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“Così sono diventato l’avvocato Guido Guerrieri”. Alessandro Gassmann in tv tra studio, toga e boxe

“Così sono diventato l’avvocato Guido Guerrieri”. Alessandro Gassmann in tv tra studio, toga e boxe
Alessandro Gassmann

L’attore al QdS: “Le imperfezioni umane fanno parte del personaggio. La Sicilia? Vorrei conoscerla di più”

C’è qualcosa di magnetico in Alessandro Gassmann: un equilibrio raro tra eleganza naturale e intensità emotiva, tra eredità artistica e identità costruita passo dopo passo. Figlio di cotanto padre, certo, ma soprattutto interprete capace di attraversare con disinvoltura il teatro più classico e il cinema contemporaneo, senza mai perdere quella cifra personale che lo rende immediatamente riconoscibile. Negli anni, ha saputo trasformarsi: da volto affascinante del grande schermo a regista attento, da interprete brillante a voce civile impegnata. Il suo percorso non è solo quello di un attore, ma di un artista che ha scelto di mettersi continuamente in discussione, raccontando il presente e dialogando con il pubblico in maniera autentica.

È protagonista di ‘Guerrieri – La regola dell’equilibrio’, regia di Gianluca Maria Tavarelli. La serie tivù, coprodotta da Rai Fiction, Rai Com, Combo International e Bartlebyfilm, con il contributo di Ministero della cultura – Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, è tratta dai romanzi di Gianrico Carofiglio, ‘Ragionevoli dubbi’ – ‘Le perfezioni provvisorie’ editi da Sellerio Editore e ‘La regola dell’equilibrio’ edito da Giulio Einaudi Editore. Lunedì in prima serata su Rai 1.

Qual è l’elemento più potente della scrittura di Carofiglio che la serie riesce a restituire?
“Le imperfezioni umane e la complessità del mondo giuridico, che coincidono con la complessità del personaggio che interpreto. È questa la doppia anima della serie, che sta ottenendo risultati importanti, sia in termini di pubblico, sia di critica. Spesso si tende a sottovalutare gli spettatori italiani, in particolare quelli di Rai 1, ritenuti abituati a prodotti semplici. Invece questa serie dimostra che si possono ottenere grandi ascolti anche con una narrazione più articolata, realizzata con grande qualità da Gianluca Tavarelli e con un cast di prim’ordine”.

Cosa ha dovuto mettere in gioco di sé per rendere credibile Guerrieri?
“Ho studiato molto la dialettica processuale, le terminologie, affiancato anche da due avvocati. Sul piano umano, invece, ho lavorato sulle fragilità del personaggio, che con il passare del tempo tendono ad accentuarsi: si diventa più vulnerabili, più emotivi, più consapevoli dei propri errori”.

Le notti insonni, la boxe, la solitudine. Quanto è stato difficile non farsi ‘contaminare’ da un personaggio così inquieto?
“In realtà mi sono lasciato contaminare. I tre mesi e mezzo trascorsi a Bari – che è la seconda protagonista della serie – sono stati meravigliosi. Lavorare fuori casa crea un senso di comunità, quasi una famiglia, che aiuta a entrare nei luoghi e nei rapporti. Con Tavarelli avevo collaborato in passato ed è sempre un piacere ritrovare un regista di alta qualità. Inoltre, conoscevo già i romanzi di Carofiglio: quando mi è stato proposto il ruolo è stata una grande gioia”.

Sembra sempre in bilico: cerca equilibrio o lo rifiuta?
“Lo cerca, ma non riesce a trovarlo. È in un momento di grande fragilità: una separazione non voluta, un amore finito. Prova a ritrovarsi in aula, nella boxe, nelle sue passeggiate notturne in bicicletta. È un dialogo continuo con sé stesso, destinato a non concludersi, perché è un uomo profondamente irrequieto”.

È un eroe contemporaneo o un uomo che non sa salvarsi?
“‘Eroe’ è una parola eccessiva. È un uomo onesto, alla ricerca della verità. Non è un ‘povero Cristo’: ha talento, capacità, costruisce relazioni autentiche. Attorno a sé crea una squadra e instaura anche un rapporto molto moderno con una detective, una vera amicizia tra uomo e donna. È un aspetto che trovo bellissimo e che rispecchia anche la mia esperienza personale”.

La sua empatia è un punto di forza ma anche un limite. Quanto è rischioso ‘sentire troppo’ un personaggio?
“Può esserlo. L’attore cerca dentro di sé elementi di contatto con il personaggio e questa è una materia delicata. Io non pratico un’immedesimazione totale, ma con alcuni ruoli – come Guerrieri – scavo più a fondo. E inevitabilmente qualcosa resta dentro”.

Cosa le ha lasciato?
“Una maggiore riflessività e il desiderio di non essere necessariamente al centro dell’attenzione. Ho sempre cercato ruoli complessi e questo è forse il più impegnativo affrontato finora. Mi ha lasciato la voglia di continuare a migliorarmi, non solo come attore ma anche come persona”.

Sarebbe lo stesso avvocato in un contesto meno ‘mediterraneo’?
“Bari è il suo nido, il suo guscio. È profondamente legato alla sua città e difficilmente la lascerebbe”.

Lei che rapporto ha con il Sud e con la Sicilia?
“Con il Sud ho un legame bellissimo: mi ha regalato personaggi importanti, come Lojacono e Guerrieri. La Sicilia la conosco meno di quanto vorrei. Ho lavorato poco lì, ma ne ho visitato le città principali e luoghi straordinari come Taormina. È un piccolo continente che mi piacerebbe esplorare di più”.

Il Sud spesso viene rappresentato attraverso stereotipi. Nella sua opinione, il cinema italiano è riuscito davvero a superarli?
“Non del tutto, soprattutto nella commedia. Alcuni cliché resistono. In questo senso Checco Zalone rappresenta un’eccezione: utilizza gli stereotipi ma li ribalta, portando i personaggi verso una trasformazione positiva, a differenza dei cinepanettoni del passato”.

Quali ruoli le hanno ‘cambiato pelle’?
“‘Il bagno turco’ di Özpetek, che nel 1997 ha dato una svolta, sia a me, sia a lui. Poi ‘Caos calmo’ di Antonello Grimaldi, che mi ha portato riconoscimenti importanti. Più recentemente ‘Non odiare’ di Mauro Mancini, un film a cui tengo molto e che mi ha regalato anche il Premio Pasinetti a Venezia”.

Il successo si è evoluto insieme al suo percorso umano e professionale. Oggi per lei cosa significa?
“Avere la possibilità di continuare a raccontare storie e alzare l’asticella, da attore e da regista. È questo il vero privilegio”.

Sui social è spesso diretto e senza filtri. Teme di allontanare parte del pubblico?
“Se accadesse, significherebbe che quella parte di pubblico non è interessata al mio lavoro. Credo sia importante esprimere il proprio pensiero, sempre nel rispetto degli altri”.

Le è mai capitato di pensare di aver esagerato?
“Sì, molte volte. Dico anche sciocchezze, come tutti. È umano”.

Cosa significa restare fedeli a sé stessi in un mestiere così esposto?
“Essere onesti e rispettosi. Non ingannare gli altri: è il valore a cui tengo di più”.

Dopo aver scavallato i sessanta, cosa si è detto davanti allo specchio?
“‘Sei ancora qui?’. E la risposta è sì. Continuo ad allenarmi, a lavorare, a ricevere proposte. Mi sento fortunato per la vita che ho avuto e per le persone incontrate lungo il percorso”.

Cosa si augura per il futuro?
“La pace, prima di tutto. E un ritorno a un confronto più civile, meno urlato. Per quanto mi riguarda, continuerò ad assecondare il passare del tempo scegliendo personaggi adatti alla mia età e cercando di raccontare al meglio un Paese che resta, nonostante tutto, bellissimo”.