Milano, 27 gen. (askanews) – Nei test comparativi tra prodotti alimentari metodo e procedure utilizzate non sono sempre chiare e rigorose, con il rischio di creare confusione nei consumatori e un danno reputazionale all’azienda. Partendo da queste premesse è nato un protocollo con una serie di raccomandazioni per garantire l’affidabilità dei test comparativi in ambito alimentare. A metterlo a punto l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo su input di Unione italiana food, l’associazione che rappresenta 900 marchi dell’industria alimentare italiana, che lo ha presentato a Roma al Mimit.
Lo studio, condotto dal sensory behavior and cognition Lab dell’Università di Pollenzo e partito dall’analisi di 17 articoli, ha evidenziato in alcuni casi pratiche metodologicamente scorrette come la selezione disomogenea dei prodotti, che mette a confronto referenze non comparabili (es. prodotti con date di scadenza molto diverse, confezioni con grammature diverse, campionamenti disomogenei). E ancora, metodi di valutazione poco chiari o assenti, senza protocolli scientifici standardizzati, nelle informazioni su come sono stati condotti i test e uso improprio di termini tecnici, che creano confusione tra gradimento e qualità oggettiva.
“Il sistema della comparazione tra due o più prodotti è una pratica diffusa in tutti i Paesi con un’economia avanzata, basata sui beni di consumo e questa metodologia porta anche un un’utilità, in quanto consente al consumatore di acquisire una serie di informazioni per una scelta consapevole – ha spiegato Mario Piccialuti, direttore generale di Unione italiana food – Se quindi il test viene fatto con questa finalità e con un certo rigore, può anche aiutare il consumatore”. Tuttavia osserva Piccialuti “ormai da anni assistiamo alla diffusione di sedicenti esperti che con titoli più o meno confermati, magari utilizzando i canali social, portano avanti affermazioni o informazioni che non hanno evidenze scientifiche, ma neanche evidenze tecniche operative e quindi diventano disinformazione”.
Di qui la volontà di chiedere a un ente terzo come l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo uno strumento scientificamente affidabile che fornisse una guida per chi realizza test comparativi. Ne è nato un protocollo di raccomandazioni che propongono tre approcci metodologici validati scientificamente, adattabili a diverse esigenze editoriali. Per i test di gradimento base, un panel di minimo 50 consumatori reali del prodotto analizzato con valutazione “alla cieca”, scale di gradimento standardizzate e analisi statistiche per identificare differenze significative. Per i test completi con analisi descrittiva viene raccomandato un panel di 100-120 consumatori, la realizzazione di classifiche di gradimento con profilo sensoriale dettagliato e identificazione dei “driver di preferenza” (cosa fa piacere davvero un prodotto). Per le analisi professionali, un panel di assaggiatori qualificati e la descrizione analitica approfondita delle caratteristiche sensoriali. E in ogni caso, la raccomandazione di includere sempre una tabella informativa su chi ha organizzato il test, quanti e quali prodotti sono stati testati, con quali criteri, chi ha assaggiato (tipologia e numero di valutatori), quale metodo è stato utilizzato.
“Il settore alimentare per sua natura, includendo beni che sono di larghissimo consumo, – e poi noi italiani abbiamo una legame particolare col cibo – è quello che da sempre forse si presta molto alla comparazione dei test” osserva ancora Piccialuti che sottolinea come, in alcuni casi, in assenza di un metodo scientifico, si crea “il rischio di un pregiudizio reputazionale per il mondo produttivo. Quindi il risultato è che da una parte c’è un disservizio al consumatore e dall’altro c’è un pregiudizio reputazionale delle aziende produttrici”.
“Test sensoriali condotti con criteri condivisi, metodi rigorosi e comunicati in modo trasparente sono essenziali per ottenere risultati affidabili – ha osservato durante la presentazione Luisa Torri, prorettrice dell’Università di Pollenzo e direttrice del Sensory, behavior and cognition Lab – che possono migliorare la qualità dell’informazione offerta a consumatori e operatori del settore”.
“Union Food ha cercato di dare un contributo che è un auspicio in questo mondo molto articolato e complesso dei test comparativi e lo ha fatto rivolgendosi all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo – ha concluso Piccialuti – realizzando uno studio che dà una serie di canoni e di criteri. Non ha costituito una proposta di legge, da presentare a Mimit che sarebbe anche la sede opportuna, ma ha semplicemente elaborato una serie di raccomandazioni che se seguite avrebbero il duplice obiettivo da una parte di garantire una correttezza di informazione al consumatore ma dall’altro contestualmente garantire tutte le imprese del mondo alimentare”.

