PALERMO – Entrare in banca in Sicilia è un’esperienza diversa rispetto a quanto accade nel resto d’Italia. Sebbene i mercati finanziari abbiano iniziato a vivere una fase di lento respiro, con tassi d’interesse che sono iniziati a scendere dopo le fiammate degli anni precedenti, l’imprenditore siciliano si è trovato ancora a dover affrontare una sorta di “tassa invisibile” legata alla geografia. Per capire esattamente ciò di cui stiamo parlando, bisogna analizzare il Tasso annuo effettivo, meglio conosciuto come Tae. Spesso questo indicatore viene confuso con il semplice interesse, ma per il Fisco e per il bilancio di un’azienda rappresenta il costo reale: è la somma di tutto ciò che si paga, dagli interessi puri alle commissioni bancarie, fino alle spese di gestione. In breve, è il prezzo finito del denaro.
Costo del credito in Sicilia: il confronto con la media nazionale
I numeri, snocciolati nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul credito della Regione Siciliana, basato su dati della Banca d’Italia relativi al periodo aprile-giugno 2025, raccontano una realtà a due facce. Se guardiamo al settore dell’industria, il Tae in Sicilia si è attestato al 5,4% a giugno scorso. A prima vista potrebbe sembrare un dato positivo, soprattutto se confrontato con il pesantissimo 6,75% dello stesso periodo dell’anno precedente. Tuttavia, il confronto con la media nazionale gela gli entusiasmi: nel resto d’Italia un industriale ha pagato mediamente il 4,79%. Questa differenza dello 0,61% non è solo una cifra su un grafico, ma rappresenta una minore competitività fiscale e finanziaria per le attività dell’Isola, che partono con un handicap strutturale rispetto ai concorrenti del Nord.
Costruzioni e imprese: quando il costo del denaro supera il 7%
Ancora più critica è la situazione nel comparto delle costruzioni, un settore vitale per l’economia regionale ma estremamente fragile sotto il profilo del credito bancario. Qui il costo del denaro ha raggiunto punte del 7,42%. Sebbene sia sceso rispetto all’8,21% di dodici mesi prima, resta una cifra enorme se paragonata al 6,3% della media italiana. Il divario, in questo caso, supera l’1%. Questo significa che una ditta edile siciliana che ha chiesto un prestito per avviare un cantiere si è trovata a pagare una quota di interessi passivi molto più alta, che erode i margini di guadagno e riduce la capacità di reinvestire gli utili o di far fronte agli obblighi fiscali con serenità.
Servizi, turismo e commercio: il divario più ampio
Il settore dei servizi, che comprende tutto il mondo del turismo, del commercio e dei trasporti, non gode di sorte migliore. Con un tasso effettivo del 6,91%, la Sicilia ha fatto segnare il distacco più netto dalla media nazionale, che si ferma al 5,40%. Parliamo di uno spread di oltre un punto e mezzo percentuale. È come se lo Stato e il sistema bancario chiedessero a un albergatore siciliano un sacrificio extra rispetto a un suo collega di altre regioni italiane, rendendo ogni investimento più rischioso e faticoso da ammortizzare nel tempo.
Credito alle imprese: accordato e utilizzato
Passando ad analizzare i volumi del credito, entriamo nel cuore della gestione finanziaria delle imprese: la differenza tra quanto le banche hanno promesso di prestare, l’accordato, e quanto le aziende effettivamente prelevano, l’utilizzato. Nel trimestre aprile-giugno 2025, l’ammontare complessivo dei crediti concessi in Sicilia alle imprese e alle famiglie produttrici è di circa 33.425 milioni di euro. Può sembrare una cifra colossale, ma rappresenta appena il 2,09% del totale nazionale. Il dato che però colpisce maggiormente gli analisti fiscali è l’indice di utilizzo. In Sicilia, le imprese hanno usato quasi tutto il margine che la banca ha concesso loro: il rapporto tra utilizzato e accordato è dell’83,38%. Per fare un confronto semplice, la media italiana è decisamente più bassa, fermandosi al 71,02%. Questo indica una sofferenza cronica di liquidità: le aziende siciliane non hanno tenuto i soldi “di scorta” sul conto, ma li hanno usati immediatamente per pagare fornitori, stipendi e tasse, restando con pochissimo respiro per gestire imprevisti o cali improvvisi di fatturato.
Garanzie bancarie: in Sicilia richieste quasi il doppio
Un capitolo a parte merita il tema delle garanzie bancarie, che rappresenta forse l’ostacolo più alto per l’accesso al credito e la salute dei bilanci aziendali. In Sicilia, per ottenere un prestito bancario, le banche hanno chiesto garanzie reali o personali per un valore che copre il 40,57% dell’accordato. È una cifra sproporzionata se guardiamo al resto del Paese, dove la media è stata del 22%. In regioni come il Veneto, questa percentuale è crollata addirittura al 18,11%. Spiegato in termini elementari: a parità di prestito, a un imprenditore siciliano è stato chiesto di “immobilizzare2 il doppio del patrimonio rispetto a un collega veneto. Questo blocco di risorse ha avuto un impatto fiscale indiretto pesantissimo, perché ha impedito alle aziende di usare quei beni o quei capitali per altre operazioni produttive, di fatto ingessando l’economia regionale.
Industria e costruzioni: i dati del secondo trimestre 2025
Analizzando i singoli settori nel dettaglio del secondo trimestre 2025, si nota che l’industria siciliana ha beneficiato di un accordato operativo di 4 miliardi e 669 milioni di euro, in leggera crescita rispetto ai mesi precedenti, ma con un utilizzato in calo a 3,325 miliardi. Questo potrebbe indicare una prudenza crescente: le imprese hanno avuto accesso ai fondi ma hanno avuto paura di usarli a causa dell’incertezza economica. Al contrario, il settore delle costruzioni ha mostrato un aumento sia dell’accordato (1,583 miliardi) che dell’utilizzato (1,148 miliardi), segno di un comparto che, nonostante i tassi altissimi, è stato costretto a indebitarsi per portare avanti i lavori.
Conclusioni: il peso del differenziale geografico
In conclusione, la fotografia che emerge dai dati della Banca d’Italia per il secondo trimestre del 2025 mostra una Sicilia che sta cercando faticosamente di agganciare la ripresa economica, ma che è rimasta zavorrata da costi bancari superiori alla media e da una richiesta di garanzie che non ha avuto eguali nel resto del Paese.
Per il Fisco e per la politica economica regionale, la sfida è chiara: non basta che i tassi di interesse scendano a livello europeo, serve un intervento strutturale che elimini questo “differenziale geografico”, che continua a rendere il fare impresa in Sicilia un’impresa nell’impresa. Senza un allineamento dei costi del credito, il rischio è che il calo dei tassi resti solo un numero sulla carta, senza tradursi in una reale boccata d’ossigeno per i bilanci delle aziende siciliane.
La posizione delle banche illustrata da Salvatore Malandrino (Abi Sicilia)
“La fragilità patrimoniale peggiora il rating”
Per comprendere meglio le ragioni che caratterizzano il quadro del credito alle imprese in Sicilia abbiamo intervistato Salvatore Malandrino, presidente della Commissione regionale per la Sicilia dell’Associazione bancaria italiana (Abi).
Presidente, in Sicilia il Tae per il settore industriale e delle costruzioni è superiore alla media nazionale rispettivamente di 0,61% e oltre 1%. Quali fattori strutturali o prudenziali portano le banche a mantenere tassi effettivi così alti nell’Isola?
“Il differenziale dei tassi per le imprese siciliane dipende principalmente dalla loro struttura patrimoniale, con livelli storicamente sottocapitalizzati. Fenomeno diffuso soprattutto tra le realtà produttive più piccole e preponderanti sul territorio. Questa fragilità patrimoniale peggiora il rating, parametro fondamentale per determinare le condizioni economiche del credito. Altri fattori critici includono la concentrazione in settori ciclici come l’edilizia, tassi di deterioramento del credito superiori alla media e la lentezza delle procedure giudiziarie. In breve, è il profilo di rischio a stabilire il costo del finanziamento: se il rischio è identico, il costo è lo stesso ovunque”.
Il rapporto segnala che in Sicilia le garanzie richieste per i prestiti coprono mediamente il 40,57% dell’accordato, quasi il doppio della media nazionale. L’Abi ha in programma strumenti o linee guida per ridurre questo “differenziale geografico” e rendere più accessibile il credito alle imprese del Sud?
“Il tema delle garanzie è anche in questo caso strettamente legato al profilo di rischio delle imprese. Il settore bancario opera per mitigare i rischi più elevati richiedendo garanzie reali o personali, spesso avvalendosi di strumenti come il Fondo di garanzia per le pmi. L’Abi, anche attraverso la sua articolazione a livello regionale, promuove misure e iniziative volte a favorire l’accesso al credito alle imprese, con particolare attenzione a quelle operative nel Sud. Tra queste, spicca il recente protocollo d’intesa con la struttura di missione Zes, aperto all’adesione delle banche interessate, che rappresenta un passo concreto e strategico per rafforzare il sistema degli investimenti nel Meridione. L’intesa mira a favorire l’accesso al credito per le imprese che scelgono di investire all’interno della Zes unica, valorizzando appieno gli strumenti di incentivazione pubblica già disponibili”.
L’indice di utilizzo del credito in Sicilia è dell’83,38%, ben al di sopra della media italiana del 71,02%. Come interpretate questa pressione sul credito e quali strategie ritiene possano supportare le imprese nell’uso più efficiente delle linee di finanziamento senza aumentare il rischio per le banche?
“L’indice di utilizzo del credito in Sicilia, più elevato rispetto alla media italiana, è un altro indicatore che conferma il quadro strutturale appena delineato. Fisiologicamente, imprese con patrimonializzazione ridotta ricorrono in modo più intenso alle linee bancarie disponibili. Non disponendo di sufficiente capitale proprio, esse hanno minori alternative di funding e la necessità di liquidità per l’operatività ordinaria è legata più marcatamente a linee di credito a breve. È importante rafforzare ulteriormente il dialogo banche-imprese per favorire un utilizzo più efficiente degli strumenti di finanziamento; promuovere maggiore diversificazione delle fonti di finanziamento; migliorare la qualità delle informazioni di bilancio e societarie, valorizzare strumenti di garanzia pubblica e iniziative per gli investimenti. In questa prospettiva, si può contribuire a rendere il ricorso al credito più equilibrato e funzionale alla crescita economica del territorio”.
Gli obiettivi delle imprese nelle parole di Luigi Rizzolo (Sicindustria)
“Rafforzare la qualità della pianificazione”
Per sentire la voce del tessuto produttivo siciliano in relazione al rapporto con il sistema bancario, abbiamo intervistato Luigi Rizzolo, presidente di Sicindustria.
I dati mostrano che il costo del denaro in Sicilia riduce i margini delle imprese e limita la capacità di reinvestire. Quali iniziative proponete per compensare questo handicap competitivo?
“Il differenziale sui tassi è un dato che non va sottovalutato, perché incide sui margini e sulla capacità di programmazione delle imprese. Non possiamo però leggerlo come qualcosa di inevitabile, perché gli ultimi dati hanno certificato un importante cambio di passo del sistema produttivo siciliano: è più strutturato, più orientato ai mercati e più attento agli equilibri finanziari. Proprio su questa evoluzione occorre fare leva per tradurre la maggiore solidità delle imprese in un miglior accesso al credito, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. Va rafforzato il ruolo degli strumenti di garanzia collettiva, a partire dai consorzi Fidi, che operano in modo diverso rispetto al passato. Dopo la riforma del Testo unico bancario, molti Confidi sono vigilati e soggetti a regole prudenziali più stringenti, svolgendo una funzione di intermediazione qualificata tra impresa e banca. Non si limitano più a fornire una garanzia formale, ma accompagnano l’impresa nella costruzione del merito creditizio, nell’analisi dei flussi di cassa e nella definizione di piani sostenibili. Questo è un elemento decisivo per ridurre la percezione del rischio e il costo del credito. Naturalmente esistono anche strumenti regionali, come Irfis FinSicilia, che rappresentano un’opportunità aggiuntiva nel quadro complessivo, ma il vero salto di qualità si ottiene rafforzando la solidità finanziaria delle imprese e migliorando il dialogo con il sistema bancario. Oggi il credito si gioca sempre più sulla qualità dei progetti e sulla capacità di rimborso nel tempo”.
La necessità di garantire una quota significativa del patrimonio per ottenere prestiti rallenta gli investimenti. Avete proposte per facilitare forme alternative di garanzie o strumenti di credito agevolato?
“Partirei da un presupposto: il contesto normativo è cambiato. Con l’introduzione degli accordi di Basilea, le banche sono state obbligate a mantenere livelli più elevati di patrimonializzazione e valutare con maggiore rigore il rischio di credito. Con l’evoluzione normativa di Basilea 3 il sistema bancario ha dovuto rafforzare i requisiti patrimoniali e affinare i modelli di gestione del rischio. Questo ha spinto molte banche ad adottare processi di valutazione che non si limitano alle garanzie reali, ma considerano sempre più la qualità dei piani industriali, la sostenibilità dei flussi di cassa prospettici e la solidità economica dell’impresa. Questo cambiamento è importante per il Mezzogiorno, perché molte imprese del Sud sono più competitive rispetto al passato, più strutturate e più capaci di presentare piani industriali credibili. È su questo terreno dunque che dobbiamo lavorare: rafforzare la cultura finanziaria e migliorare la qualità della pianificazione, così da mettere il sistema bancario nelle condizioni di applicare i principi di Basilea sul merito creditizio e sugli accantonamenti in modo coerente con la reale evoluzione del tessuto produttivo”.
Cosa vi aspettate dal sistema bancario e quali strumenti di confronto ritenete utili?
“È ragionevole aspettarsi che il sistema bancario valorizzi i progressi compiuti dal tessuto economico siciliano e moduli la valutazione del rischio in base alla reale competitività delle aziende. Sappiamo che l’andamento del costo del denaro dipende da dinamiche macroeconomiche e da decisioni sovranazionali che non sono sotto il controllo territoriale. Sarebbe opportuno ripristinare l’Osservatorio regionale sul credito, coinvolgendo sistema bancario, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali. Esso consentirebbe di analizzare l’andamento dei tassi, le condizioni di accesso al credito e le criticità emergenti, creando un dialogo strutturato e trasparente. L’obiettivo deve essere quello di costruire un sistema capace di leggere insieme i segnali dell’economia reale e di accompagnare la crescita del territorio con strumenti finanziari adeguati e coerenti con la fase che stiamo vivendo”.

