Covid, tutte le varianti mutate, ma non (ancora?) in Sicilia - QdS

Covid, tutte le varianti mutate, ma non (ancora?) in Sicilia

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Covid, tutte le varianti mutate, ma non (ancora?) in Sicilia

martedì 12 Gennaio 2021 - 08:06
Covid, tutte le varianti mutate, ma non (ancora?) in Sicilia

Secondo l'infettivologo Cascio, non c'è alcuna conferma scientifica di un cambiamento dell'Rna del virus nella nostra Isola come causa del picco di contagi. Vaccinarsi subito

Sono migliaia le mutazioni del coronavirus ma da queste sono finora emerse poche varianti principali, diffuse nel mondo, vere e proprie “sorvegliate speciali” da chi segue l’andamento dell’epidemia.

E’ stata segnalata recentemente anche una variante comparsa in Giappone che, secondo gli esperti, richiede ulteriori verifiche.

Ma in Sicilia la situazione è diversa e il professor Antonio Cascio, direttore dell’unità di malattie infettive del Policlinico Paolo Giaccone di Palermo, commentando l’ipotesi che collegherebbe il picco di contagi in Sicilia a una possibile variante, ha risposto: “Potrebbe ipotizzarsi una mutazione del virus, ma ad oggi non ci sono conferme scientifiche che in Sicilia circoli una nuova variante virale: il tutto dovrebbe essere suffragato dalle analisi della sequenza genetica del Rna virale”.

La storia delle varianti del covid

La prima variante in ordine di comparsa è quella indicata con la sigla D614G , che si è diffusa in molto velocemente e che, come la maggior parte delle varianti in circolazione, riguarda la proteina Spike, che è la principale arma utilizzata dal virus per aggredire le cellule umane.

Questa mutazione, identificata anche negli Stati Uniti, permette al virus di traamettersi più facilmente, ma non lo rende più letale. La variante inglese, indicata con le sigle 20B/501YD1 oppure B.1.1.7, è caratterizzata da ben 23 mutazioni, 14 delle quali sono localizzate sulla proteina Spike.

E’ comparsa in Gran Bretagna in settembre ed è stata resa nota a metà del dicembre scorso. Finora è stata identificata in 33 Paesi, compresa l’Italia con una ventina di casi.

Anche in questo caso a preoccupare è il fatto che la mutazione rilevata nella posizione 501 della proteina Spike può rendere il virus più contagioso.

E’ indicata con la sigla N501Y la variante del virus isolata in ottobre Sudafrica. Caratterizzata da una maggiore capacità di contagio e da una carica virale più alta, anche questa è legata a più mutazioni localizzate sulla proteina Spike.

Altre mutazioni nella stessa proteina hanno portato alla variante N501T, che in Italia è stata isolata a Brescia e che potrebbe risalire ad agosto.

Viene infine indicata con “cluster 5” la variante comparsa negli allevamenti di visoni in Danimarca e trasmessa all’uomo. In Italia sono inoltre diffuse le varianti 20A.EU1 e 20A.EU2, comparse in estate in Spagna e sono arrivate nel nostro Paese all’inizio dell’autunno.

Cascio, le mutazioni ci sono sempre state

Tornando alla presunta variante “siciliana”, secondo il professor Cascio “Le mutazioni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci”.

“Grazie alle mutazioni – ha spiegato – si è avuta l’evoluzione di tutte le specie compresa quella umana. Più i microrganismi sono semplici più è facile che si possano verificare mutazioni. I virus con acido nucleico Rna mutano più velocemente degli altri”.

Il covid muta meno di altri

Cascio ha sottolineato che, anzi, il Sars-CoV-2 tende a mutare meno frequentemente rispetto agli altri virus a Rna, “ma muta con una velocità stimata di due mutazioni al mese”.

“Non sempre – ha aggiunto l’infettivologo – le mutazioni risultano vantaggiose per il virus e non necessariamente le mutazioni rendono il virus più contagioso o più aggressivo. Di solito tendono a diffondersi maggiormente le varianti che sono più contagiose e meno virulente”.

L’importanza di vaccinarsi subito

Il professor Cascio ha sottolineato poi l’importanza di continuare ad analizzare frequentemente le sequenze genetiche dei virus circolanti nelle diverse parti del mondo “per monitorare le nuove varianti che potrebbero diventare meno riconoscibili dai test diagnostici molecolari o antigenici o meno suscettibili agli anticorpi emersi dalla vaccinazione”. E riferendosi infine alla cosiddetta “variante inglese”, ha osservato: “Il Regno Unito ha un consorzio consolidato di sequenziamento del genoma SARS-CoV-2 ed è il Paese al mondo dove viene eseguito il maggior numero di sequenziamenti virali, per questa ragione è il Paese dove sarà più facile diagnosticare nuove varianti”.

“Le istituzioni – ha concluso l’infettivologo – stiano attente al monitoraggio di queste varianti. Nel frattempo, manteniamo la calma e continuiamo a indossare la mascherina e mantenere il distanziamento sociale fin quando almeno il settanta per cento della popolazione non sarà vaccinato. Perché tanto minore è il numero delle persone infette tanto minore sarà la possibilità che nuove varianti potranno emergere”.

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