“Domande discriminatorie e vane promesse”, racconto di un improbabile colloquio di lavoro - QdS

“Domande discriminatorie e vane promesse”, racconto di un improbabile colloquio di lavoro

redazione

“Domande discriminatorie e vane promesse”, racconto di un improbabile colloquio di lavoro

venerdì 12 Febbraio 2021 - 00:00

Riceviamo e pubblichiamo le considerazioni di una nostra lettrice, Anna Bugliarello

Caro Direttore,

Con la presente mi rivolgo a tutti coloro che si trovano al momento in cerca di lavoro.Vorrei condividere la mia esperienza con un’azienda nella quale ho avuto la sfortuna di imbattermi qualche giorno fa. Spero possa essere d’ispirazione per i lettori nel momento in cui si sentano discriminati durante un colloquio e presi in giro da vane promesse. Spero che possa dare il coraggio di reagire nella speranza di lasciare ai nostri figli un mondo migliore.

Comincerò dal colloquio. Ripercorrendo le scale che portano all’uscita mi sono resa conto che il responsabile Risorse umane non ha avuto l’accortezza di presentarsi. Sono stata investita da innumerevoli informazioni fantasmagoriche sull’azienda ma del mio interlocutore non mi è stato dato di sapere il nome. Al contrario invece, la prima cosa che mi è stata domandata è stata il mio stato civile. Porre questa domanda durante un colloquio di lavoro non è permesso perchè oltre a violare la privacy può essere discriminante al momento dell’assunzione del candidato o della candidata. Lo stesso principio si applica per domande sull’eventuale presenza di figli, sull’orientamento sessuale, religioso, politico e la nazionalità di provenienza.

Peraltro avendo visto che non avevo risposto per iscritto al form che mi avevano chiesto di compilare, avrebbero potuto dedurre che non avrei risposto nemmeno a voce. Ma la cosa più paradossale è che il responsabile è arrivato alla conclusione, non so da quale mia risposta, che io non avessi figli. Se avesse aperto il mio curriculum avrebbe notato che nonostante io abbia due figli, non ho mai smesso di lavorare, avrebbe visto inoltre che per circa due anni ho ricoperto il ruolo di responsabile field, selezione e formazione intervistatori. Mi sono trovata quindi varie volte a ricoprire lo stesso ruolo di fronte ad una risorsa a dover decidere se fosse idonea o meno per il ruolo per la quale si candidava.

Mai mi sarei permessa di chiedere se fosse single, sposata o convivente e sapete perché? Perchè un single non lavora meglio di una persona sposata e viceversa, uomo o donna che sia. Ciò su cui ponevo l’attenzione erano le loro esperienze lavorative, le capacità relazionali, le capacità di espressione. Li ponevo di fronte a problemi nei quali si sarebbero potuti imbattere durante la loro attività per valutare le loro capacità di problem solving. Test logici, test d’inglese, test comportamentali, ma soprattutto li lasciavo parlare. Durante il mio colloquio, invece, sono stata liquidata con la frase “mi dispiace non poterle dedicare più tempo” Nonostante questo però, siccome sono una persona positiva alla quale piace mettersi in gioco, essendo stata selezionata ho deciso di dare allazienda una seconda possibilità.

Il primo giorno di formazione la mia opinione sull’azienda è notevolmente risalita grazie a una delle formatrici, persona a mio avviso splendida, per ricrollare nuovamente dopo aver conosciuto il mio tutor. Grazie alle sue informazioni si sono uniti nella mia mente i pezzettini di puzzle che mancavano per dar forma all’immagine definitiva dell’azienda. I criteri sui quali si fonda la loro ricerca del personale non si fondano né sulla formazione né sulle attitudini della persona, bensì sulla quantità potenziale di futuri clienti che questa possa portare. Anche se hanno ribattezzato il “porta a porta” con il termine “allenamento”, sempre “porta a porta” rimane.

Avrei dovuto seguire il mio istinto che mi diceva di lasciar perdere non appena salita in macchina dopo il colloquio. Ma sono un’idealista malata di ottimismo. Vorrei infine ricordare che in un colloquio anche il candidato valuta l’azienda e che fare domande illegali o dare informazioni o false o incomplete non è ne moralmente ne eticamente corretto.

Anna Bugliarello

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