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Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni: “Alimentare la speranza dove c’è rassegnazione”

Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni: “Alimentare la speranza dove c’è rassegnazione”
Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni

Lotta alla dispersione scolastica: “Siamo passati dalle 15-20 segnalazioni del 2021 a circa un migliaio dello scorso anno”

CATANIA – È di questa settimana la notizia che il presidente della Regione, Renato Schifani, ha istituito una cabina di regia per dare piena attuazione alla legge regionale antimafia Liberi di scegliere: “Ho voluto questa cabina di regia – ha detto Schifani – perché le norme, per diventare concrete, hanno bisogno di coordinamento, soprattutto quando coinvolgono una pluralità di enti e soggetti. È un tema che mi sta particolarmente a cuore e sul quale intendiamo agire con determinazione: con le prossime variazioni di bilancio destineremo risorse aggiuntive per dare a questa legge la forza che merita”. E il percorso non si ferma ai confini regionali: la Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo, in seguito alla costituzione di un comitato ad hoc, ha portato la proposta di legge alla Camera dei Deputati. Ne abbiamo parlato direttamente con l’ideatore di Liberi di scegliere, il presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania Roberto Di Bella.

Dispersione scolastica e povertà educativa: la genesi del crimine minorile a Catania

Catania ha il primato per minori denunciati o arrestati per mafia. Lei, che è in prima linea nella tutela dei più piccoli, come commenta questo numero in crescita?

“La genesi è la povertà educativa. Tutti i grandi boss siciliani, e catanesi, sono stati ragazzi provenienti da famiglie disfunzionali, da quartieri degradati, che magari in dispersione scolastica hanno poi compiuto la loro ascesa criminale e hanno trovato nelle mafie un welfare, una condizione per l’appagamento identitario, un ascensore sociale. Il fenomeno va letto in questa direzione. Qui c’è una povertà educativa intergenerazionale, famiglie dove il nonno non andava a scuola e a cascata non sono andati né figlio né nipote. Per questo abbiamo orientato prima di tutto l’azione del Tribunale per i minorenni nel contrasto alla dispersione scolastica, con il coinvolgimento dell’ufficio scolastico provinciale e della Prefettura di Catania, con la quale abbiamo creato un osservatorio sulla gestione dell’azione. I risultati sono già incoraggianti: siamo passati dalle 15-20 segnalazioni dell’anno 2021 a circa un migliaio nell’anno 2025, questo significa che abbiamo acceso un faro su un tema che riguarda il futuro di questa società, dove in certi quartieri della città si tocca il 25-30% di dispersione: un dato che è una vera e propria bomba sociale. E’ così che diventano preda della criminalità organizzata, che a Catania si avvale di questi ragazzini, approfittando anche degli under 14, cosa evidente nelle piazze di spaccio. Questo è un tema che ci occupa moltissimo: una buona percentuale delle vicende che vengono segnalate a questo Tribunale, parliamo di vicende penali, riguardano proprio lo spaccio di droga nei quartieri”.

Che poi è il primo approccio per rimanere in trappola…

“I ragazzi vengono utilizzati come vedette e pusher. La nuova frontiera è la consegna a domicilio: i ragazzi vengono dotati di motorini e ricetrasmittenti o telefonini per andare a consegnare la droga fino a casa. Ci sono anche genitori irresponsabili che hanno utilizzato i loro figli di uno o due anni per nascondere la droga nel passeggino. E poi l’altro tema che ci preoccupa molto è l’uso di armi da parte dei giovanissimi. Nel 2025 abbiamo avuto molte segnalazioni e tratto in arresto diversi ragazzi per questo. Questi ragazzi vanno sui social a mostrarsi con queste armi e così il circuito si autoalimenta. Ma grazie anche all’attività dell’osservatorio prefettizio sulla condizione minorile – in sinergia con il Prefetto, con le Asp, con l’Ufficio di servizio sociale del Comune, con l’Usm e con l’Ufficio scolastico provinciale e con l’Università di Catania – abbiamo monitorato la città e i quartieri e stiamo programmando tante iniziative, che sono diventate anche oggetto della legge regionale Liberi di scegliere”.

“Liberi di scegliere”: 200 minori, boss collaboratori e donne che spezzano il mito mafioso

Entriamo nello specifico del progetto “Liberi di scegliere” di cui è ideatore. Quali sono i numeri e i risultati su Catania?

“Tutto è iniziato nel 2012 a Reggio Calabria, io sono a Catania dal 2020 e il progetto è partito a fine 2021. Abbiamo più di 200 minori coinvolti nel progetto tra Reggio Calabria e Catania; ci sono 34 donne, di cui 12 catanesi che sono entrate in Liberi di scegliere. Sono donne che hanno deciso di andare via con i loro figli, sette di loro sono diventate testimoni o collaboratrici di giustizia. E poi abbiamo tre importanti boss che hanno intrapreso dei percorsi di collaborazione con la giustizia proprio dopo l’intervento sui loro figli. A Catania è successo un fatto inedito: un nonno, un boss di livello apicale della criminalità organizzata catanese, è diventato collaboratore portando con sé tutti i suoi familiari proprio dopo il nostro intervento sui nipoti. Si tratta di una persona che già ha reso dichiarazioni, sfociate in varie misure cautelari e sentenze di condanna a carico di altri adulti. A Catania sta andando molto bene: stiamo facendo andare via le persone che vogliono cambiare città, ma stiamo intervenendo anche sul territorio con progetti mirati che permettano alle persone di non doversi allontanare. Lavoriamo sull’educativa domiciliare con i volontari di Libera e di altre realtà; stiamo elaborando dei progetti di educazione alla legalità non soltanto per i minori, ma anche per le mamme che accettano questi percorsi. Liberi di scegliere ha una duplice direttiva operativa: nelle situazioni estreme facciamo andare via i minori, coinvolgendo quasi sempre anche le mamme; in altre lavoriamo sul territorio con i servizi sociali, con le associazioni di volontariato – oltre Libera anche Caritas e la Conferenza episcopale italiana che sta cofinanziando il progetto con i fondi dell’otto per mille -. Le donne che sono andate via sono riuscite a ricostruirsi una vita e proprio loro sono un bel segnale per il territorio. Una signora che si allontana da un simile contesto, magari moglie di un boss altisonante, vuole dire riconoscere che dentro una famiglia mafiosa non si sta tanto bene. La mafia è una macchina che si fonda anche sul mito della famiglia, e se le donne vanno via inclinano questo mito. Sono donne sofferenti perché hanno avuto mariti e figli in carcere, e a volte sono state in carcere loro stesse”.

Quanto è difficile intervenire sull’equilibrio di una famiglia? Incontrate resistenze in questo processo?

“Inizialmente sì, ma l’interlocuzione è fondamentale. Noi ascoltiamo sia le madri che i minori, ma poi sentiamo anche i detenuti, che spesso sono al 41bis e che raggiungiamo in videocollegamento. Il nostro approccio è molto morbido e alle famiglie facciamo capire che non siamo in contrapposizione a loro ma che vogliamo aiutarli a risparmiare le sofferenze ai figli, aiutando a farli crescere bene ed evitando loro un destino in carcere. Questo funziona, anche con i detenuti del 41bis. Alcuni sono diventati collaboratori di giustizia, altri stanno dando il via libera alle loro mogli per andare via. Mi sono sentito dire spesso da loro ‘giudice, ma dov’era questo progetto 30 anni fa?‘ Questo è un importante riconoscimento dello Stato che viene proprio da chi ha sbagliato e si trova in carcere. Ma c’è ancora molto ancora da fare. La Regione con la legge regionale Liberi di scegliere – 5 giugno 2025, numero 24 – ha fatto un grande passo avanti, perché si occupa degli aspetti culturali, sociali e sanitari nelle scuole. La prima legge della Regione che parla del rapporto tra minori e mafia. Proprio in questi giorni il presidente della Regione Renato Schifani ha istituito, coordinandola direttamente, una cabina di regia che dovrà presiedere all’attuazione della legge”.

Si è parlato quasi morbosamente del caso della Famiglia nel Bosco: la politica a volte semplifica troppo vicende che meritano professionisti e poca superficialità… Come si supera questo?

“Quello che posso dire è che, oltre alla legge regionale siciliana, la Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, ha istituito un comitato che si è occupato in questi ultimi due anni dell’approfondimento su Liberi di scegliere. Il coordinamento di questo comitato è stato affidato da Chiara Colosimo, che è di Fratelli d’Italia, alla senatrice del Partito democratico Vincenza Rando, già vicepresidente di Libera. Io penso che questo sia un grande segnale di maturità politica, perché alcuni temi non devono dividere, ma unire e in questo caso sta accadendo. Il comitato ha redatto un disegno di legge presentato in entrambi i rami del Parlamento e ora Liberi di scegliere si trova alla Commissione di giustizia della Camera. Io mi auguro che il 2026 possa essere l’anno definitivo. Servono fondi mirati per le donne e per i bambini che vanno via. Poi le equipe multidisciplinari nei territori sono fondamentali: a Catania le abbiamo già. L’Asp di Catania ha assunto 22 professionisti, 6 assistenti sociali, 12 psicologi, 6 neuropsichiatri infantili ad hoc. Questa è la strada da seguire”.

Qual è, in ultima analisi, il ruolo dello Stato nei confronti di questi giovanissimi?

Alimentare speranza dove c’è rassegnazione. Uno Stato che accompagna, corregge, sostiene. Noi stiamo toccando le corde emotive di queste persone, cerchiamo di demistificare il mito mafioso che affascina tanti ragazzi. C’è ancora il mito di Nitto Santapaola, che è una persona morta in carcere da sola dopo 33 anni di detenzione, un uomo a cui hanno ucciso la moglie e questo non è un bel modello da inseguire. Liberi di scegliere è l’immagine dello Stato che alimenta il diritto alla speranza. Molti ragazzi pensano che la loro vita sia il carcere, come una medaglia da portare sul petto, un atto di professionalità, un passaggio ineludibile. Ma non esistono vite segnate per sempre, anche con determinati cognomi. Tanti collaboratori di giustizia hanno cambiato vita anche in fase avanzata, per tutti c’è la possibilità di sperare. Liberi di scegliere fa questo: porta speranza dove c’è la sofferenza, non solo delle vittime di mafia ma anche degli stessi carnefici. Noi cerchiamo di aiutare chi è rimasto imprigionato dalla propria famiglia nella cultura mafiosa”.