Un confronto su questioni strutturali e non contingenti: ospite di questo Forum con il QdS, alla presenza della direttrice del QdS.it, Raffaella Tregua, il direttore generale dell’Azienda sanitaria provinciale di Messina, Giuseppe Cuccì.
Direttore, facciamo un punto su questi due anni di gestione dell’Azienda sanitaria di Messina. Quali sono i principali risultati conseguiti e quali le maggiori criticità?
“L’Asp di Messina ha dei servizi inseriti in un territorio complesso, con coste lunghissime, isole e aree collinari e montuose. L’azione quindi richiede dinamiche differenziate, anche per affrontare le difficoltà esistenti per raggiungere le aree interne. Cerchiamo di essere presenti nel modo più capillare possibile. Il Dm 77/2022 ci ha permesso di aprire 21 Case di comunità, l’ultima a Lipari, e sei Ospedali di comunità, tutti quelli che si prevedeva per la provincia di Messina. Non sono ancora attive al 100%, alcune funzionano dallo scorso anno, ma adesso le stiamo dotando del personale necessario, tra cui infermieri e Oss, attraverso un sistema imponente di reclutamento a tempo determinato. Il personale medico è carente a livello strutturale, ma con le Aft, le Aggregazioni funzionali territoriali, che coinvolgono i medici di medicina generale, stiamo avviando un discorso di collaborazione che ci permetterà di avere queste figure all’interno delle nuove strutture. Influisce negativamente la mancata riforma del medico di famiglia, perché veniva previsto un impegno molto consistente degli stessi sui territori per una medicina di prossimità.
Nel campo della salute mentale abbiamo inaugurato i nuovi locali della Rems di Naso, ristrutturati ma chiusi da più di cinque anni per intoppi burocratici con l’Enel, che non è stato facile superare. Abbiamo potenziato il budget di salute per pazienti psichiatrici con progetti individualizzati riguardanti tutte le dimensioni della loro vita, dall’abitare al lavoro. Stiamo avviando duecento progetti, quando due anni fa ve ne erano appena 35. Sull’autismo, che ha una diffusione sempre più ampia, oltre l’apertura del Polo blu a Mortelle, ho trasferito qui una mia esperienza ennese e abbiamo predisposto un bando rivolto a studi professionali che vengono verificati e validati e inseriti in un albo. I familiari che non possono usufruire dei Centri diurni per le lunghe liste d’attesa, possono così accedere comunque alle cure gratuitamente”.
Tornando su Case e Ospedali di comunità: che servizi erogheranno e quale sarà il valore aggiunto della loro presenza sui territori?
“Sulla specialistica ambulatoriale abbiamo registrato già una buona risposta. Nelle Case di comunità Hub abbiamo anche la Guardia medica, quindi un’apertura tutti i giorni per 24 ore, mentre nelle Spoke tutti i giorni per 12 ore. L’obiettivo fondamentale è che questo servizio alleggerisca i Pronto soccorso con un cambio di cultura. Accadrà tutto gradualmente: la Casa di comunità ha la peculiarità di creare un rapporto stretto con il territorio con i Pua, i Punti unici di ascolto, con personale sanitario e assistenti sociali che potranno dare un supporto di rete a chi ne fa richiesta. Una caratteristica unica delle nostre Case di comunità, poi, è quella di avere lo psicologo di comunità, presente in tutte le strutture. Stiamo parlando di porte d’accesso al sistema sanitario, utili anche per implementare le attività di screening e fare diagnostica, perché c’è una completa dotazione strumentale. Si prestano quindi a diventare un elemento integrato con il tessuto sociale, senza dimenticare la figura principale dell’infermiere di comunità, che va anche a casa e completa il sistema di assistenza domiciliare integrata che già abbiamo. Stiamo anche potenziando la telemedicina“.
Di quanto si potrà ridurre il flusso nei Pronto soccorso?
“Oggi il 60% degli accessi nei Pronto soccorso sono codici bianchi e verdi e pensiamo che questa percentuale si potrà ridurre all’inizio del 20%. Tutto poi dipenderà dalla capacità attrattiva che avranno le Case di comunità, dalla fiducia che si riuscirà a infondere nei cittadini. L’obiettivo, nell’arco di cinque anni, potrebbe essere quello di destinare i Pronto soccorso solo per le emergenze urgenze“.
Qual è il livello di digitalizzazione raggiunto finora?
“Con il fascicolo elettronico siamo in una situazione ottimale: abbiamo consegnato le firme digitali a tutti gli operatori, seppur con non poche difficoltà per via di una resistenza incomprensibile. Abbiamo costituito anche il Ced, il nostro ufficio che collabora anche con il controllo di gestione e stiamo cercando di rafforzarlo. Stiamo inoltre realizzando delle app in house e qualcuna l’abbiamo comprata dall’Asp di Ragusa, che in tal senso rappresenta un modello. Abbiamo incentivato un gruppo di giovani al nostro interno che, piano piano, si sta attivando nella realizzazione di piattaforme digitali funzionali alle nostre esigenze. Recentemente abbiamo anche avviato il nuovo servizio digitale sviluppato in house dalla Uoc Controllo di gestione e Servizi statistici e informativi che permette il cambio medico completamente online, accedendo con la propria identità digitale, Spid o Cie, senza doversi recare agli sportelli. Notifiche via mail, sms, avvisi in app e chat con l’operatore accompagnano il cittadino lungo tutto il percorso”.
Screening in chiaroscuro ma tante novità in campo
Quale risposta avete avuto dall’utenza sulle attività di prevenzione messe in campo?
“Per quanto riguarda lo screening mammografico abbiamo raggiunto il target, così come per quello della cervice uterina. Siamo indietro, invece, con quello per il tumore al colon. Ci stiamo facendo aiutare dalle farmacie, che cominceranno a guadagnare di più quindi saranno più motivate, ma su 400 solo 260 hanno aderito. Per incrementare spingeremo anche sulle Case di comunità, dove gli infermieri si potranno attivare in tal senso. Si tratta però di un processo lungo. Ho implementato in maniera consistente i gastroenterologi, perché l’altro problema con cui dobbiamo confrontarci è che una volta scovata la positività non possiamo permetterci di fare arrivare una diagnosi dopo mesi. Per questo ho assunto due professionisti in più, completando la dotazione organica di Milazzo e quella di Taormina. Abbiamo realizzato inoltre due progetti importanti con il Pnes (Programma nazionale di equità nella salute), uno da dieci milioni l’altro da quattro, che ci hanno permesso di aprire il Centro di screening mammografico a Messina con due mammografi di ultima generazione e di comprarne altri due per la zona tirrenica. Abbiamo poi acquistato motorhome attrezzati e un altro lo abbiamo in affitto per raggiungere anche le zone interne. Sono veri e propri ambulatori rivolti a fasce di popolazione più fragili dal punto di vista economico. Abbiamo anche istituito il Villaggio della salute a Salina nell’ambito delle 15^ edizione del Marefestival. Abbiamo tante progettualità che cercano di avvicinare sempre più l’assistenza a casa dei cittadini come ‘Vengo a casa tua’, con l’ostetrica che segue la donna dopo il parto”.
Al lavoro per migliorare le liste d’attesa ma è necessaria la collaborazione di tutti
Le liste d’attesa sono un problema generalizzato. Qual è la situazione nella provincia di Messina?
“Abbiamo un monitoraggio costante delle attività e le criticità si presentano soprattutto in alcune specialità, come quelle gastroenterologiche, ortopediche e cardiologiche. Quando sono arrivato a Messina ogni giorno venivano evidenziati casi di attese fino a due anni. Adesso la situazione è sotto controllo, pur con i limiti del sistema. Molte volte il sistema prevede che si ottenga la visita nel più breve tempo possibile, dove c’è la disponibilità, quindi un utente di Messina potrebbe avere l’appuntamento dopo tre giorni, ma in una sede dislocata a parecchi chilometri che viene rifiutata. Siamo riusciti a restringere alcune aree, estrapolando per esempio le isole. Abbiamo anche il sovra Cup provinciale, quindi se non c’è la disponibilità in strutture Asp si cerca al Policlinico, al Papardo o al Bonino Pulejo. Bisogna essere disponibili alla mobilità verso le strutture della provincia e accettare il medico che viene assegnato. Quando abbiamo fatto il primo abbattimento abbiamo scoperto che oltre il 40%, dopo essere stati richiamati, aveva rifiutato la visita proposta. Gli utenti possono fare poi più prenotazioni senza che il sistema lo rilevi, una discrasia che può intasare il tutto e su cui attualmente non possiamo intervenire”.
Qual è, allo stato attuale, il livello di smaltimento?
“Abbiamo recuperato le attese pregresse fino al 2025 con un programma di abbattimento tenendo aperte le strutture sabato, domenica e nelle ore serali. Del 2025 resta una quota da smaltire del 14%. Per il 2026 fondamentalmente non stiamo avendo delle grosse criticità, fermo restando che ci sono sempre discipline che hanno più carenze e su cui si possono accumulare ritardi. Ci stiamo lavorando, ma non siamo messi né peggio né meglio degli altri. Si dovrebbe capire anche che il sistema liste d’attesa dovrebbe essere rimodulato anche attraverso l’appropriatezza prescrittiva. Abbiamo attivato l’anno scorso il fast track per le visite urgenti e brevi entro tre giorni, ma non sempre quanto scrive il medico giustifica l’immissione in corsie preferenziali”.


