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Decreto Primo Maggio: priorità alle donne e al bonus giovani. Ma ancora contrasti sui “contratti pirata”

Decreto Primo Maggio: priorità alle donne e al bonus giovani. Ma ancora contrasti sui “contratti pirata”
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio (Imagoeconomica)

Ecco cosa c’è da sapere

Il Governo ha in mente di trasformare in una misura permanente il bonus dedicato alle assunzioni di giovani sotto i 35 anni, ora in scadenza, includendolo nel prossimo Decreto Primo Maggio, decreto in materia di lavoro che la presidente Meloni presenterà il prossimo 1 maggio. Grande interesse anche verso le agevolazioni per incentivare l’occupazione femminile, estese fino alla fine dell’anno, sottolineando quanto sia cruciale il ruolo delle donne nel mercato del lavoro. L’esecutivo, tuttavia, pare abbia dei punti critici. Tra questi vi è lo spostare il focus dalla questione del salario minimo legale alla contrattazione collettiva.

Il Decreto Primo Maggio suggerisce che siano i contratti nazionali a derivare un trattamento economico adeguato, piuttosto che una soglia minima legale. Tuttavia, mettere in pratica questo schema non è semplice: le parti sociali – dalle associazioni dei datori di lavoro ai sindacati – sono preoccupate che possano essere legittimati i contratti “pirata”. In questi termini il Decreto Primo Maggio pare sia più simile ad una manovra fiscale sul lavoro che a una vera riforma dei salari. Ma vediamo gli altri punti critici.

La questione della rappresentanza

La bozza del Decreto Primo Maggio si basa sui contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Tuttavia, non esiste ancora un sistema realmente rigoroso e trasparente, capace di distinguere chiaramente i contratti leader da quelli pirata. Questo rappresenta un altro punto critico di tutta l’operazione. Infatti, se si pone l’accento sulla contrattazione, è fondamentale specificare quale tipo abbia realmente valore. Presso il Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), i contratti registrati sono 1.052, ma non tutti riflettono in modo effettivo i settori di riferimento. Senza un controllo rigoroso, il rischio di lasciare spazio a sigle deboli e accordi poco rappresentativi rimane una possibilità concreta.

La vacanza contrattuale

Nel contesto attuale si inserisce anche la norma relativa alla “vacanza contrattuale”. Se il contratto nazionale giunge a scadenza senza essere rinnovato, dopo sei mesi verrebbe erogata un’indennità pari al 30% dell’inflazione programmata, applicata ai minimi retributivi. Trascorsi dodici mesi, la percentuale salirebbe al 60%. Sebbene rappresenti un segnale, non si tratta ancora di una svolta decisiva. Il parametro di riferimento rimane infatti l’inflazione programmata, anziché quella reale, rischiando così di offrire una protezione parziale del potere d’acquisto proprio nei periodi di maggiore incremento dei prezzi. Inoltre, manca un meccanismo che obblighi effettivamente le parti a concludere le trattative, attenuando il danno ma senza risolvere il blocco dei rinnovi contrattuali.

Gli sgravi fiscali

Il fulcro del provvedimento sembra trovarsi più nel fisco che nella retribuzione diretta. A partire dal 2027, infatti, gli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali firmati dal 2024 saranno tassati al 5% per i dipendenti privati con redditi fino a 33mila euro. Sempre dal 2027, un’imposta sostitutiva del 15% sarà applicata su lavoro notturno, festivo, turni e straordinari fino a 1.500 euro annui per chi guadagna meno di 40mila euro. Dal 2028, i premi di produttività e le somme legate agli utili saranno tassati all’1% fino a 5mila euro. Contestualmente, il pacchetto estende l’ambito del welfare: prevede benefit fino a 3mila euro, sanità integrativa contrattuale fino a 500 euro e coperture Long Term Care collegate alla previdenza complementare.

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