Scaduto il termine per spendere i 3 miliardi del Pnrr, il ministro Orazio Schillaci ha rivendicato il grande impegno profuso su questo target, descrivendo un lavoro di affiancamento e monitoraggio continuo delle Regioni. Secondo i dati riportati dalla stampa economica, sono oltre 1.300 le strutture ufficialmente aperte tra Case e Ospedali di comunità, a fronte dei target europei di 1.038 Case di comunità e 307 Ospedali di comunità. Le verifiche tecniche del Ministero della Salute sono ancora in corso, ma i dati disponibili indicano un sostanziale raggiungimento degli obiettivi previsti.
Il percorso è stato una corsa contro il tempo. Per le sole Case di comunità, le strutture dichiarate operative dalle Regioni sono passate da poco più di 800 a metà giugno a circa 900 negli ultimi giorni, mentre secondo le stime del Ministero il numero complessivo potrebbe superare quota 1.200 considerando anche le aperture completate in queste ore. Per gli Ospedali di comunità, il traguardo è stato avvicinato con analoga tensione: venerdì scorso erano già arrivati a quota 290 a fronte di un target di 307. Sul fronte delle Case, in cantiere, ma senza scadenze precise, ce ne sono oltre 1.700 in tutto.
La soddisfazione del ministro e il nodo del personale
Schillaci ha espresso soddisfazione ma non ha nascosto che la fase più complessa deve ancora cominciare. Il ministro ha evidenziato che la fase successiva riguarderà l’organizzazione dei servizi: “Ora lavoriamo pancia a terra sul personale. Abbiamo chiuso l’intesa con i medici di medicina generale, ma dobbiamo scrivere tutti insieme convintamente una nuova pagina per la medicina territoriale”. Il rischio, segnalato da tempo, è quello di edifici pronti ma privi di operatori: il nodo, come mostrano i monitoraggi di Agenas, è riuscire a popolare queste strutture di personale e servizi, e a dicembre scorso solo il 4% delle Case di comunità aveva tutti i servizi a regime. Secondo quanto riportato, la piena operatività delle strutture dipenderà dalla capacità di completarne il popolamento con medici, infermieri e servizi.
L’accordo sui medici di famiglia
Proprio per garantire una presenza medica stabile è stato siglato, il 23 giugno 2026, l’accordo che porta i medici di medicina generale dentro le nuove strutture. In base all’intesa, i medici di famiglia potranno essere chiamati a svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità con un compenso di 38,72 euro l’ora, in attuazione dell’investimento Pnrr. Il testo, firmato da Sisac, Fimmg e Fmt, modifica l’Acn del 15 gennaio 2026 e introduce le disposizioni operative per la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità. Nel dettaglio, il contratto prevede un obbligo fino a 6 ore settimanali per 48 settimane annue nella fascia oraria tra le 8:00 e le 20:00, con un turno di almeno 3 ore continuate, e un compenso omnicomprensivo garantito secondo un principio di tariffazione unica su tutto il territorio nazionale. Il contributo assicurativo dello 0,72% viene calcolato sul valore equivalente alla quota A, e restano salve eventuali integrazioni regionali solo se correlate a ulteriori funzioni specifiche.
L’accordo non è stato però sottoscritto da Smi e Snami. Le due sigle contestano la natura dell’obbligo introdotto: lo Smi denuncia uno stravolgimento della natura giuridica del rapporto di lavoro della medicina generale, oggi collocato nell’alveo della libera professione convenzionata, sostenendo che l’imposizione dell’obbligo orario introduce elementi di un rapporto di subordinazione senza le tutele previste per il lavoro dipendente. Critiche sull’efficacia sono giunte anche dal versante amministrativo: l’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso ha definito l’accordo un “pannicello caldo”, rilevando che al momento solo il 17% della presenza dei camici bianchi è garantita dai medici di famiglia. Il Governo, intanto, valuta ulteriori aperture: Schillaci ha proposto di consentire a neurologi, geriatri e altri specialisti ospedalieri di operare nelle Case di comunità fuori dall’orario di lavoro, superando alcune incompatibilità.
Un’attuazione a macchia di leopardo
Il quadro nazionale resta fortemente disomogeneo. Come evidenziato dalla stampa, le percentuali di completamento risultano generalmente più elevate nel Nord Italia, mentre alcune Regioni del Mezzogiorno registrano ancora ritardi; complessivamente, a oggi risulterebbero operative circa il 70% delle Case di comunità finanziate con il Pnrr. La fotografia regionale, riferita alle sole Case della Comunità operative al 30 giugno, mostra distanze marcate.
| Regione | Case della Comunità operative / previste |
|---|---|
| Lombardia | 186 |
| Lazio | 115 |
| Veneto | 102 |
| Sardegna | 59 / 50 (target superato) |
| Sicilia | 54 / 146 |
| Abruzzo | 41 / 43 |
| Puglia | 42 |
I dati regionali sono desunti dal monitoraggio riportato dalla stampa: la Lombardia conta 186 Case operative, il Veneto 102 e il Lazio 115, contro le 42 attive della Puglia, mentre in Sicilia risultano attive 54 strutture su 146 previste. Situazione più avanzata al Sud per la Sardegna, dove erano previste 50 strutture e ne risultano operative 59, superando il target del Pnrr, e per l’Abruzzo, con 41 delle 43 strutture previste regolarmente aperte.
[GRAFICO: mappa dell’Italia con il numero di Case della Comunità operative per Regione al 30 giugno 2026, evidenziando il divario Nord-Sud]
L’allarme della Corte dei conti
Sullo sfondo restano i moniti degli organi di controllo. Nella Relazione sul rendiconto 2025, la Corte dei conti ha ricordato che la spesa sanitaria ha raggiunto i 141,54 miliardi di euro (+2,5%), con un rapporto spesa/Pil fermo al 6,3%, e ha avvertito che senza investimenti su medici e infermieri le liste d’attesa resteranno intasate e le Case della Comunità saranno “scatole vuote”, perché “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”.
È questa la vera partita che si apre ora, superato l’esame formale di Bruxelles: trasformare le nuove strutture da presidi certificati sulla carta a servizi realmente accessibili. Come segnalano gli osservatori, l’attuazione dipenderà dalla programmazione delle Aziende sanitarie, dalla definizione dei fabbisogni orari e dalla capacità dei territori di assicurare una presenza medica continuativa, in un contesto di cronica carenza di personale che il solo accordo con la medicina generale difficilmente potrà colmare.
