Home » Rubriche » Cultura e civiltà ebraica » Da Purim a Pesach

Da Purim a Pesach

Da Purim a Pesach
Purim

Il mese di marzo che volge alla sua conclusione, ha avuto inizio con la festa di Purim. Le celebrazioni chiassose ed in maschera, che caratterizzano la festività, quest’anno sono state sottotono e in molte città di Israele, non si sono celebrate per strada a causa della guerra in corso e della costante minaccia di ordigni provenienti dal cielo. Molti giovani ebrei anziché festeggiare hanno dovuto imbracciare le armi, per combattere l’Iran, uno Stato che tra i primi obiettivi si prefigge quello della distruzione di Israele. In coerenza, da sempre ha sostenuto, al di fuori dei propri confini, le più sanguinarie delle fazioni del terrorismo radicale islamico: Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, gli Houthi in Yemen e la Jihad Islamica ovunque sia riuscita ad attecchire. In questo quadro complessivo che, in verità, è il peggiore di quelli che si erano immaginati, anche per la resilienza della reazione militare dell’Iran, è ormai alle porte Pesach (Pasqua ebraica).

Pesach 2026: la cena rituale, le seggiole vuote e i soldati lontani da casa

Si celebrerà dal mercoledì primo aprile al giovedì della settimana successiva. Nel corso della cena rituale del primo giorno, che apre le celebrazioni, sulle tavole imbandite, non mancherà nessuno dei piatti della tradizione, ciascuno con il suo significato rituale e tutti tessere di un mosaico che offre l’immagine ricchissima che celebra il conseguimento del bene supremo della libertà. Rituale che si adorna della cornice della narrazione dei suoi eventi, tanto grandiosi quanto miracolosi, quali le piaghe inflitte al faraone, signore assoluto nella sua opulenta terra, tra questi il più noto è il passaggio del Mar Rosso, con l’apertura delle acque. Fatti tutti che da oltre tremila anni si tornano, puntualmente, a narrare ogni anno, che hanno lo scopo di essere la memoria per una festa tra le più importanti e sentite per ogni ebreo, ovunque esso viva nel mondo. Attorno ai tavoli della festa, in ogni famiglia oltre al posto libero con un calice di vino, che la tradizione vuole si riservino al profeta Elia, simbolo dell’attesa messianica, ci saranno, anche, le seggiole vuote di chi è stato comandato lontano da casa a difendere la nazione ebraica in armi.

Purim, il faraone e i tiranni di oggi: le analogie tra storia biblica e conflitti attuali

Se i fatti bellici attuali, con cui tutto il mondo occidentale deve rapportarsi, perché enormemente afflittivi e pericolosi per l’umanità intera, sembrano all’improvviso far tramontare tutti quei valori di civiltà, cultura e quelle rassicuranti certezze di diritto che hanno alimentato la speranza di un mondo migliore, nato dalle ceneri prodotte dal secondo conflitto mondiale; se oggi sembra smarrito ogni valore su cui fondava il sereno equilibrio di gran parte del mondo intero, è conseguenziale a tutti questi se, che serpeggi nei nostri pensieri un senso di smarrimento di incombente catastrofe. Ma non tutto è andato perduto, e lo ritroviamo nel senso e nei valori che queste due festività richiamano.

Al centro della narrazione di Purim c’è Assuero (Serse, IV, sec. e.v.) un sovrano, presentato dalla storia come despota, giunto al trono tramando nell’ombra e lasciandosi alle spalle una lunga scia di sangue, prima di arrivare all’obiettivo di sposare la regina, che però farà presto uccidere al primo screzio. Tiranno, che prima aveva decretato sterminare tutti gli ebrei, che poi repentinamente cambia idea, grazie a ciò gli ebrei sono salvi e fa giustiziare il perfido ministro che lo aveva consigliato per la strage. In questo panorama, in cui non si vede un barlume di ragione e di speranza, il grande assente sembra essere Dio. Quante similitudini tra la realtà di allora e quella attuale, quante analogie tra i sovrani di allora ed i signori del mondo di oggi.

La prima rivoluzione della storia: gli schiavi che sconfissero il faraone e conquistarono la libertà

Poi arriva Pesach, la Pasqua ebraica, anche in questo contesto, nelle narrazione delle Festività al centro della scena troneggia il faraone, sovrano assoluto dello stato più ricco, potente e civilizzato dell’epoca, che si faceva adorare dai sudditi come un dio in terra. Viene però sconfitto dagli schiavi del suo regno, dagli ultimi della scala sociale della gente su cui comandava. La tradizione ci ricorda che in quest’ultimo caso, a differenza dei fatti di Purim, è intervenuta vistosamente la mano di Dio, perché tutti comprendessero, che Lui c’è e non resta insensibile al dolore dei suoi figli. Nella narrazione, di quella che è divenuta la prima e più importante rivoluzione della storia, il faraone capitola ed un intero popolo riconquista la libertà e subito riceve ed accetta le sue regole, per far si che la conquistata libertà non sia un dono effimero e passeggero, ma un granitica realtà su cui costruire la vita dei singoli e delle società. L’insegnamento proveniente da questi due racconti è chiaro: lo strapotere dei singoli tiranni è destinato a passare, quel che resta è ciò che gli uomini insieme e nel diritto riescono a costruire.

Quindi un messaggio di speranza e di fiducia, affinché il detto popolare che celebra la superiorità del pensiero e della comunicazione sull’azione avventata, dispotica e violenta, divenuto slogan di una nota fabbrica di stilografiche, con le parole: “Quel che non potè la spada, potè la penna”, torni ad essere presente nelle nostre vite e rappresenti una speranza di salvezza per il mondo intero.