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Da “Porta della Pace” a scenario di guerra: lo stretto di Hormuz dopo l’attacco all’Iran

Da “Porta della Pace” a scenario di guerra: lo stretto di Hormuz dopo l’attacco all’Iran

Si teme un’escalation militare dalle conseguenze disastrose, tanto sul piano bellico quanto dal punto di vista economico. Da quell’area passa circa il 30% del petrolio mondiale, con tremila navi che vi transitano ogni mese

Il quartier generale della Guida suprema iraniana, primo obiettivo dell’attacco israelo-americano, è stato raso al suolo e Khamenei è morto. Trump inneggia al successo: “Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali. Non è stato in grado di evitare i nostri sistemi di intelligence e di tracciamento altamente sofisticati e, lavorando con Israele, non c’era nulla che lui, o gli altri leader uccisi con lui, potessero fare. Questa è la più grande opportunità per il popolo iraniano di riprendersi il proprio Paese”.

Poiché prelevarlo in Iran, una Paese grande sei volte l’Italia, era troppo difficile, l’ordine è diventato “eliminatelo”. Ma l’Iran non ci sta e neanche il Libano che ha iniziato a lanciare missili verso il Nord di Israele mentre quest’ultimo ha lanciato una serie di attacchi a Beirut e nel Libano meridionale. Una situazione rischiosissima: tutto il Medio Oriente potrebbe diventare una polveriera esplosiva e la “Porta della Pace”, Bab as-Salam, così come in arabo viene indicato lo stretto di Hormuz, dopo il recente attacco all’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti, potrebbe diventare la porta per un’escalation militare dalle conseguenze economiche globali disastrose.

Lo stretto di Hormuz e la “Via del petrolio”

Una scelta che metterebbe in crisi i maggiori esportatori di petrolio – Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrain, Qatar e Oman – ma faciliterebbe la Russia di Vladimir Putin, che potrebbe trovare aperture nell’export di greggio. Attraverso lo stretto passa un quarto del traffico globale di petrolio e circa un terzo di quello di gas naturale. Ed è per questo che esso viene indicato anche come la “Via del petrolio”: da quell’area passa circa il 30% del petrolio mondiale, con circa 3 mila navi che vi transitano ogni mese. Secondo il “Financial Times”, prima dell’attacco americano all’Iran, “i dati di tracciamento delle navi non mostravano impatti significativi sul traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, dove ogni giorno transitano circa 21 milioni di barili di petrolio”.

Anche per l’Iran, Hormuz è un passaggio indispensabile tant’è vero che diversi analisti hanno più volte definito un potenziale blocco dello stretto come un vero e proprio suicidio dell’Iran. Certo, a essere danneggiata dalla chiusura sarebbe anche la Cina che, tuttavia, pur essendo la prima beneficiaria delle esportazioni energetiche provenienti da quell’area, in particolare di quelle iraniane, negli ultimi tempi si sta affrancando da questa situazione.

Il rischio economico globale

Un quadro le cui evoluzioni sono difficili da prevedere che, oltre alle organizzazioni mondiali e alle opinioni pubbliche, scuote il mercato degli idrocarburi. Le conseguenze dell’attacco all’Iran, ed eventualmente il prolungarsi del conflitto, infatti, potrebbero portare a un fortissimo aumento del prezzo del petrolio. Per l’Europa – e ancor più per l’Italia – il rischio è diretto: quote fondamentali di “Oil & Gas” transitano proprio da lì. Ogni alterazione di quel passaggio marittimo si traduce in instabilità economica e vulnerabilità energetica.

Diplomazia o escalation?

“L’unica soluzione” per la situazione determinata dall’attacco degli Usa e di Israele contro l’Iran “passa attraverso la diplomazia”, con una “transizione credibile per l’Iran, la fine definitiva dei programmi nucleare e balistico e la fine delle attività destabilizzanti nella regione”. Lo ha affermato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a Bruxelles durante un punto stampa insieme al presidente della Confederazione Svizzera Guy Parmelin in cui ha sostenuto che bisogna “essere preparati alle conseguenze di questi eventi”.

La verità è che oltre alla minaccia nucleare, gli israeliani e gli Stati Uniti vogliono fiaccare l’economia iraniana e Trump ha deciso per un cambio del regime attraverso la forza delle armi. Una decisione ritenuta scellerata da più parti, perché il cambio del regime non può farlo, come affermano gli esperti di diritto internazionale “un braccio esterno”: “Il presidente americano, Donald Trump, con le sue decisioni sta aprendo un vulnus enorme nel diritto internazionale, che già se la passava molto male. Quello degli Stati Uniti è infatti un attacco contro uno Stato sovrano. Gli Usa stanno dando il colpo di grazia a un sistema di relazioni internazionali basato su regole condivise e lo fanno con l’intento proprio di distruggere il multilateralismo, convinti che sia un sistema che li ha svantaggiati. Anche la richiesta della ‘rinuncia al nucleare pulito’ è una resa che non ha nessun fondamento giuridico a livello di diritto internazionale: chi può decidere chi può avere l’energia nucleare? Gli Stati Uniti?”.

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania