futuro partendo dalle persone”, spiega al QdS BOB Liuzzo, designer catanese ideatore di WeCatania. L’opera si inserisce in un progetto più ampio fatto di opere urbane e connessione del territorio come l’intallazione realizzata lo scorso anno all’orto botanico, “Fai la tua parte” o la scritta “Catania” installata agli arrivi dell’aeroporto. Catania a breve ospiterà un muro con centinaia di piatti personalizzati per raccontare le persone e cambiare la percezione che esse hanno dello spazio urbano. Un oggetto quotidiano diventa un piccolo messaggio. Un segno, un’idea, un colore, una visione di futuro per un cambiamento dello spazio, tutto da abitare e non soltanto da riempire. La città diventa, così, un racconto collettivo che segue l’istinto e il volere di chi la vive, da residente ma anche da chi è di passaggio. L’istallazione diventerà portavoce di storie e visioni che, osservando i piatti dipinti, sembrano incontrarsi tutte, o quasi, nella stessa direzione.
Azzurro, rosso, nero e bianco – a disposizione per dipingere il piatto: “Nella limitazione di qualcosa di trova la sintesi di ciò che vogliamo fare”, sostiene. Soltanto quattro colori che lasciano esprimere la creatività e la visione individuale, in maniera decisa e non limitante. “Il processo che porta all’opera è fondamentale, più dell’opera stessa”, continua. Anche il concetto di città ha una connotazione precisa. “Non solo arredi urbani ma esperienze umane che parlano e creano il linguaggio della città. Catania è mille contrasti ma una sola essenza “. Non resta che attendere il 7 luglio, data in cui il “Muro del piatto” sarà inaugurato nel quartiere di San Cristoforo.
“Catania può avere un simbolo che appartiene a tutti”
“Ho avuto la possibilità di lavorare insieme a tantissimi bambini e abitanti del quartiere. Tra pennelli, colori e racconti, ho provato a spiegare loro che Catania può avere un simbolo che non appartiene a un’istituzione, a un ente o a una campagna di marketing, ma che può appartenere a tutti”. È il principio ispiratore del progetto collettivo WeCatania, spiegato da Liuzzo. “Un simbolo semplice, che tutti possono disegnare – continua -. Un punto di partenza per dare voce alle storie individuali attraverso qualcosa di condiviso”.
L’idea è che i progetti più forti siano quelli che non si limitano a “rappresentare” un territorio, ma riescono a costruire connessioni reali tra le persone che lo abitano. In questa occasione, “gli abbracci ricevuti da tanti bambini alla fine di questi incontri mi hanno ricordato che, spesso, i progetti più importanti non sono quelli più grandi o più costosi, ma quelli che riescono a lasciare qualcosa nelle persone”. Il Simbolo Indipendente progettato dal collettivo per la città di Catania non è folklore, souvenir o cartolina ma un esperimento di branding democratico: nato dal basso, libero, pensato per appartenere alle persone.
Etna, lava e mare diventano un linguaggio sui muri, nelle maglie, nello sport, nei progetti della città. “Questo simbolo appartiene a chi lo vuole usare. Condividilo, usalo e portalo in giro. Il simbolo inizia la storia ma a raccontarla devi essere tu”, conclude Bob Liuzzo. Tra i progetti disegnati, la maglia del CUS Catania Rugby e lo stemma del Catania FC.
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