(Teleborsa) – Escludere il Bonus IPO per le quotazioni delle PMI italiane è come “darsi la zappa sui piedi“, in un momento in cui la politica si sta comunque occupando di migliorare la competitività dei mercati dei capitali italiani tramite il Ddl Capitali in corso di approvazione e la futura riforma del Testo Unico della Finanza (TUF). È l’opinione dei operatori borsistici, che si dicono preoccupati per il fatto che ancora una volta la norma non è stata inserita in manovra, almeno della versione iniziale, e dovrà quindi essere proposta tramite un emendamento nel corso dell’iter di approvazione.
“La vera notizia non è che se lo sono dimenticati, ma che se lo sono dimenticati di nuovo”, dice a Teleborsa Giovanni Natali, presidente di AssoNEXT, l’Associazione Italiana delle PMI Quotate. Il riferimento è al fatto che le preoccupazioni di questi giorni non sono nulla di nuovo, ma un copione già visto gli anni precedenti.
Dalla sua introduzione nel 2018, il Bonus IPO è stato rinnovato di anno in anno, quasi sempre con le stesse condizioni (la legge di bilancio per il 2022 aveva abbassato il tetto a 200 mila euro, poi di nuovo alzato a 500 mila euro l’anno scorso). Il credito d’imposta sostiene le PMI che decidono di quotarsi in un mercato regolamentato o in sistemi multilaterali di negoziazione di uno Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo. Le imprese possono richiedere un credito d’imposta pari al 50% dei costi di consulenza sostenuti, fino a un massimo di 500.000 euro.
Come spiega Borsa Italiana, i costi di quotazione sono variabili in relazione al mercato di quotazione, alla struttura, dimensione, settore e complessità dell’azienda, alla dimensione dell’offerta, e alla composizione del team degli advisor. I costi fissi sostenuti del processo di IPO sono legati ai consulenti (Euronext Growth Advisor/Listing Agent, società di revisione, studi legati, advisor finanziari, società di comunicazione o di IR advisor), mentre costi variabili sono legati al collocamento delle azioni presso gli investitori e sono definiti come percentuale dell’ammontare raccolto. Considerando che spesso le quotazioni hanno un costo vicino a 1 milione di euro, per una PMI il risparmio di 500 mila euro può essere decisivo.
Natali si dice comunque fiducioso che alla fine la misura verrà prorogata dal Governo, viste anche la assicurazioni e l’impegno del Sottosegretario al MEF Federico Freni, ma sottolinea la mancanza di certezza e stabilità per gli operatori di Borsa. “Ormai la spesa prevista e gli effetti positivi sull’economia sono noti, e non c’è nemmeno la volontà politica di non metterlo, ma comunque nella prima bozza non riesce mai ad entrare – afferma – Quello che chiediamo ormai da tre anni è di farlo diventare una norma permanente come possono essere le detrazioni delle spese mediche, che sarebbe assurdo mettere e togliere ogni anno”.
L’incentivo fiscale sui costi di quotazione nel quinquennio di applicazione 2018-2022 ha favorito oltre 120 IPO con un utilizzo complessivo della misura da parte delle PMI di circa 50 milioni di euro, secondo l’Osservatorio Euronext Growth Milan di IR Top Consulting. In particolare, nel 2022 le IPO sono state 25 con un credito di imposta complessivo di 9,4 milioni di euro. Inoltre, il mercato ha registrato un notevole sviluppo a partire dal 2016, grazie all’effetto combinato dei Piani Individuali di Risparmio (PIR) e del Bonus IPO: +157% in termini di società quotate rispetto al 2016, +156% in termini di capitalizzazione rispetto al 2016.
Un “fortissimo auspicio” affinché la scelta venga riconsiderata e il Bonus IPO prorogato arriva anche dal presidente di ASSOSIM, Marco Ventoruzzo. “Le quotazioni delle PMI negli ultimi anni sono le uniche che hanno trainato il mercato, a fronte di operazioni di delisting e spostamento dal mercato principale – dice a Teleborsa – Non è ovviamente solo l’incentivo a spingere le quotazioni, ma l’incentivo fiscale ha giocato un ruolo essenziale nelle decisioni delle PMI. Inoltre, il governo è impegnato in un’opera meritoria di semplificazione e per rendere i mercati finanziari più attraenti, e sarebbe un po’ incoerente con questi obiettivi togliere un incentivo importante“.
Secondo Ventoruzzo, “le regole di cui si occupa il Ddl Capitali sono importanti per non scoraggiare le quotazioni e per rendere il nostro sistema più competitivo, ma non dobbiamo farci illusioni sul fatto che l’incentivo fiscale è spesso il vero motore di queste quotazioni, e quindi una sua cancellazione sarebbe una zappa sui piedi rispetto all’obiettivo di sviluppare una politica industriale per la finanza”.
Inoltre, secondo il numero uno di ASSOSIM, “tenuto conto del minimo svantaggio sul gettito, va considerato che se le imprese si quotano tendenzialmente portano a un aumento del gettito, perché si mette in moto lavoro e ricchezza che sono anche essi soggetti a tassazione. Arrivo anche a sottolineare il rischio che l’effetto netto di una cancellazione sia negativo sul gettito“.
Aspettando rassicurazioni del MEF e la presentazione di un emendamento alla manovra, non va dimenticato che questa incertezza può avere un peso sulla decisione delle PMI di quotarsi nei prossimi mesi. Secondo Natali è prevedibile, condizioni di mercato permettendo, un affollamento delle IPO nelle ultime settimane dell’anno, come già successo nel recente passato. “L’incertezza potrebbe dare un boost sul fine anno, perché quelle che vanno entro il 31 dicembre hanno sicuro il bonus – spiega – Chi è indeciso tra schiacciare l’acceleratore per completare l’IPO entro il 31 dicembre o farla in primavera, se è pronto potrebbe andare quest’anno per non porsi il problema”.
Bonus IPO, mancata proroga è “zappa sui piedi” in momento di riforme della Borsa
