Home » Inchiesta » La desertificazione è anche commerciale: in Sicilia sparito fino al 37,5% d’imprese

La desertificazione è anche commerciale: in Sicilia sparito fino al 37,5% d’imprese

La desertificazione è anche commerciale: in Sicilia sparito fino al 37,5% d’imprese
In 13 anni spariti 156mila negozi in Italia: in Sicilia Agrigento perde il 37,5% delle imprese

Ad Agrigento il peggior risultato nazionale registrato dal 2012 a oggi. Centri storici sempre più svuotati

ROMA – Uno degli scenari più distopici che si possano immaginare e da cui la letteratura fantahorror spesso attinge è quello delle città spettrali, con le luci delle vetrine spente e senza vita tra le vie. Forse, però, è un’inquadratura a cui dobbiamo iniziare ad abituarci, non solo negli schermi. Il dato che emerge, infatti, dal rapporto di Confcommercio “Città e demografia d’impresa”, giunto all’undicesima edizione, è incontrovertibile: in 122 comuni italiani, 107 capoluoghi di provincia e 15 non capoluogo ma comunque tra i più popolosi, il numero di saracinesche che si abbassano definitivamente per le vie del centro (e non solo) aumenta inesorabilmente. Infatti, negli ultimi tredici anni, a sparire sono stati 156 mila negozi e attività ambulanti, oltre un quarto del totale.

E-commerce e crisi: le cause della desertificazione commerciale nei centri italiani

I dati dello scorso anno sono rapportati al 2012 che, come si ricorderà, fu l’anno che rappresentò il culmine della crisi del debito sovrano, registrando un record di fallimenti aziendali. È ironico? Forse, ma deve comunque farci riflettere. Non è un caso, infatti, che da tempo per inquadrare il fenomeno si parli di desertificazione, cioè di processo che, anche solo inconsciamente, richiama l’idea di qualcosa di irreversibile. Ma di chi è la colpa?

Il maggiore indiziato (ma non l’unico) è l’e-commerce, che ha eroso ed erode, come fanno le onde del mare e la salsedine con le rocce, quote di mercato dei negozi di vicinato sempre più significative. Tra il 2015 e il 2025 le vendite online sono quasi triplicate (+98,4%), passando da 31 a oltre 62 miliardi di euro. Un aumento che in termini percentuali è del 187%, infinitamente più grande rispetto a quello delle vendite al dettaglio, fermo al 14,4%. “Fanno il deserto e lo chiamano pace” scriveva Tacito. Oggi il termine pace potrebbe assumere, da questa prospettiva, l’accezione di progresso. Ma chi sta rimanendo indietro? Puniti maggiormente sono il settore delle edicole che dal 2012 al 2025 ha perso metà delle sue attività commerciali. Segue il settore dei carburanti (-42,5) e dell’abbigliamento (-36,9). In negativo anche mobilifici e ferramenta (-35,9), nonché librerie e negozi di giocattoli (-32,6). Non se la passa bene nemmeno il commercio ambulante, che ha subito una riduzione di 29,7 punti percentuali. Crescono, invece, le attività legate al cibo: i ristoranti aumentano del 35%, rosticcerie, gelaterie e pasticcerie del 14,4%.

Agrigento prima in Italia per perdita di imprese: -37,5% in tredici anni

Sembrerebbe affetto da miopia, secondo lo studio della Confcommercio, chi confida in un possibile effetto “plafond” che interrompa questo trend lineare. Il fatto che il numero di negozi non possa scendere al di sotto di una certa soglia, perché quelli che restano diventerebbero più produttivi e redditizi per via della minore concorrenza, non tiene debitamente conto del generale peggioramento delle condizioni socio-economiche. Per quanto a essere maggiormente investite siano le città del Nord, il fenomeno di desertificazione commerciale è piuttosto trasversale e vede, ahinoi, protagonisti anche i capoluoghi siciliani. Domina la vetta delle 122 città sotto la lente di Confcommercio, infatti, la città di Agrigento che, rispetto al 2012, ha perso il 37,5% delle imprese fisicamente attive, a fronte di una diminuzione della popolazione del 6%. Se le attività dedite al commercio al dettaglio presenti in tutto il tessuto girgentino erano 912, a distanza di 13 anni si sono ridotte a 584. In maggiore sofferenza le attività di abbigliamento e quelle ambulanti, in calo del 60%, sebbene 13 anni fa fossero le attività più presenti sia in centro che fuori dal centro della città dei Templi.

Ragusa, Enna, Catania, Palermo: la mappa della crisi commerciale nei capoluoghi siciliani

In diciannovesima posizione Ragusa, le cui attività commerciali in questi tredici anni hanno subito una variazione in negativo del 31,1%. In particolare, la città ha perso 238 botteghe e i settori più colpiti sono stati quello del commercio ambulante, ridotto di circa il 70%, quello del carburante per autotrazione, sotto quasi il 65%, edicole (-54%) e abbigliamento (-45,5%). Terza sul podio siciliano, ma 23esima in quello nazionale, Enna, che accusa una perdita del 30,3%. Degli 87 commercianti al dettaglio in meno, la categoria più svantaggiata è stata quella dei commercianti ambulanti, in calo del 62%, seguita dai negozi di abbigliamento (-47%) e dai mobilifici (-40%). Medaglia di legno tra le isolane per Catania, 39esima nella classifica delle 122. Nel 2025 la provincia etnea ha perso il 28,6% di imprese rispetto al decennio scorso. Il dato percentuale, però, rende poco la drammaticità della situazione: in valori assoluti, infatti, sono 1.124 i negozi in meno nel capoluogo. Se le edicole in questi 13 anni sono state più che dimezzate (-60,6%), non va tanto meglio agli ambulanti (-45%, ma i primi a essere penalizzati in termini assoluti, avendo la città perso quasi 500 commercianti), bar e mobilifici, anche loro oltre la soglia del 40% in meno.

Scorrendo le siciliane troviamo poi Trapani in 58^ posizione, in difetto rispetto al 2012 del 26,3% delle attività commerciali al dettaglio, pari a 257 esercizi commerciali. Di questi, quasi scomparsi i commercianti di carburante per autotrazione (-72,2%), quasi dimezzati edicole, negozi di libri e giocattoli, abbigliamento e ferramenta. Poco più di un quarto di imprese attive in meno a Palermo, che si colloca sul 63^ gradino nazionale, anche se a svuotarsi sono state, però, 1.753 botteghe. In forte crisi il settore degli ambulanti, la cui perdita sfiora il 65%. Ridotti a metà i commercianti di carburante, mentre subiscono un grave contraccolpo anche edicole (-41,5%) e negozi di abbigliamento (-35,5%). Messina e Siracusa, invece, si piazzano al 75° e al 77° posto, con uno scarto di un decimo, e una perdita di attività commerciali del 24,7% e del 24,6%. Nella Città dello Stretto le attività commerciali rimangono sopra le duemila, ma nel corso degli ultimi 13 anni sono state 623 le vetrine che hanno affisso il cartello “svendita per chiusura”. I negozi nella città di Archimede scendono sotto i 1000, con una perdita di 275 imprese, specie bar e ambulanti. Ultima in classifica Caltanissetta, 101^: nel 2012 c’era il 21,6% delle attività commerciali fisiche in più rispetto ad oggi. A pagare il prezzo più alto le edicole, i negozi di carburante per autotrazione e quelli di libri e giocattoli.

Confcommercio e il progetto Cities: tre fronti per salvare i centri urbani dal deserto

Saint-Exupery a bocca del Piccolo Principe, però, ci ricorda che “ciò che fa bello il deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Se le imprese stanno provando a trovare un’oasi nell’adozione di modelli organizzativi più complessi (si rileva, infatti, un ricorso sempre maggiore alla costituzione di società per azioni), il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, fa leva su un’alleanza con i sindaci, rilanciando il progetto Cities. Tre i fronti per mantenere in vita le attività commerciali e, di conseguenza, per preservare la vivibilità urbana, la sicurezza e la coesione delle comunità locali: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica.

Segui tutti gli aggiornamenti di QdS.it sui canali WhatsApp Telegram