Home » Scrivere l’energia » Dal diritto di voto delle donne alla (dis)parità nelle istituzioni

Dal diritto di voto delle donne alla (dis)parità nelle istituzioni

Dal diritto di voto delle donne alla (dis)parità nelle istituzioni

Dal 2 giugno 1946, quando 13 milioni di donne entrarono per la prima volta in un seggio, alla prima premier donna: un cammino di conquiste ancora non concluso

La partecipazione – diretta o indiretta – alle decisioni politiche è storicamente un elemento fondamentale per rappresentare la sovranità popolare e garantire la legittimità democratica. Eppure, in Italia, le donne hanno atteso fino al 2 giugno 1946 per entrare in un seggio elettorale. Oggi, a ottant’anni da quella data, nonostante l’elezione della prima premier donna, il parlamento conta il 33,6% di presenze femminili, segnando una distanza ancora ampia dall’obiettivo di piena parità.

La conquista del voto e le madri costituenti dimenticate

Il primo passo si compie il 31 gennaio 1945 con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23, che riconosce alle donne con almeno 21 anni il diritto di voto. L’Italia è ancora in guerra, il governo è guidato da Ivanoe Bonomi. Restano escluse dal diritto di voto solo le prostitute schedate.

Il 10 marzo 1946 il decreto n. 74 estende alle donne anche l’elettorato passivo: possono essere candidate dai 25 anni in su. Nello stesso anno, alle prime amministrative, l’affluenza sfiora l’89% e circa 2.000 donne vengono elette nei consigli comunali. Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale e l’elezione dell’Assemblea costituente, votano 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. Vengono elette 21 deputate su 556: sono le “madri costituenti”, protagoniste di una stagione decisiva per i diritti civili e sociali.

Tra loro, figure come Nilde Iotti, Teresa Noce, Angela Merlin — promotrice della legge contro le case chiuse —, Maria Federici e Ottavia Penna Buscemi. Provenivano da culture politiche diverse — dal Partito comunista italiano alla Democrazia cristiana, dal Partito socialista italiano al Fronte dell’uomo qualunque — ma unite dall’obiettivo di costruire una Repubblica fondata sull’uguaglianza. Eppure, nel gergo comune, si parla ancora oggi soltanto di “padri costituenti”.

La presenza femminile in parlamento: un’evoluzione lenta

Nonostante quell’esordio promettente, la presenza femminile in parlamento resta per decenni marginale. Dal 1946 alla fine degli anni Ottanta, alla Camera le donne non superano il 10%, mentre al Senato la soglia viene oltrepassata solo nel 2006. Tra il 1987 e il 2000, la crescita è lenta, sempre sotto il 15%. Il salto avviene nelle ultime legislature. Nel 2018 si registra il picco storico: 35,7% alla Camera e 34,7% al Senato. Con la XIX legislatura (2022) la percentuale complessiva si attesta al 33,6%: leggermente in calo, ma comunque su livelli mai raggiunti prima del nuovo millennio.

La legge Golfo-Mosca e le quote rosa nei CdA

Un’accelerazione significativa arriva nel 2011 con la legge n. 120, nota come legge Golfo-Mosca, dal nome delle promotrici Lella Golfo e Alessia Mosca. La norma introduce quote di genere obbligatorie nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali delle società quotate e a controllo pubblico. Il sistema prevede una soglia progressiva: almeno il 20% nel primo mandato, poi il 33%, fino al 40%. La vigilanza è affidata alla Consob, con sanzioni che possono arrivare alla decadenza dell’intero consiglio di amministrazione. I risultati sono evidenti: se nel 2008 le donne nei CdA erano circa il 6-7%, oggi superano il 40%. Resta però il limite strutturale: le società quotate vigilate rappresentano una minoranza del tessuto produttivo italiano. Secondo gli ultimi dati Consob, sarebbero appena 423.

Donne ai vertici: simboli e realtà

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i segnali simbolici. Nilde Iotti è stata per tre volte presidente della Camera; Irene Pivetti e Laura Boldrini hanno ricoperto lo stesso incarico. Al Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata la prima donna presidente nella storia repubblicana. E dal 2022, con Giorgia Meloni, l’Italia ha per la prima volta una donna a Palazzo Chigi. Eppure, il paradosso è evidente: mentre cresce la visibilità ai vertici, la rappresentanza resta disomogenea nei territori e nei ruoli esecutivi. Solo due Regioni su venti sono guidate da una presidente.

Nel confronto europeo, l’Italia si colloca oggi in una fascia intermedia, distante dalle nazioni nordiche dove la presenza femminile supera stabilmente il 40%. La parità non è solo una questione numerica: incide sulla qualità delle decisioni, sull’agenda politica, sulla capacità delle istituzioni di rappresentare l’intera società.

Le 21 costituenti del 1946 hanno aperto una strada che ha richiesto decenni per allargarsi, senza mai riuscire ad annullare le distanze tra i generi. Come ricordava Nilde Iotti: “Le donne hanno diritto di contare non perché sono donne, ma perché sono cittadine. La strada verso la piena cittadinanza democratica è ancora lunga, ma la direzione è tracciata”.

Mattia Bisignano, Paolo Lorenzo Buttafuoco, Angelica Di Fini, Martina Pia Gagliano
Istituto tecnico “R. L. Montalcini” Gagliano C.to